Vaccino, Bassetti: “La politica decide, nessuna disparità tra le Regioni”

Il professore spiega anche i risultati dello studio italiano da lui condotto insieme al collega Samir Giuseppe Sukkar, sulla dieta chetogenica per i pazienti Covid
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ROMA – ‘Finalmente la politica ha assunto la responsabilità delle sue decisioni su chiusure, aperture e campagna vaccinale, evitando le disparità sulle somministrazioni tra le Regioni: ogni cittadino deve avere la stessa possibilità di essere protetto e di ricevere le stesse cure. Questo è quello che deve fare un grande Paese’. A dirlo è il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova che, interpellato dall’agenzia Dire, spiega anche i risultati dello studio italiano da lui condotto insieme al collega Samir Giuseppe Sukkar, sulla dieta chetogenica per i pazienti Covid che riduce la mortalità, la ventilazione artificiale e anche il ricovero in terapia intensiva, pubblicato sulla rivista americana ‘Nutrition’.

TRATTAMENTI E PROTOCOLLI DI CURA PER IL COVID

‘Siamo stati i primi, a Genova, a sperimentare diverse cure e trattamenti per il Sars-CoV-2, con il remdevisir, il tocilizumab, di cui abbiamo pubblicato i dati, tra i primi a usare il cortisone e ora con Samir Sukkar, direttore della dietetica e nutrizione clinica del San Matteo, siamo i primi ad avviare il protocollo sul trattamento con dieta chetogenica che riduce l’infiammazione e la tempesta citochimica nei pazienti affetti da Covid. Questo protocollo lo abbiamo avviato a marzo dello scorso anno, inizialmente con uno studio ‘in aperto’, di cui i dati sono stati pubblicati sulla rivista ‘Nutrition‘. Ora stiamo conducendo una ricerca con studio randomizzato per validare gli esiti ottenuti sui pazienti ricoverati presso il San Martino, nel primo studio in aperto. Il trattamento con la dieta chetogenica ha riguardato anche pazienti che non potevano nutrirsi o perché in terapia intensiva, e che sono stati quindi alimentati con sacche parentali. Dallo studio, per cui i pazienti hanno firmato un consenso e che è stato approvato dal comitato etico e dall’Aifa, è emerso che la dieta chetogenica ha un effetto sull’infiammazione e ha lo scopo di ridurre la stessa alimentazione dell’infiammazione legata alla tempesta citochimica. Una dieta normale, fatta di glucidi, ha un effetto che contribuisce all’infiammazione, mentre con la dieta chetogenica i pazienti hanno mostrato miglioramenti sia nella riduzione dell’ospedalizzazione che nella dipendenza da ossigeno e quindi un effetto finale sulla riduzione della mortalità, andando ad impattare sulla tempesta citochimica scatenata dall’infezione da Coronavirus’.

Perché avete pensato a questa dieta come possibile contributo al trattamento medico del Covid?
‘L’idea è partita dal collega Sukkar che già dopo pochi giorni dall’inizio della pandemia mi propose di costituire questo protocollo, del resto la dieta chetogenica è già utilizzata per altre patologie. Ricordo che alcuni pazienti, durante la Pasqua 2020, hanno sofferto nel non poter mangiare la Colomba, qualcuno ha sgarrato. Questa dieta, è bene ricordarlo, non è l’unica cura per il Covid, non deve passare il messaggio per cui ‘mi curo con la dieta chetogenica’, è però un trattamento complementare e di supporto nella cura dell’infezione. Non sostituirò mai il cortisone o il tocilizumab nel curare il Covid con la dieta chetogenica. E’ un punto in più che va ad aggiungersi nel grande puzzle per la cura. Non dobbiamo mai guardare al paziente Covid seguendo un protocollo rigido unico per tutti’.

È anche per questa ragione che i protocolli di cura a casa stentano a decollare?
‘Ogni paziente è diverso dall’altro, protocolli standardizzati non aiutano, e quindi può servire spegnere la cascata infiammatoria molto presto con il cortisone e l’interleuchina 6, ma ci sono altri pazienti con una carica virale molto alta e che faranno il remdevisir, altri che non avranno bisogno di questi farmaci ma solo di anti infiammatori e aspirina. Bisogna trattare sia il sintomo che la malattia ma sempre a fronte della situazione specifica del paziente. Sir William Osler, medico, diceva nel 1880 che ‘una delle più importanti prerogative del medico è di educare il popolo a non prendere le medicine’, io aggiungo a non prendere medicine se queste non servono’.

