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VIDEO | L’attrice Sarah Maestri: “Con Fondazione Cariplo in 30 anni oltre 35mila progetti”

sara maestri
"La legge 184 del 1983 consente l'adozione anche a chi è single e così sono diventata mamma di Alesia, una delle bambine di Chernobyl"
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ROMA –  ‘Onco Hair’ è il progetto nato sul territorio lombardo e prevede la donazione di protesi tricologiche a donne impegnate nella battaglia contro il carcinoma alla mammella e con fragilità economica. Fondazione Cariplo sostiene questa iniziativa con l’associazione per il Policlinico onlus. L’agenzia di stampa Dire ha intervistato Sarah Maestri, nella doppia veste di membro della Commissione Centrale di Beneficenza di Fondazione Cariplo, componente delle due commissioni ‘Arte’, ‘Cultura e Servizi alla persona’ e di mamma single che dopo anni intensi è riuscita ad adottare Alesia, la bambina ‘già grandicella’ che ha ‘bussato prepotentemente al suo cuore’ come ha raccontato.

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Abbiamo parlato già del progetto ‘Onco Hair’, un’iniziativa per supportare le donne con maggiore fragilità economica nella battaglia contro il carcinoma alla mammella. Perché Fondazione Cariplo ha deciso di sostenerlo?

“Questo progetto mi ha colpito particolarmente perché fa riaffiorare tutto il mio vissuto. Mi ci ritrovo a partire dalla mia esperienza quella che ho raccontato ne ‘La bambina di fiori di carta’, il libro che racconta la mia infanzia e in particolare la mia degenza, il primo ricovero all’età di due anni e mezzo, nel reparto di oncoematologia dell’ospedale di Pavia dove, di fatto, sono stata costretta a crescere, per una grave malattia ematologica. Per questo ho naturalmente sviluppato attenzione e sensibilità verso chi vive la malattia, l’ospedalizzazione e la perdita dei capelli. Quando gli operatori dell’associazione che promuove ‘Onco Hair’ mi hanno raccontato di quel bambino che vedendo la sua mamma con i capelli, con la protesi tricologica, era felice perché in quell’immagine leggeva la guarigione della sua mamma, mi sono commossa e ho pensato che fosse giusto offrire questa possibilità a più persone e non solo a chi può permetterselo economicamente. Grazie all’associazione e al contributo di Fondazione Cariplo siamo riusciti a donare per ora 25 protesi. Un gesto che sicuramente ha fatto la differenza per quelle donne che versano in uno stato di fragilità. Un’altra cosa che mi ha colpito è aver saputo che molte persone non si curano perché a causa della perdita di capelli hanno paura di essere emarginate socialmente o addirittura di essere licenziate. Fondazione Cariplo da sempre sostiene progetti che hanno come obiettivo l’inclusione e il benessere delle persone. La Fondazione opera principalmente sul territorio lombardo, ma molte sue iniziative, prese a modello, trovano diffusione a livello nazionale. È un apripista. Proprio per questo il progetto ‘Onco Hair’ viaggerà da Milano a Roma, il prossimo 6 luglio verso il Teatro Eliseo di Roma”.

Quali altri progetti volti al sociale e a sostegno delle donne la Fondazione promuove visto che lei è nel comitato etico? Al vostro interno avete avviato dei rapporti anche con Istituti pubblici, ong?

