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Lo smart working piace ai veneti ma stressa una donna su due

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La ricerca effettuata dalla Fondazione Corazzin e presentata dalla Cisl, mostra come solo il 52,3% delle donne sostenga di non essersi sentita più sotto pressione nella conciliazione vita-lavoro
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VENEZIA – Lo smart working piace ai lavoratori veneti, ma per quasi una donna su due aumenta lo stress relativo alla conciliazione vita lavoro. Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca sul lavoro agile in Veneto effettuata dalla Fondazione Corazzin e presentata dalla Cisl del Veneto.

Lo studio ha coinvolto un campione di 1.330 lavoratori e lavoratrici della regione che hanno accolto la proposta di rispondere a un questionario sui temi dello smart working. Il campione di persone, che per oltre il 90% ha avuto la possibilità di lavorare in smart working, è costituito per il 60,5% da donne e il 69,3% ha figli. Il 39,5% ha un’età tra i 45 e 54 anni, il 29,8% tra i 55 e i 64 anni e il 20,7% tra i 35 e i 44 anni. La qualifica professionale della maggioranza degli intervistati (72,4%) è di impiegata o impiegato; a seguire, il 10,8% è occupato e nella pubblica amministrazione e il 6,5% è insegnante o lavora nel mondo dell’istruzione. Delle persone intervistate il 95% ha contratto di dipendente a tempo indeterminato, ed esattamente il 79,3 è a tempo pieno e il 16,4% in part time.

Nel passare allo smart working, per il 61% dei partecipanti non è stato necessario integrare le proprie conoscenze personali e per il 29,5% invece lo è stato. Il 54,6% ha ricevuto dall’azienda la dotazione informatica necessaria, mentre il 18% lamenta di averla dovuta acquistare a proprie spese e circa il 30% di aver dovuto integrare con costi propri la linea internet personale. Quasi tre quarti del campione dice di aver avuto una maggiore autonomia nella gestione del proprio lavoro: il 41% la riferisce sia alla gestione degli spazi che a quella degli orari, il 29% solo alla prima. Il 53% dichiara di aver avuto la libertà di lavorare al di fuori degli orari standard aziendali, mentre il 25,5% sostiene di non averlo potuto fare.

Ma soprattutto: il 26% degli intervistati esprime un giudizio complessivo nei confronti del lavoro agile ‘ottimo’, il 37% ‘buono’, il 18% ‘discreto’, mentre meno del 9% ‘negativo’ o ‘molto negativo’. Il 52,3% delle donne coinvolte sostiene di non essersi sentita più stressata nella conciliazione vita-lavoro, percentuale che sale al 57,4% tra gli uomini. Il 33,4% delle donne dice poi di aver sentito un maggior affaticamento e il 42,6% delle donne ritiene che il carico lavorativo sia nel complesso aumentato. Quote più alte rispetto a quelle degli uomini, tra i quali è appena il 24,4% a sostenere di essersi affaticato di più e il 34% a ritenere che il carico di lavoro sia aumentato. Il 45% del campione ritiene di essere ugualmente produttivo, il 33% pensa di esserlo di più, mentre il 16% teme di essere meno efficiente. L’80% degli intervistati è disponibile allo smart working anche in futuro, con una preferenza per una formula part time (49,6% le donne, 32,8% gli uomini) rispetto al full time (24,3% donne, 37,4% uomini).

“Per coglierne appieno le opportunità, serve correggere lo strumento dove necessario, regolandolo ad esempio nei tempi massimi di lavoro, nella reperibilità richiesta, nella dotazione di strumentazione”, commenta il segretario della Cisl del Veneto, Gianfranco Refosco. “Le imposizioni dall’alto non sono utili, sarà utile invece ascoltare e comprendere le esigenze di lavoratrici e lavoratori, e dare spazio magari a progetti che nascono dal basso, ossia dai lavoratori stessi”. E per questo “la nuova contrattazione sarà fondamentale per costruire un modello condiviso con le imprese e anche per farne uno strumento utile ad accompagnare la ripresa di tante aziende che del lavoro agile continueranno a fare uso”.

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