Quindi che uso fare del protocollo sulle cure domiciliari?
‘Serve ma per il medico, non per il paziente: non è il manuale di istruzioni per montare un mobile Ikea. Il protocollo è rivolto a medici ospedalieri e medici di medicina generale ma non può essere uguale per tutti i pazienti’.

RIAPERTURE, VACCINI E RISCHIO CALCOLATO: SBAGLIANO I COLLEGHI, LA POLITICA PRENDE LE DECISIONI

Oltre le cure abbiamo i vaccini: come sta andando la campagna vaccinale?
‘Potrebbe andare meglio ma prima andava sicuramente peggio: siamo arrivati a 360-370mila vaccinazioni al giorno. Un mese eravamo ad una capacità tre volte inferiore, certo è che dobbiamo avere al target di 500mila vaccini al giorno, che vorrei fosse un obiettivo per partire di slancio verso 600-700mila somministrazioni al giorno come in Germania. La decisione presa dal commissario all’emergenza Figliuolo di crescere uniformemente su tutto il territorio mi sembra un’ottima soluzione: noi abbiamo Regioni più virtuose che hanno una potenza di fuoco di tante inoculazioni, ma se dessimo più dosi a chi più ne fa non faremmo un servizio al Paese ma solo un servizio al raggiungimento di un numero. Con la strategia di Figliuolo si evitano disparità tra i territori, dobbiamo dare omogeneità di cure e trattamento a tutti i cittadini. Questo è quello che deve fare un grande Paese’.

La campagna vaccinale riuscirà ad accompagnare le riaperture?
‘I parametri a cui si deve guardare e che sono correlati ad ogni decisione su aperture e chiusure, e quindi i colori delle Regioni, sono stati l’indice Rt, l’incidenza dei contagi e la pressione sui servizi sanitari, ovvero il dato dei ricoveri e delle terapie intensive Covid. Tutte questi indicatori devono continuare ad abbassarsi, grazie anche alla campagna vaccinale, per permetterci di fare il tracciamento, sul quale stavolta non deve sfuggirci più un caso. La riapertura prevista dal 26 aprile non è un meccanismo on-off: abbiamo ancora il sistema dei colori, le attività che si prevede di riaprire sono inserite in una road map, non si riapre tutto subito, tanto che se i dati non andranno bene si tornerà indietro. Il rischio zero non esiste, ci si approssimerà allo zero quando avremo un 75% di popolazione vaccinata, quindi almeno ad ottobre ma la politica ha fatto bene ad assumersi la responsabilità di questa road map. Ha dimostrato di essere mediazione, di saper fare sintesi anche con la valutazione che siamo un Paese a vocazione turistica che ha bisogno di programmare la ripresa per l’estate’.

Ci sono però alcuni suoi colleghi che la pensano diversamente.
‘Come medici dobbiamo dare alla politica i numeri, il sapere scientifico e il nostro parere. Il nostro compito si esaurisce lì, sbagliano i colleghi a sostituirsi alla politica. E’ la politica a dover bilanciare tutti gli aspetti, sanitari, economici, politici, è lei che decide. Quello che ha fatto il Presidente Mario Draghi non è mai stato fatto prima ed è stata un’ottima decisione: per un anno intero le decisioni sono state assunte dal Comitato tecnico scientifico, scaricando sui medici troppe responsabilità. Come medico non ho studiato per decidere se aprire o chiudere i ristoranti ma per offrire la conoscenza scientifica, la decisione spetta alla politica e Draghi si è assunto una grande responsabilità’.

Cosa ne pensa dell’autotest Covid messo a punto dall’azienda austriaca Technomed e che è in commercio anche nei supermercati di alcuni paesi europei?
‘Sono perplesso. Come ogni test per le malattie infettive va valutato nel suo risultato da un addetto ai lavori. Il test in autosomministrazione va bene ma un medico che te lo spiega e che ne valuta gli esiti alla luce anche dei sintomi e dei motivi per cui hai fatto un test è ancora fondamentale’.

Quale scenario per i prossimi mesi?
‘Se continuiamo con 1 milione di somministrazioni ogni tre giorni arriveremo a fine giugno a tra 30-38 milioni di persone vaccinate. Se il clima ci darà una mano, consentendoci di passare più tempo all’aperto e mantenendo le misure di sicurezza, dovremmo arrivare a luglio con una situazione molto più stabile. Ma non devono più esserci interruzioni sui vaccini, nessun blocco sui lotti né sulle forniture. Credo anche che in un paio di mesi se avremo più vaccini da Moderna e Pfizer li faremo agli under 60, altrimenti faremo anche AstraZeneca e Johnson & Johnson, perché occorre avere un’immunità di comunità. Non dobbiamo più guardare indietro ma solo guardare avanti’.

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