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Nuova udienza per Patrick Zaki, possibile sentenza già oggi

manifestazione bologna patrick zaki
Al tribunale di Mansoura riprende il processo contro lo studente egiziano dell'Università di Bologna arrestato 22 mesi fa. Zaki è accusato di diffusione di false notizie per un articolo sulle violenze contro la minoranza copta
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Di Alessandra Fabbretti e Andrea Sangermano

ROMA – Oggi al tribunale di Mansoura, nel nord dell’Egitto, si tiene l’udienza nell’ambito del processo a carico di Patrick Zaki, lo studente egiziano arrestato 22 mesi fa, il 7 febbraio del 2020, con l’accusa di sedizione e che ha già trascorso oltre 650 giorni nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. Nel procedimento, che viene celebrato nella città natia del ricercatore e a cui dovrebbero avere accesso osservatori dalle ambasciate dell’Unione europea e internazionali, si contesta in realtà il reato di diffusione di false notizie in patria e all’estero per un articolo che Zaki pubblicò per il portale online Darraj qualche anno fa. È possibile che una sentenza sia comunicata già oggi.


Nel testo contestato, lo studente esperto in diritti umani e di genere denunciava le violenze a cui la minoranza copto-cristiana è esposta in Egitto. “Non passa mese senza che si verifichino dolorosi incidenti contro i copti egiziani – si legge nelle prime righe del suo lavoro – dai tentativi di sfollamento che avvengono nell’Alto Egitto, ai sequestri, la chiusura delle chiese o altri attentati. Questo articolo è un semplice tentativo di monitorare gli eventi nell’arco di una settimana nella vita quotidiana degli egiziani cristiani”. L’ultima udienza si è svolta il 28 settembre e ha permesso ai difensori del trentenne di ottenere i documenti dell’accusa, per studiare bene il caso e venire a conoscenza dei reati contestati. Quello di “fake news” può costare una condanna fino a cinque anni di reclusione.

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Per sollecitare la sua piena assoluzione, l’organizzazione EgyptWide, nata in Italia dalla collaborazione di giovani sia italiani che egiziani, ha deciso di lanciare la campagna #ElHurreyaPerPatrick (dove “El-Hurreya” vuol dire “libertà” in arabo) per le giornate del 5, 6 e 7 dicembre, che consiste nel sollecitare le persone a registrare dei brevi video in cui, appunto, chiedere “libertà per Patrick”, fare il gesto della colomba con le mani, e poi diffonderli sui social network con il relativo hashtag. “Vogliamo mandare un messaggio preciso” spiega all’agenzia Dire il direttore di EgyptWide, Sayed Nasr, “ossia far capire alle persone che possiamo fare molto di più per Patrick e per le migliaia di prigionieri politici che sono ancora rinchiusi in Egitto“. Gli attivisti denunciano persecuzioni a danno degli esponenti della società civile egiziana e di ogni voce critica nei confronti del governo. Non esistono stime ufficiali dei detenuti per reati di coscienza, ma come afferma Nasr “abbiamo calcolato che potrebbero essere 25.000 quelli odierni, con 100.000 incarcerazioni totali a partire dal 2013″, ossia da quando il generale Abdel Fattah Al-Sisi ha presto il potere con un colpo di Stato.

Quanto al destino del ricercatore, che prima dell’arresto frequentava il primo anno di un master europeo presso la Alma mater studiorum di Bologna, Nasr esprime un cauto ottimismo: “Non è chiaro quello che succederà”. A preoccupare, è il fatto che Zaki sarà giudicato da un Tribunale della Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato (Sssp), ossia una corte speciale militare le cui sentenze non possono essere contestate in appello. “Questo tipo di tribunali – continua Sayed – sono stati istituiti dal governo di Al-Sisi durante lo Stato d’emergenza, che dopo quattro anni è stato revocato di recente. In teoria quindi non esisterebbero più, ad eccezione dei processi già in corso, come quello di Zaki appunto”.

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Il timore è che possa essere comminata una pena a quattro anni di reclusione come già accaduto ad Ahmed Samir Santawy, studente anche lui arrestato in Egitto durante una breve vacanza dagli studi che conduceva in una università di Vienna. Come Zaki, è stato accusato di diffusione di false notizie per aver pubblicato diversi post in cui denunciava violazioni dei diritti umani nelle carceri egiziane e la cattiva gestione della pandemia di Covid-19 da parte del governo. Pochi giorni fa, la sorella di Patrick, Marise Zaki, sui suoi canali social scriveva: “Patrick alla vita chiede solo di poter completare i suoi studi e di viaggiare tanto. Non sappiamo cosa ci attende, ma spero siano cose buone e di poterlo rivedere presto”.

