VIDEO | Minori, Massaro: “Relazioni dei servizi sociali mai depositate, io diffamata”

Intervista a questa mamma, di cui abbiamo seguito il caso, insieme al suo legale, l’avvocato Lorenzo Stipa
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ROMA – La sentenza di appello che ha bloccato il decreto che le avrebbe portato via il figlio di dieci anni, che vive con lei, è del 3 gennaio scorso ed è per tutti la “sentenza Massaro” che ha messo nero su bianco una definizione della “bigenitorialità come concetto graduale, non astratto“, centrato sul “supremo interesse del minore”. All’agenzia Dire, questa mamma, Laura Massaro, di cui abbiamo seguito il caso, insieme al suo legale, l’avvocato Lorenzo Stipa, ha raccontato cosa sia accaduto da quel 3 gennaio ad oggi. 

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“Ho fatto un accesso agli atti oltre un mese fa- ha spiegato- perche’ non risultavano nel fascicolo dei verbali dei servizi sociali o delle cooperative incaricate degli incontri assistiti tra il bambino e il padre avvenuti nel 2016, nel 2017 e altri nel 2018 che si sono regolarmente svolti. I verbali dicono che gli incontri sono avvenuti, visto che uno dei falsi riferiti e’ che io li avrei impediti da anni. L’educatore domiciliare scrive di aver trovato una situazione familiare assolutamente positiva, idonea, un bambino legatissimo a me e ai nonni, inserito, bravo a scuola e affettuoso e che aveva l’unico problema di rapportarsi con il padre. Mio figlio durante questi incontri piangeva, gridava di voler andar via, gli veniva detto che non poteva andarsene finché non diceva al padre perché non volesse vederlo e il bimbo lo ha fatto. E per questo malessere anche fisico durante gli incontri si relaziona la possibilita’ di valutarne la sospensione. Ci risulta- ha denunciato Massaro- che questi verbali non siano mai stati trasmessi in tribunale”. 

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In trascrizioni del 2016 si dice che “la Massaro è una buona madre e che il bambino assolutamente non doveva esserle allontanato”; il 19 settembre 2016 i servizi sociali scrivono appunto: “Riduciamo gli incontri perche’ costringere il bambino a questo non ci sembra opportuno”. Come si comporta infatti il bambino in tutti gli incontri che vengono organizzati per fargli vedere il padre? “Non vuole andare con il padre per nessun motivo al mondo e teme possa accadergli qualcosa di brutto: ‘Non ne voglio parlare di papà’, dice agli assistenti sociali. Si sente piu tranquillo ad aver detto al giudice che non vuole vedere il padre. Gli incontri con il padre sono fonte di angoscia insostenibile”, si legge nella relazione del 26 gennaio 2018. “Mi fai parlare? Mi ascolti? Voglio andare a casa!” dice il piccolo al padre durante l’incontro protetto in data 15 maggio 2018 come riportato nel verbale. Il 26 luglio “piange in modo angoscioso”, il 23 ottobre 2018 “dà i calci per terra, vuole andar via e dice ‘ti prego voglio andare a casa’”. Il 6 novembre 2018 “fa un verso con la gola molto particolare”. 

E’ l’avvocato Stipa a puntualizzare in termini legali il danno di questi mancati depositi: “Ci siamo ritrovati alla nomina di una Ctu che poteva essere evitata con quei verbali. E’ in atto ancora una querela alla consulente che è in fase d’indagine, consulenza- ha ricordato- che ha portato ai decreti successivi: la sospensione della responsabilità genitoriale e quello di allontanamento. Oggi si è ricostruita la situazione precedente al decreto di allontananmento. Verrà presentata una memoria sia su come gli operatori coinvolti stiano applicando la sentenza della Corte d’appello, sia sulla carenza di questa documentazione che ha inficiato i decreti vigenti. Chiederemo quindi la sospensione degli stessi che sono temporanei”. 

Laura Massaro ha spiegato che certamente con la sentenza della Corte d’Appello si è potuto arginare l’allontanamento del bambino, ma “la situazione tuttavia non si è modificata rispetto a prima. Il bambino è a casa, ha ripreso le sue attività, ma il fatto che si siano mantenute la sospensione della responsabilità genitoriale e la tutrice fa sì che siamo nella situazione di partenza. Da quando è stata incaricata il 5 luglio, per fare un esempio, soltanto in data 18 febbraio mi ha autorizzato ad andare a prenderlo a scuola. Il problema più grande che stiamo riscontrando poi- ha puntualizzato- è la gestione del percorso psicoterapeutico nell’ospedale pubblico indicato dalla Corte d’Appello e dal Tribunale dei minorenni. Il percorso si è rivelato un po’ diverso da quello previsto in sentenza per affrontare le difficoltà di relazione con il padre. Il bambino è stato sottoposto a test cognitivi e quindi a un percorso neuropsichiatrico. Abbiamo solo saputo che dai test è risultato un bimbo con intelligenza superiore alla media dei suoi coetanei”. 

Alla richiesta di chiarimenti inviata dal legale, con una risposta via mail del 5 febbraio 2020 il responsabile dell’unità di competenza dell’ospedale ha scritto che “il percorso psicoterapeutico di cui si discute costituisce l’approdo obbligato (coatto) di una decisione assunta dall’Autorità Giudiziaria’” e questo sarebbe sufficiente a negare le informazioni richieste dalla mamma. Non è d’accordo l’avvocato Stipa, che ha ricordato “la legge sul consenso informato 219 del 2017 che all’articolo 3 parla di minore anche nell’eventualità che sia affidato a un tutore. La persona che autorizza ed esprime il consenso- ha specificato l’avvocato- deve tener conto della volonta’ del minore. Il tutore potrebbe eccedere nei suoi poteri e pertanto rimane una residua funzione di controllo nei genitori privati della potestà a titolo temporaneo o definitivo e l’articolo 316 del codice civile all’ultimo comma prevede il diritto dei genitori che non esercitano la potestà genitoriale di vigilare”. Un percorso “coatto” quindi che spaventa la mamma del piccolo e che peraltro “non si armonizza per niente con la sua vita. La centralita’ del bambino e la gradualità- espressamente chiesta in sentenza- io non la sto vedendo” dice Laura Massaro che aggiunge- di tre appuntamenti presi due hanno fatto saltare la scuola al bambino”. Nonostante la sentenza quindi Laura Massaro all’agenzia Dire ha denunciato insieme al suo legale di non vedere una reale applicazione dello spirito della sentenza della Corte d’Appello. “La bigenitorialità sta diventando una scure per madre e figli. Stiamo arrivando al punto- ha denunciato- in cui i bambini devono diventare un accessorio di pena degli adulti. Tante le testimonianze che arrivano al comitato delle madri in tal senso, anche senza che si parli di situazioni di violenza. Sono bambini, non bambolotti. Sta diventando una costrizione e invece sono gli adulti che si devono piegare al bambino. Le storture generate dalla legge 54 devono esser messe sotto la lente dal legislatore ed è innegabile il mancato riconoscimento della violenza”. 

Laura fa fatica a spiegare come sia finita dentro questo calvario giudiziario. “Perché devo rischiare di perdere mio figlio? La mia colpa qual è? Aver denunciato le violenze? Viviamo processi kafkiani e questo porta anche ad una violenza economica. Ho fatto istanza agli ispettori del ministero, qual è l’autorità preposta a cui rivolgersi se si subisce un ingiusto processo? E i sette anni di questo inferno chi ce li restituisce?”.

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26 Febbraio 2020
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