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Siria, guerra maledetta (anche di immagini)

ROMA – Getti d’acqua su uomini, donne, bambini, occhi rossi e sguardi spaventati. Un logo e scritte in arabo in alto a sinistra mentre a destra, come nell’ultimo servizio dell’emittente inglese ‘Bbc’, l’avvertenza: “video dell’opposizione siriana”.

Come dire che nel filmato si riferisce di vittime soccorse dopo un attacco chimico; ma anche che la prova provata non c’è e che, secondo alcuni, si  tratta solo di docce per portare via polveri di edifici in macerie.

Il video arriva da Douma, ultimo epicentro di una guerra (anche) di immagini combattuta anche da Stati Uniti e Russia. L’agenzia DIRE sta sentendo giornalisti, esperti e testimoni del conflitto in Siria per capire come cambiano, nell’era dei social, il lavoro dei cronisti e la propaganda di guerra.

Guerre anche di immagini, il 15 maggio un panel all’agenzia Dire

Siria, Abdullah (fotografo): “Contro i fake servono i giornalisti”

“Conosco molti esempi di foto e video falsi che circolano per sostenere una o l’altra parte nel conflitto siriano. Ma oggi non è più così difficile riconoscere immagini o filmati ritoccati al computer. Il segreto è avere più fonti possibile sul terreno, grazie alle quali confermare o smentire le notizie”. A parlare con l’agenzia ‘Dire’ è Mohammed Abdullah, fotografo e attivista siriano oggi residente in Belgio. Il fotoreporter prosegue: “So anche che spesso il governo siriano fa pressioni per screditare alcuni gruppi che dalla Siria mandano informazioni all’estero. Una volta ad esempio costrinse un membro dei Caschi bianchi (un’associazione finanziata anche da Gran Bretagna e Stati Uniti che si definisce ‘un corpo di soccorso umanitario’, ndr) a dichiarare davanti le telecamere della tv di Stato che quello che la sua associazione faceva era tutto un falso. Accade anche questo”.

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Siria, l’esperto Fouad Roueiha: “Invasi da foto e video fake”

“Dalla Siria ogni giorno arriva un flusso enorme di foto e video. Ma non tutto è veritiero. Molte sono prodotte in maniera amatoriale, altre sono frutto delle manipolazioni delle ‘progapagande incrociate’”. A parlare con l’agenzia ‘Dire’ è Fouad Roueiha, giornalista ed esperto di Medio Oriente, convinto “per esperienza” che nell’epoca di internet e dei social media “raccontare una guerra sia un lavoro sempre più complesso e sofisticato, pieno di ‘trappole’” e che “per questo è essenziale affidarsi a degli esperti, contattare fonti in loco e tenersi costantemente aggiornati”. 

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La blogger Leila Al Shami: “Non sparate sui caschi bianchi”

Propaganda russa, estrema destra e sinistra “anti-imperialista a metà”: secondo Leila Al Shami, attivista e blogger siriano-britannica, sono anche questi i nemici dei “citizen journalist” che documentano il conflitto e di chi – come gli White Helmets – “è in prima fila per salvare vite”. Fondatrice di ‘Tahrir-Icn‘, rete di lotta contro le dittature estesa dal Medio Oriente al Nord Africa, Al Shami ha pubblicato nel 2016 ‘Burning Country: Syrians in Revolution and War’. Con l’agenzia DIRE parla al telefono, dall’Inghilterra, di ritorno da una conferenza all’estero.

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La sociologa: “Maledette le immagini di guerra”

Il problema non è l’informazione, è l’interpretazione. Quelle immagini non riescono a produrre prove, evidenze, fatti, ma solo a rafforzare una credenza pregressa, questo e’ il problema”. Donatella Della Ratta, sociologa esperta di mass media arabi, è stata testimone di quelle proteste di piazza alle quali, gia’ nel 2011, sarebbero poi seguiti la repressione, la rivolta e il conflitto armato.

Intervistata dall’Agenzia Dire, l’autrice di ‘Shooting a Revolution‘, un libro sui media visuali e la guerra in Siria, parla della “‘over-saturazione’ visiva“, ovvero quando “le immagini sono svuotate di significato. Se certi video vengono visti da persone che pensano che il regime stia gasando dei jihadisti e non dei civili, e’ quello che queste persone vedranno: sono immagini ‘specchio’ di chi le guarda, rafforzano convinzioni pre-esistenti”.

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Video estratto dalla performance L’immagine sparita, Ex Asilo Filangieri, Napoli, 19 aprile 2018

Con Muhammad e gli altri teenager, la guerra in Siria in un video

Pareti sventrate, calcinacci sui balconi, finestre come buchi neri; in sottofondo stridio d’uccelli, rotto da colpi di mortaio e raffiche di armi automatiche: sono immagini dall’ultimo video di Muhammad Najem, “testimone 15enne – cosi’ sul suo profilo Twitter – della guerra nella Ghouta orientale“.

A volte Muhammad si riprende con la mano sul volto, come sgomento per l’orrore. Su Twitter, oggi, ha oltre 26mila seguaci. Cosi’ tanti e per aggiornamenti cosi’ regolari che a occuparsi di lui sono state emittenti internazionali come ‘Cnn’ e ‘Al Jazeera’.

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Darnis (Iai): “Guerra di immagini se non si crede alle democrazie”

“Il problema vero e’ che oggi la parola delle democrazie non e’ creduta e viene messa sullo stesso piano di quella delle non democrazie, come la Russia”: cosi’ all’Agenzia DIRE Jean Pierre Darnis, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai), convinto che in Siria sia ormai anche guerra di immagini e propaganda.

– Professore, perche’ bisogna credere agli Stati Uniti e non alla Russia? 

“Perche’ i russi hanno negato di essere intervenuti in Crimea. E a fare campagne di propaganda sono abituati sin dai tempi della Guerra fredda”.

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Massolo (Ispi): “Per capire non bastano immagini ed emozioni”

“Bisogna fare molta attenzione al modo in cui si usano le immagini nei contesti di guerre e conflitti”. Ne è convinto Giampiero Massolo, presidente Fincantieri Spa e dell’Istituto di studi di politica internazionale (Ispi).

Intervistato dall’Agenzia DIRE, Massolo aggiunge: “Le testimonianze fotografiche sono importanti, ma il diritto-dovere di fare informazione articolata e consapevole lo è altrettanto”.

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11 maggio 2018
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