BOLOGNA SI COLORA DI GIALLO PER CHIEDERE LA LIBERTÀ DI PATRICK

La città di Bologna si colora di giallo a sostegno di Patrick Zaki. “Un giallo pieno di speranza – scrive sui social il sindaco Matteo Lepore – è quello che illumina il palazzo del Podestà di Bologna. È il nostro modo, uno dei tanti, per dire a Patrick Zaki che siamo qui ad aspettarlo. Dopo una serie di rinvii, dovrebbe iniziare il processo. Bologna sarà al suo fianco”. Ai Giardini Margherita, dove Amnesty international ha organizzato un presidio per Patrick, prende invece la parola il rettore dell’Ateneo di Bologna, Giovanni Molari: “Attendiamo l’udienza con preoccupazione, sperando ci siano buone novità – dice il rettore – e qualora non ci siano, ripartire immediatamente per continuare a tenere alta l’attenzione è ciò che possiamo e dobbiamo fare in questo momento“.


Il rettore spiega che ci teneva “a essere presente, nonostante la giornata complicata da impegni istituzionali. La vicenda di Patrick mi sta a cuore, ma credo debba stare a cuore a tutti, per due ragioni: la prima, per il caso e per la persona in sé; la seconda, per ciò che questo rappresenta per l’Italia e il mondo. Esiste il piano della politica e della diplomazia, che competono al Governo, ma esiste anche il piano della promozione e della tutela dei diritti, a cui ci richiama lo Statuto dell’Alma Mater“. Secondo Molari, dunque, “continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica è un nostro dovere, in questi anni si è fatto molto ma sarà indispensabile rafforzare questa testimonianza e incrementare gli sforzi. Mi impegnerò in prima persona come rettore, anche nelle sedi politiche”.


Di manifestazione “doverosa e sentita” parla anche Federico Condello, delegato del rettore per gli studenti. “Patrick è un nostro studente – sottolinea – che sta patendo 670 giorni di ingiustificata prigionia. Dobbiamo batterci per lui, il rispetto dei diritti fondamentali della persona che è il nostro valore preminente. Nostro improrogabile dovere è tenere accesi i fari sul buio delle prigioni egiziane, cercare di tenere sempre di più alta l’attenzione”. Al presidio ai Giardini Margherita erano presenti un centinaio di persone. Agli interventi istituzionali si sono alternati momenti musicali e artistici, da parte di chi ha aderito alla campagna a favore della libertà per Zaki.

Presente anche Alessandro Bergonzoni, che ribadisce la richiesta di concedere la cittadinanza italiana a Patrick. E critica il Governo: “Perché non sono stati chiusi i rapporti economici e non sono stati chiusi i ponti con l’Egitto? La politica deve svegliarsi, non si può essere succubi di chi dice che non vuole ingerenze. È adesso il tempo di agire, che non si dica dopo che si poteva fare di più. C’è un timore reverenziale, c’è sempre la finanza davanti alla persona. Noi siamo qui con Amnesty perché quella dello Stato italiano non diventi una ‘amnesy’. Spero che in maniera sottocutanea qualcosa si stia muovendo, io non posso sentirmi libero finché Patrick non sarà libero“. In Consiglio comunale interviene invece Rita Monticelli, docente di Zaki e consigliera comunale Pd. “Col tempo la questione si fa più nebulosa – avverte – la speranza è che il giudice riconosca l’infondatezza delle accuse. Se così non fosse, non ci sarebbe appello”. Critico Detjon Begaj di Coalizione civica. “Non si possono barattare i diritti umani per gli accordi economici”, attacca.

AMNESTY: “SE CONDANNATO, DRAGHI CHIEDA LA GRAZIA”

“Temiamo il peggio, speriamo il meglio”. Così Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, sintetizza l’attesa per la nuova udienza del processo contro Patrick Zaki. Amnesty ha organizzato una nuova manifestazione per Patrick ieri pomeriggio a Bologna, ai Giardini Margherita. Oggi, spiega Noury, potrebbe esserci l’ennesimo rinvio, potrebbe arrivare una condanna o anche la libertà per Zaki. Se “Patrick verrà condannato – mette in chiaro Noury – la nostra campagna proseguirà. E se si arriverà a chiedere la grazia, vogliamo che su quell’atto ci sia anche la firma, politica, del premier Mario Draghi. È veramente il momento che l’Italia, con tutte le sue istituzioni, dice che quella di Patrick è anche una storia italiana“.