“Quest’anno Fondazione Cariplo compie 30 anni. Dal 1991 ad oggi ha realizzato oltre 35mila progetti nel campo dell’arte e della cultura, per l’ambiente, per la ricerca scientifica e per il sociale. In 30 anni la Fondazione ha donato complessivamente ai progetti oltre 3 miliardi di euro. Un mecenate importante, senza il quale molte iniziative non esisterebbero. La Cariplo oggi è molto impegnata per il contrasto alle nuove povertà, compresa quella digitale e quella educativa dei ragazzi, con iniziative per circa 20 milioni di euro. A Milano è attivo progetto QU.BI, per aiutare 20mila minori in difficoltà. Poi ci sono le iniziative sui territori. Io mi impegno in prima persona per contribuire a raggiungere gli obiettivi che la fondazione si è data. Sono anche membro del ‘Comitato di indirizzo strategico per il fondo a contrasto della povertà educativa’ in rappresentanza del Miur. Si tratta del primo fondo pubblico-privato promosso dalle fondazioni bancarie, le associazioni di categorie e alcuni ministeri tra cui il ministero dell’istruzione. Siamo in un momento cruciale in cui bisogna star vicino alle famiglie e alle persone, il rischio è che le distanze tra chi si sente parte di una comunità e chi ne viene escluso si amplifichino. Ad esempio, i ragazzi senza un accesso all’educazione che passa per il digitale, un pc e la connessione rischiano di essere lasciati indietro e molti abbandonano la scuola”.

Lei è un’attrice molto impegnata nel sociale. Non a caso ha discusso solo pochi giorni fa la tesi di laurea che le è valsa 110 e lode sull’adozione internazionale di sua figlia. Vuole raccontarci la sua esperienza di vita che può essere un esempio per molte persone?

“Ho scelto di puntare su questo argomento per due motivi. Il primo perché dal 2012 ho avviato e nel 2018 concluso il percorso di adozione da single. Molte persone, nel corso degli anni, mi hanno chiesto se davvero in Italia ci fosse questa possibilità. Ho appurato che sul tema c’è molta ignoranza e si tende a fare confusione tra quello che la legge ammette e ciò che è precluso ad un single. In particolare la legge 184 del 1983, che tratto nella mia tesi, è rivoluzionaria in materia di adozioni. L’articolo 44 permette, in casi particolari, di adottare come single. Non è vero che si può adottare solo un bambino che è malato oppure un bambino già cresciuto; si possono adottare quei bambini che per diverse ragioni hanno maggiori difficoltà ad entrare in un percorso adottivo e a trovare una famiglia. Se il single o il nucleo familiare in questione risponde alle caratteristiche previste dal legislatore il bambino può trovare la sua famiglia. In tantissimi mi scrivono per esprimere il proprio desiderio di maternità. In verità io non avevo quel desiderio di maternità; è stata la vita a farmi incontrare mia figlia, una bambina desiderosa di una famiglia. È il bambino che ha diritto una famiglia mentre credo che nessun adulto abbia diritto ad essere genitore. È un concetto forte e molto difficile da accettare. In realtà io non pensavo a tutto questo, passavo da un set cinematografico ad un altro ma poi ho conosciuto Alesia, ci siamo scelte e ci siamo amate”.

Come avvenuto l’incontro con tua figlia?

Ho incontrato mia figlia nel 2012 per caso, lei era una delle bambine di Chernobyl che ho deciso di ospitare per un piccolo periodo estivo perché era rimasta senza nucleo ospitante. È rimasta con me per i primi 90 giorni. Successivamente mi sono recata in Bielorussa per vedere dove viveva. Ho scoperto che versava in stato di abbandono presso l’Istituto ‘La Casa del fanciullo’ di Velike Liotsy che la ospitava e dove per due anni, dal 2016 al 2018 mi sono trasferita e ho insegnato ai ragazzi recitazione. Nel 2018 siamo tornate in Italia da mamma e figlia. Credo nelle ‘Dioincidenze’ ed è stata proprio una di questa a farmi incontrare Alesia. Sono molto contenta che la mia tesi sia stata il mezzo per tenere alta l’attenzione sul tema delle adozioni, oggi fortemente in crisi e che ha portato alla ribalta il ‘Progetto di risanamento’ fra l’Italia e la Bielorussia per i bambini di Chernobyl che ad oggi è bloccato. È importante per questi bambini tornare in Italia sia per purificarsi dalle sostanze nocive che per fare il pieno d’amore. Spero se ne torni a parlare sempre di più e a favore di tutti i bambini”.

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