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Patrick Zaki in tribunale: “Grazie Italia, non dimenticatemi”

Le parole dello studente ai reporter. Tra i reati che gli vengono contestati c'è l'attività terroristica
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ROMA – “Torno presto. Voi non dimenticatevi di me“. È il messaggio che Patrick Zaki dalla gabbia del tribunale di Mansoura è riuscito a consegnare ieri giornalisti, nel corso della seconda udienza che lo vede imputato per diffusione di false notizie. Tra loro c’era Francesca Caferri, inviata di Repubblica, che è riuscita a chiedergli se si ricorda ancora la ligua italiana: “Sì, così così. Io studio”, ha risposto lo studente, che fino al suo arresto, oltre venti mesi fa, viveva a Bologna, dove era andato per frequentare un master europeo in diritti di genere presso la Alma Mater Studiorum.

“Il Bologna calcio non sta andando tanto bene, lo sapevi?” ha chiesto ancora la cronista, “Sì, Sì”, ha replicato lui. Zaki ha assicurato di sapere anche che il suo volto si trova in tante città italiane: ai presidi organizzati per chiederne il rilascio, nelle aule universitarie e nelle sedi di quei comuni che hanno deciso di accordagli la cittadinanza italiana onoraria in attesa che la proposta presentata dal Parlamento inizi il suo iter. “Grazie davvero a tutta l’Italia” ha detto, e secondo chi lo ha visto, il volto è smagrito, ha la barba e i capelli lunghi, raccolti in un codino.

“Sto bene. Non si sta tanto male qui” ha detto, e intanto per tutta l’udienza – durata in realtà pochi minuti – non ha distolto lo sguardo dai banchi dell’aula dove sedevano gli amici, i genitori e la sorella minore Marise. Quest’ultima ieri, poche ore prima dell’udienza, su Facebook ha lasciato una preghiera: “Dio, fa che vada tutto bene”. Dopo, quando il giudice ha annunciato il rinvio al 7 dicembre, è tornata a scrivere: “Perché questa snervante attesa? Perché tutto questo tempo? Dio concedici la saggezza”.

I CAPI DI IMPUTAZIONE PER PATRICK ZAKI

Il rinvio è stato richiesto dagli avvocati di Zaki per avere il tempo necessario per studiare il fascicolo contenente le accuse, dal momento che ancora non lo avevano mai ottenuto. Dai documenti – stando a quanto riporta ancora Repubblica citando i legali del ricercatore – emergono ben sei capi d’imputazione: non solo i due reati di diffusione di false notizie in Egitto e all’estero, a causa di un articolo pubblicato su internet nel 2019, tre relativi alla destabilizzazione dell’ordine pubblico attraverso la diffusione di notizie su internet, e infine il sesto, di cui non si aveva notizia: appartenenza a un gruppo terroristico, che sarebbe stato aggiunto pochi mesi fa.

Per ora il tribunale d’emegenza per la Sicurezza dello Stato di Mansoura, che si pronuncia su reati monori, è chiamato a decidere sulle prime due imputazioni, e per questo gli avvocati si aspettano una sentenza in tempi brevi. Quanto agli altri reati, più gravi, si dovrà attendere la fine di questo procedimento, a meno che il giudice in aula non decida diversamente. In Egitto, le sentenze dei tribunali speciali non sono appellabili.

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