Egitto, la ong di Zaky: “Media italiani cruciali, ma rischia l’ergastolo. Usa ritirino l’ambasciatore”

Sebbene Eipr non abbia stime esatte, il direttore denuncia che "decine di migliaia di attivisti sono stati arrestati" negli ultimi anni
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ROMA – “Patrick è molto seguito sui social network e sebbene il governo egiziano controlli qualsiasi media – dai quotidiani alle emittenti tv – nutre un timore smisurato per gli attivisti. Per questo il lavoro che voi giornalisti italiani state facendo è molto prezioso“. A parlare con l’agenzia Dire è Amr Abd Al-Rahman, il direttore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr). Si tratta dell’organizzazione con cui collabora Patrick Zaky, il ricercatore egiziano iscritto a un master dell’Università di Bologna e arrestato al Cairo nella notte tra giovedì e venerdì.

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Il responsabile, che in questi giorni col suo staff sta traducendo in arabo gli articoli che la stampa italiana e internazionale stanno dedicando al caso, spiega che tale lavoro “non serve tanto a creare solidarietà intorno al caso di Zaky, quanto più semplicemente a informare i cittadini: le persone non sanno cosa accade“.

Secondo Abd Al-Rahman, dalla rivoluzione del 2011 che ha rovesciato il governo di Hosni Mubarak le autorità applicano “la politica delle punizioni contro chi si impegna per la democrazia e il carcere, ben prima delle condanne e delle pene, ne è uno strumento”.

Zaky ha trascorso la sua terza notte in cella. Da ieri è scattata la custodia cautelare di 15 giorni e la prima udienza è stata fissata al 22 febbraio. “Il caso di Zaky è molto complesso, non sarà facile per il suo avvocato” ha proseguito Abd Al-Rahman.

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Primo, perché nel primo colloquio accordato ieri all’imputato, al legale sarebbero stati concessi solo due minuti. Un tempo insufficiente, sottolinea il direttore di Eipr, “per organizzare la difesa, un diritto sancito dalla nostra Costituzione”. Persino i famigliari dello studente hanno avuto solo 120 secondi a testa per vederlo. Poi, continua Abd Al-Rahman, “i capi d’imputazione afferiscono a varie leggi del codice penale, tra cui due particolarmente insidiose: la nuova legge sulle manifestazioni (per il reato di incitazione alla protesta non autorizzata, ndr.) e quella sull’anti-terrorismo, per quanto riguarda la diffusione di notizie false e l’apologia di crimini di terrorismo”.

Entrambe sono norme introdotte dal presidente Abdel Fattah Al-Sisi nel 2015. All’indomani della promulgazione della riforma sull’anti-terrorismo, l’ong americana Human Rights Watch aveva espresso preoccupazione affermando che la legge “accresce il potere delle autorità di imporre sanzioni severe, inclusa la pena di morte, per crimini che ricadono in una definizione tanto estesa da comprendere anche la disobbedienza civile”.

Lo studente dell’Alma mater rischia quindi “dai cinque anni all’ergastolo”, avverte il direttore dell’Eipr. E questo mentre la custodia cautelare “potrebbe essere rinviata in modo indefinito, tenendolo recluso per anni: è successo già ad altri attivisti”.

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Sebbene Eipr non abbia stime esatte, il direttore denuncia che “decine di migliaia di attivisti sono stati arrestati“. Inoltre da quando le procure generali e la polizia ricadono sotto il diretto controllo dei servizi di intelligence “i diritti civili e costituzionali vengono sospesi”.

Da qui i rischi di tortura, secondo Abd Al-Rahman: “Patrick è stato sottoposto a percosse, scariche elettriche, insulti e minacce per dieci ore consecutive, mentre gli venivano poste domande sul lavoro che svolge per noi. Se però un cittadino in custodia delle forze dell’ordine denuncia violenze, la legge egiziana obbliga il procuratore ad aprire un’inchiesta a carico degli agenti responsabili”.

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Il direttore riferisce che nel caso di Zaky non sarebbero stati utilizzati bastoni “perché le percosse non dovevano lasciare ferite durature” e aggiunge: “L’elettroshock lascia sempre segni, ma dubito che saranno visibili fino a giovedì, quando è fissato il prossimo colloquio con l’avvocato. Insomma, non si potrà sporgere denuncia”.

Se il clima è così repressivo, come fa Egyptian Initiative for Personal Rights a lavorare? “Abbiamo subito minacce – risponde il direttore – e da gennaio sei nostri collaboratori sono stati arrestati, e fortunatamente rilasciati. Zaky è il caso più grave, e solo per il suo attivismo sui social”.

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L’APPELLO AGLI USA: RICHIAMATE AMBASCIATORE

“Un altro importante attivista per i diritti umani in Egitto è stato arrestato, torturato e posto in stato di fermo dalla polizia egiziana. Il Congresso americano deve richiamare il proprio ambasciatore a Washington per chiedere chiarimenti sull’accaduto”. Questo l’appello condiviso su Facebook dall’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), l’organizzazione per cui collabora Patrick George Zaky.

“L’Eipr – si legge ancora – si è costruita una forte reputazione nei suoi molti anni di attività per i diritti umani. Human rights first (ong statunitense, ndr) ha lavorato con noi da quando l’Eipr è stata istituita, nel 2002”. Della vicenda di Zaky, dopo le denunce dell’ong e le ricostruzioni della stampa italiana, ha riferito anche l’agenzia statunitense Associated Press.

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10 Febbraio 2020
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