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A Bologna lo sport ripudia la guerra a partire dalle parole: nè ‘attaccanti’ nè ‘cannonate’ o ‘bombe’

A Bologna dall'8 al 10 luglio la prima edizione dei Giochi antirazzisti, che con la guerra alle porte fanno piazza pulita dei clichè 'militari' spesso utilizzati nello sport

07-07-2022 18:09
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BOLOGNA – Con la guerra vera alle porte dell’Europa, lo sport prova a spogliarsi dei “clichè” bellici e perfino del linguaggio plasmato su quello militare: niente “attaccanti” e “difensori”, nè “bombe” o “cannonate”. Succede a Bologna, dove da venerdì a domenica si svolgerà la prima edizione dei Giochi antirazzisti. Un “festival contro contro le discriminazioni e tutte le guerre”, che andrà in scena al centro sportivo Bonori con il supporto e la partecipazione di diverse realtà come Arci, Arci solidarietà, Estragon e Bologna rugby.

Il festival si propone infatti come “un arcipelago di varie isole, cioè varie associazioni e realtà che collaborano insieme per arrivare a realizzare una manifestazione unitaria”, spiega Carlo Balestri dell’associazione Giochi antirazzisti. Sono 80 le squadre iscritte ai tornei di calcio a sette, pallavolo, basket e rugby a cui si affiancheranno anche esibizioni di lotta greco romana, giochi da tavolo, capoeira, skateboard e quidditch. In programma anche proiezioni, concerti e momenti di riflessione: ci saranno ad esempio un reading de Lo Stato Sociale e un dibattito sulla “disparità di trattamento” nei confronti dei profughi che arrivano in Italia da diverse parti del mondo.


Tra gli appuntamenti anche l’evento [email protected] in campo con la ragazza blu”: ovvero una partita “a sostegno dei diritti delle donne in Iran (e non solo)“, organizzata per ricordare in particolare “l’estremo sacrificio fatto da Sahar Khodayari, tifosa iraniana dell’Esteglal di Teheran, che è morta dopo essersi data fuoco perché condannata a sei mesi di reclusione per essere entrata di nascosto a vedere una partita della sua squadra del cuore”, ricordano gli organizzatori del festival.

In questa cornice, “pensiamo che sia assolutamente necessario depotenziare il linguaggio di guerra partendo dagli strumenti che abbiamo e cioè lo sport, la cultura e la musica”, sottolinea Balestri: “Lo facciamo in maniera principale con lo sport perchè quello moderno è nato proprio come metafora della guerra” e questo ambito, comprendendo anche il tema del linguaggio, è “un filone educativo molto interessante da esplorare”.

LE SQUADRE CHE SI AUTO-ARBITRANO

Ne è nato un laboratorio che si è occupato di sensibilizzare le squadre partecipanti e anche di scrivere anche le regole da applicare nelle partite, “per stemperare l’agonismo e la competizione eccessiva”, spiegano gli organizzatori. Ad esempio, le squadre dovranno “auto-arbitrarsi” e le figure denominate “responsabili di campo” interverranno solo se non dovessero riuscirci. Oppure, potrà essere assegnato un punto extra alle squadre che perdono la partita ma mostrano una spiccata “eterogeneità”. Nel caso una squadra dovesse apparire troppo inferiore all’altra, poi, ci si potrà mettere d’accordo per far entrare qualche giocatore in più.

IL GIOCATORE ‘VAGANTE’

Nel calcio, inoltre, al primo fallo cattivo e intenzionale sarà subito rigore, indipendentemente dalla zona del campo; al secondo, la squadra perderà la partita a tavolino. Previsto anche il giocatore “vagante” che, per disabilità o età precoce, non è pienamente consapevole delle dinamiche del gioco e quindi non potrà essere pressato dagli avversari. L’Arci partecipa al festival perchè “siamo convinti che lo sport popolare sia assolutamente uno strumento di emancipazione e lotta al razzismo attraverso il quale lavorare sul piano dell’integrazione”, sottolinea la presidente Rossella Vigneri.

“Chi si occupa di accoglienza in questa città non può non rendersi conto che al di là di dare un posto dove dormire e tutti i servizi utili per far sentire accolte le persone che arrivano- aggiunge Vigneri- serve davvero coinvolgere la città e costruire con le cittadine e i cittadini reti di accoglienza che favoriscano l’integrazione”.

Per Bologna rugby è stato “naturale aderire, sia perchè il rugby è uno sport inclusivo per eccellenza- afferma il dirigente Lucio Bini- sia perchè la nostra esperienza con Giallo Dozza, la squadra creata in carcere, già veniva incontro e sposava pienamente questi valori”. Il dibattito sull’accoglienza servirà a “mettere in luce le differenze che ci sono. Senza nulla togliere ai diritti che giustamente vengono riconosciuti ai rifugiati ucraini, vogliamo mettere in evidenza che questi stessi diritti devono essere estesi a tutti”, sottolinea Simone Reale di Medici senza frontiere.

“Nel mio Paese è da 42 anni che i diritti delle donne non esistono più e la cosa che più disturba è il silenzio sulla situazione reale in Iran”, afferma Sohyla Arjmand dell’associazione Donne per Nasrin, presentando l’evento dedicato a Sahar Khodayari. Obiettivo del festival “non è solo promuovere i vari sport come gioco ma anche valorizzare i processi sociali che ci sono prima e dopo la partita: significa fare dello sporto uno strumento di emancipazione e cooperazione sociale”, aggiunge Tommaso di Hic sunt leones – Footbal antirazzista.

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