Calcio, Facchetti racconta San Siro: “Uno stadio con un’anima”

San Siro
Il figlio del compianto Giacinto, bandiera dell'Inter e della Nazionale, ha pubblicato un nuovo libro, 'C'era una volta a San Siro. Vita, calci e miracoli'
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ROMA – Abbattuto o rimodernato. Un dilemma amletico avvolge il futuro dello stadio di San Siro. Sul futuro dell’impianto ci sono anche grandi artisti che si sono espressi, avendo tenuto qui tantissimi concerti di successo. Come Bruce Springsteen, che nel 2022 tornerà per altre tre date: “Ha un’anima, tremendo se sarà abbattuto”, sono state le parole del Boss.

Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda Gianfelice Facchetti. Il figlio del compianto Giacinto, bandiera dell’Inter e della Nazionale, ha pubblicato un nuovo libro, ‘C’era una volta a San Siro. Vita, calci e miracoli’, con cui ripercorre la storia di quello che è considerato un tempio del calcio italiano: “In questa assenza di pubblico, siamo andati oltre con la memoria, per recuperare un po’ di calore– ha detto all’agenzia Dire- Ci siamo riappropriati di cose vissute.

L’idea era di dare voce allo stadio, gli ho fatto raccontare le sue gesta più belle. È uno stadio con un’anima, io ci parlo dandogli del tu. È casa mia”. Un impianto che per lui è stato una conquista, avvicinato con l’illustre padre un po’ alla volta: “La mia prima partita? Non fu il derby e neanche Inter-Juve- ricorda- Nell’iniziazione con cui mio padre mi ha avvicinato allo stadio, quelle partite in cui gli animi si sarebbero scaldati sarebbero arrivate dopo”.

Tanti i ricordi legati allo stadio, ma non solo con l’Inter protagonista. Anzi. Come quella volta del Milan impegnato a giocare la partita che gli avrebbe permesso di vincere lo scudetto della stella. Una partita che tardava a iniziare per motivi di ordine pubblico: in caso di sconfitta a tavolino, i rossoneri non avrebbero vinto il titolo. In questa confusione tra spalti e campo, con la partita che ancora non iniziava, un tifoso milanista, ricorda Facchetti, “scavalcò le recinzioni ed avvicinò Rivera al centro del campo e gli disse ‘questa gara va giocata, sono venuto da Reggio Calabria per vederla!'”.

E poi ancora un doppio ricordo legato al padre: “All’inizio fu beccato da una parte della tifoseria, perché qualche giornalista scrisse che uno con due gambe così lunghe non poteva giocare a calcio”. E poi “Inter-Liverpool del 1965, la semifinale di Coppa dei Campioni. L’Inter doveva recuperare dal 3-1 dell’andata, quella sera prima di arrivare la squadra sentiva un fremito, un calore che arrivava da questo catino, una forza di cui calciatori si erano caricati, per quella che sarebbe diventata una grande impresa”. I nerazzurri, infatti, vinsero 3-0, ribaltando il risultato dell’andata.

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