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In Etiopia lascia la ministra delle Donne e Gioventù, denunciò gli stupri nel Tigray

Filsan_Abdullahi
Filsan Abdullahi ha avviato un'inchiesta dopo le accuse ai militari
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ROMA – “Per ragioni personali che pesano gravemente sulla mia coscienza, ho deciso di presentare le mie dimissioni con effetto immediato”. Con queste parole la ministra delle Donne, dei bambini e della gioventù Filsan Abdullahi ha comunicato la sua decisione di lasciare il governo dell’Etiopia. L’ex ministra stessa ha condiviso sul suo profilo Twitter la lettera che ha inviato al primo ministro Abiy Ahmed, dove spiega ancora: “Ogni situazione che compromette la mia etica è contraria alla mia morale e ai miei valori, e tradire quello in cui credo significa tradire me stessa e i cittadini”, e che la decisione è inoltre sopraggiunta dopo aver discusso col premier Abiy di “questioni nazionali e internazionali“, senza chiarire i contenuti di tale confronto.

Abdullahi, 29 anni, è la fondatrice del canale tv ‘Nabad’, un’emittente che si propone di migliorare i rapporti tra le comunità etniche dei somali e degli oromo. Nel marzo del 2020 è stata nominata ministro, un impegno che a inizio mese le è valso l’ingresso nella lista delle “cento donne più influenti d’Africa” dalla testata di analisi Avance Media. Nei mesi scorsi aveva pubblicamente condannato gli stupri usati come arma di guerra nel Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia dove il 4 novembre scorso il governo ha lanciato un’operazione militare che ha innescato un conflitto interno non ancora terminato, con centinaia di morti e milioni di persone in emergenza umanitaria. Tali stupri avrebbero colpito donne e bambine, come hanno riportato diverse organizzazioni per i diritti umani, che hanno puntato il dito contro i militari etiopi e le forze eritree intervenute a sostegno dell’alleato di Addis Abeba.

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Dopo quelle denunce, Abdullahi costituì una task force per investigare su tali fatti e il mese scorso in una intervista ha riferito che i risultati dell’inchiesta sono stati consegnati al ministero della Giustizia, e che confidava in “azioni molto più rapide” per individuare i responsabili. Dopo aver pubblicato su Twitter il suo annuncio, qualche utente di Twitter ha collegato la sua decisione all’attuale crisi nel Tigray: “È bello- ha scritto un internauta- vedere che ha seguito la sua coscienza e non il portafoglio”.

Un’ipotesi che potrebbe trovare conferma nel fatto che l’ex ministra aveva fissato sul suo profilo Twitter in prima posizione un tweet del 3 novembre 2020, alla vigilia delle operazioni militari nel Tigray, in cui aveva scritto: “A tutti dico: qualunque sia la ragione per cui combattete, non si deve mai soccombere alla barbarie. Sminuisce e denigra la causa. Combattete, se dovete, ma fatelo con onore e lasciate fuori donne, bambini, anziani e malati”. Il premier Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace nel 2018, giustifica tutt’ora l’intervento nel Tigray con la necessità di eradicare il movimento locale del Tigray people liberation front (Tplf), indicato come una minaccia alla sicurezza nazionale. Il suo operato tuttavia sta ricevendo critiche e pressioni sia dai governi che dagli organismi internazionali affinché sia ripristinata la pace e sia garantito l’accesso agli aiuti per i civili.

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