Secondo il portavoce di Amnesty, del resto, “anche un solo giorno di carcere per Patrick è stato troppo. Speriamo di non arrivare oltre, perché il 7 gennaio è il Natale dei copti e vorremmo che Patrick lo festeggiasse con i suoi. Il 7 febbraio saranno due anni dal suo arresto e vorremmo non arrivare quel giorno a fare un’altra manifestazione. Il 7 febbraio 2022 vorremmo essere di nuovo qui con Patrick, e non senza”. Per l’accusa di aver diffuso notizie false, ricorda Noury, Zaki rischia fino a cinque anni di carcere. Poi ci sono le altre accuse che gli sono state formulate nel corso del 2020, tra cui anche quelle per terrorismo e di aver attentato alla sicurezza nazionale, che “sono sospese – precisa Noury – non sono state annullate. Quindi tra i mille scenari c’è anche quello che poi ci siano altri processi per Patrick, o che decadano. È tutto imponderabile”.


Nel frattempo Zaki è stato trasferito nel carcere di Mansoura, dove oggi si celebra il processo. E non avrebbe subito altri maltrattamenti. “La notizia delle torture non è stata confermata, anzi è stata smentita dalla famiglia – precisa Noury – E questa è la cosa più importante. Circolano tante voci, non che il trattamento di questi venti mesi in carcere sia stato tenero. Ma almeno questa volta pare che durante il trasferimento non sia successo nulla”. La speranza dunque è che “il giudice stabilisca ciò che tutti noi aspettiamo, cioè che c’è stato un errore e che Patrick sia riconosciuto innocente. I giudici non perderebbero la faccia se ammettessero l’errore“.


Quindi, sintetizza Noury, “temiamo il peggio, ma speriamo il meglio. La realtà è che molti dei processi celebrati dal tribunale d’emergenza, come quello di Zaki, non solo durano poco, ma spesso terminano con delle condanne. Questo però non significa che dobbiamo essere disperati, ci può sempre essere un’eccezione. Giorni fa il fondatore della ong con cui Patrick collabora è stato graziato dall’accusa di aver insultato la commissione elettorale: rischiava tre anni di carcere, non gli sono stati dati. Ogni tanto arriva qualche segnale, speriamo che ci sia una continuità con Patrick”. Dalle istituzioni italiane, intanto, “ci vengono date le solite risposte – allarga le braccia il portavoce di Amnesty – da ultimo è stato creato questo termine: silenzio operativo. Potrebbe sembrare un ossimoro, ma speriamo che invece si stia lavorando nelle relazioni bilaterali in forma non pubblica per ottenere un risultato”, conclude Noury.

L’AMICO DI PATRICK: “NON È STATA FATTA ABBASTANZA PRESSIONE INTERNAZIONALE”

Non è stata fatta abbastanza pressione a livello internazionale sul governo egiziano a favore della liberazione di Patrick Zaki. A muovere la critica è Mohammed Hazem Abbas, amico di lunga data dello studente egiziano dell’Alma Mater di Bologna, in carcere a Il Cairo da 22 mesi. Anche Abbas era presente ieri pomeriggio ai Giardini Margherita per il presidio organizzato da Amnesty international a sostegno di Zaki. “Abbiamo ancora un po’ di speranza – dice Abbas – siamo qui tutti insieme per provare a mettere pressione sul Governo, anche se non siamo molto fiduciosi del fatto che cambi qualcosa“. Secondo l’amico di Patrick, infatti, “non c’è stata abbastanza pressione internazionale sul governo egiziano: è necessario che aumenti. Il Parlamento italiano ha deciso di dare la cittadinanza italiana a Patrick, ma il Governo non ha dato esecutività alla legge”.

Abbas continua a essere preoccupato per le condizioni di Zaki, che è stato trasferito nella prigione di Mansoura, dove si celebrerà il processo e dove “era già stato maltrattato in passato”, ricorda l’amico dello studente egiziano. Patrick, spiega ancora Abbas, in cella “dorme per terra, ha problemi alla schiena e alle ginocchia, per non parlare del suo stato mentale che si sta deteriorando. Speriamo che finisca presto questo incubo“.

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