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Blitz antidroga a Bologna, nei guai la famiglia a cui citofonò Salvini

Padre in carcere, moglie indagata e misure cautelari per 2 figli

salvini citofono bologna

BOLOGNA – Anche la famiglia residente nel rione bolognese del Pilastro a cui il leader leghista Matteo Salvini citofonò nel gennaio del 2020, chiedendo se in quella casa si spacciava, è coinvolta nell’indagine antidroga della Polizia di Bologna che ha portato all’emissione di 25 misure cautelari, quasi tutte già eseguite. In particolare, a quanto si apprende, il padre 60enne del ragazzo destinatario della citofonata è finito in carcere, la madre è indagata – ma nei suoi confronti non sono state disposte misure cautelari – un figlio della coppia ha ricevuto l’obbligo di permanenza in abitazione e per il suo fratellastro, ancora irreperibile, è stata disposta la custodia in carcere.

Nel dettaglio, il gip bolognese Maria Cristina Sarli ha disposto, su richiesta del pm della Dda (Direzione distrettuale antimafia) Roberto Ceroni, 14 provvedimenti di custodia cautelare in carcere, sei di applicazione degli arresti domiciliari e quattro di obbligo di dimora, mentre il gip del Tribunale dei minori ha disposto l’obbligo di permanenza in abitazione per il ragazzo a cui citofonò Salvini, che all’epoca dei fatti oggetto dell’inchiesta era minorenne. Lo scorso marzo, i giudici di Bologna avevano disposto l’archiviazione per il leader della Lega, accusato di diffamazione.

Altre 18 persone – 12 maggiorenni e sei minori – sono indagate a piede libero. Agli indagati, che sono di nazionalità marocchina, tunisina, italiana e albanese, vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di spaccio. Le misure cautelari sono state eseguite dalla Squadra mobile di Bologna con l’aiuto del Reparto prevenzione crimine Emilia-Romagna orientale e del Settimo Reparto mobile e con l’impiego di un mezzo aereo del Terzo Reparto volo di Bologna.

L’INDAGINE

L’indagine, spiega la Questura, ha preso le mosse dall’omicidio, avvenuto al Pilastro il 28 agosto 2019, del 28enne Nicola Rinaldi, accoltellato in via Frati dal vicino di casa Luciano Listrani. Gli investigatori avevano subito ipotizzato che il movente potesse essere legato allo spaccio di droga, ipotesi poi confermata dai successivi accertamenti sulla famiglia della vittima, attiva nello spaccio di hashish e cocaina.

In particolare, fa sapere il dirigente della Squadra mobile, Roberto Pititto, l’inchiesta ha fatto emergere due figure apicali nell’ambito dell’organizzazione: si tratta di un 46enne albanese e di un 38enne marocchino, compagni di due delle sorelle di Rinaldi (una delle quali è a sua volta indagata). Entrambi hanno precedenti anche specifici, e addirittura il 46enne, che nel periodo delle indagini (autunno 2019-marzo 2020) era in carcere per un tentato omicidio, anche mentre era detenuto comandava l’organizzazione passando i propri ordini alla compagna. L’altro capo, il 38enne marocchino, si occupava di individuare i fornitori, vendeva partite di droga a clienti e ad altri componenti dell’associazione e comandava una rete di pusher, anche minorenni, di cui faceva parte anche un suo nipote, all’epoca 19enne. Quest’ultimo, assieme ad un altro giovane che allora era minorenne, gestiva a sua volta un’altra rete di giovanissimi spacciatori, e i due erano anche riusciti ad acquistare, attraverso un loro canale, alcuni chili di hashish.

Le indagini, che sono anche state agevolate – sottolinea Pititto – dalla collaborazione di una parte dei residenti del Pilastro, sono state svolte anche piazzando delle videocamere in alcune cantine di via Frati, dove veniva nascosta la droga, e delle microspie nelle auto di alcuni indagati, e nel corso delle investigazioni è stato anche arrestato e portato in carcere (anche se ora è latitante dopo essere evaso dagli arresti domiciliari) il principale fornitore dell’organizzazione, un albanese che era ‘tenuto d’occhio’ nell’ambito di un’altra inchiesta e che lavorava con tre connazionali e un italiano. Proprio a seguito della carcerazione del suo fornitore, il 38enne marocchino, evidentemente preoccupato, aveva deciso di spostare la droga dalle cantine di via Frati, portandola prima in casa di un complice in via Svevo, poi a Pontelagoscuro, frazione del Comune di Ferrara, mentre l’hashish era stato spostato in alcune cantine di via Salgari nel gennaio del 2020.

Nonostante queste precauzioni, però, nel corso delle indagini sono stati sequestrati due chili di cocaina e otto di hashish, ed è stato anche documentato l’acquisto, da parte del 38enne, di una partita di due chili di cocaina da alcuni fornitori albanesi e di una di otto chili di hashish da un connazionale residente nel modenese. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati erano in grado di spacciare, ogni mese, circa due chili di droga tra hashish e cocaina, con un giro d’affari stimato, solo per lo spaccio di cocaina, di 50.000 euro mensili. Ora, però, la Polizia è riuscita a smantellare l’organizzazione, eseguendo le misure cautelari e sequestrando anche quattro auto di media cilindrata, due motocicli, 20.000 euro in contanti e, a carico di due indagati, rispettivamente un chilo e due etti di hashish trovati oggi nelle loro abitazioni.

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2022-05-27T12:29:05+02:00

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