Da 9 anni la guerra in Siria, parla l’infermiera Noura: “È tragedia ma non ci arrendiamo”

Il 15 marzo è la data simbolo della rivoluzione popolare che in Siria nel 2011 portò migliaia di persone a chiedere la caduta del governo di Assad e riforme democratiche
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ROMA – “Vivo da anni in un Paese in guerra, ma gli ultimi due mesi sono stati i più duri della mia vita. Non so quante bombe ho sentito cadere, quante persone ho visto morire o scappare via dalle loro case senza nulla, nella neve, coi figli piccoli. Quante ne ho curate. A volte penso di non farcela. Ma la rivoluzione contro il regime del presidente Al-Assad non è finita: deve ucciderci tutti, se vuole la fine”. A parlare è Noura, un’infermiera di uno dei pochi ospedali ancora attivi a Idlib. Il suo è un nome di fantasia perché, spiega, “ho già parlato con i media, ho paura di essere arrestata dalle forze di Assad”.

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All’agenzia Dire racconta questi ultimi giorni nel capoluogo della provincia nord-occidentale contro cui mesi fa l’esercito fedele al presidente Bashar Al-Assad ha sferrato un’offensiva, sostenuto dalla Russia, per riprendere il controllo di un’area in cui restano attive milizie armate ribelli e gruppi jihadisti. Presenti anche contingenti della Turchia, con scontri diretti. Il 5 marzo, Mosca e Ankara hanno raggiunto una tregua, ma nei giorni successivi fonti locali hanno denunciato violazioni.

Nello stesso giorno, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha segnalato un raid dell’aviazione russa a ovest di Ma’arrat Misrin, a nord di Idlib, che ha colpito un campo profughi. Almeno 15 le vittime civili. Dall’inizio dell’offensiva, secondo le Nazioni Unite quasi un milione di persone ha dovuto lasciare le proprie case.

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L’infermiera, che ha deciso di restare ad Idlib per continuare a prestare assistenza a malati e feriti, prosegue: “Con la tregua, la situazione è migliorata, ieri non è caduta neanche una bomba. Tuttavia la situazione è disperata: la città è distrutta, non si trova più cibo. Chi è fuggito, non ha potuto portare con sé nulla, né coperte o vestiti e in alcune zone c’è la neve. I campi profughi sono pieni di famiglie. L’altro giorno- racconta ancora Noura- un uomo mi ha chiesto se gli vendevo una tenda di una una cifra altissima. La gente cerca le tende, introvabili ormai, per dormire poi a terra, anche anziani e bambini“. In questo quadro qualche aiuto internazionale arriva ma “è del tutto insufficiente”.

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Tanti anche i racconti delle violenze durante l’assedio: “A Maarat Al-Numan (città riconquistata da Assad a inizio febbraio, ndr.) pare che un anziano che si è rifiutato di lasciare la sua casa, sia stato brutalmente ucciso. Molti cimiteri della provincia poi sono stati distrutti, le tombe violate e le ossa esposte“. Il macabro racconto trova conferme sul web, dove gruppi di media attivisti condividono filmati degli “Shabbiha”, i paramilitari fedeli ad Assad, intenti a profanare tombe. Il 15 marzo cade la data simbolo della rivoluzione popolare che nel 2011 portò migliaia di persone a chiedere la caduta del governo di Assad e riforme democratiche. Da quel movimento spontaneo nacque la guerriglia tra l’esercito e militari dissidenti, a cui aderirono molti volontari. Quindi l’infiltrazione di gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaeda e/o finanziati da potenze vicine, tra cui l’Iran, fino all’affermarsi del gruppo Stato islamico (Isis) e il conseguente ingresso di Russia, Turchia e della Coalizione a guida Usa, che hanno alimentato una guerra con almeno 400mila morti e 6 milioni di sfollati. Ma il moto popolare e pacifico iniziato a Dara’a il 15 marzo del 2011, cittadina che accese la miccia delle rivolte di piazza nel resto del Paese, per Noura “non è finito. Assad sta compiendo un genocidio, ma dovrà ucciderci tutti se vuole davvero che il dissenso finisca. Peccato che il resto del mondo si limiti a guardare”.

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15 Marzo 2020
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