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Covid, la preoccupazione tra i lavoratori indiani del Lazio: “Abbiamo paura di perdere il posto”

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Gurmuk Singh, presidente della comunità laziale spiega che c'è anche un paradosso: "Chi vive nel mio Paese d'origine è molto preoccupato per quanti sono residenti in Italia"
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ROMA – “È passato un anno dall’inizio della pandemia e fino ad oggi non ci eravamo mai trovati a vivere una situazione simile. Nonostante il coronavirus stiamo lavorando con grande attenzione, perché i ragazzi impegnati nelle aziende devono poter raccogliere frutta e verdura nei campi e devono poter lavorare nelle stalle nella massima sicurezza possibile. La loro tutela si riflette sulle aziende stesse e sul loro futuro. Anche i datori di lavoro si stanno impegnando per garantire a tutti la massima sicurezza possibile. I ragazzi sono molto preoccupati sia per quello che sta accadendo che per il proprio lavoro, perché hanno paura di perderlo. Siamo molto legati l’uno con l’altro e ogni giorno facciamo tutto il possibile per aiutarci e per garantire un futuro degno alle nostre famiglie”. Così, raggiunto al telefono dall’agenzia Dire, Gurmukh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio, che solo a Latina conta 15.000 persone, 30.000 nella regione Lazio, mentre, secondo il ‘Rapporto comunità indiana in Italia del 2019’ del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sono 162.893 i cittadini indiani regolarmente soggiornanti in tutta Italia. Di questi, il 41,2% sono donne, il 58% è rappresentato da uomini, con il 54,6% che ha un’età inferiore ai 35 anni, mentre sono 37.039 i minori di 18 anni. È pari al 56,6% il tasso di occupazione (83,5% maschile, 16,5% femminile), con l’agricoltura in vetta (36,5%), seguita da industria (24,3%), servizi (21,5%) e commercio (17,8%). Molto elevato il tasso di inattività femminile, che tocca il 76,3%, mentre il 48,8% è rapresentato da lavoratori manuali non qualificati. Sul fronte della permanenza in Italia, il 60,3% è costituito da soggiornanti di lungo periodo, mentre il 40,7% riguarda permessi a scadenza. I cittadini indiani sono residenti in Italia soprattutto per motivi familiari (49,7%) e per lavoro (38,6%), l’11,8% si riferisce, invece, ad altri motivi. Per quanto riguarda la distribuzione geografica, la comunità indiana è presente soprattutto in Lombardia (31,4%), percentuale che scende al 20,3% se si prendono in esame i residenti indiani nel Lazio.

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Proprio una delle province laziali, la città di Latina, è diventata involontaria protagonista della vicenda che vede trecento braccianti indiani arrivati nelle ultime due settimane dal loro paese di origine, molti dei quali devono essere sottoposti al test anti covid. In questi giorni Terracina, Fondi, San Felice Circeo, Pontinia, Latina, Sabaudia e tutti i comuni del basso Lazio sono molto attenti e stanno facendo tamponi a tappeto tramite le Asl. “Proprio ieri- racconta Singh- ho avuto un incontro in videoconferenza con il prefetto di Latina, con i sindaci della zona e con il direttore della Asl ed è stato ribadito che tutti devono presentarsi per sottoporsi al test anti covid, non devono avere paura. E questo vale sia per quelli che hanno i documenti che per quelli che ne sono sprovvisti, per chi è regolare e per chi, invece, non lo è: tutti devono fare il tampone e sono certo che tutti lo faranno”.

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Gurmuk Singh, 48 anni, da 30 in Italia, è sposato e ha due figli. Ha lasciato Jalandhar, città dello stato federato del Punjab, per trasferirsi nel nostro paese e trovare una vita migliore. Oggi ha un negozio di alimentari a Latina ma di strada ne ha fatta prima di diventare presidente della comunità indiana. Singh, infatti, ha lavorato duramente in un’azienda agricola fin da quando aveva 15 anni e dopo altri 15 è riuscito ad aprire la propria attività. Tornerebbe in India per trascorrere gli ultimi anni della propria vita? No – risponde deciso – qui in Italia ho la mia casa, il mio negozio e la mia famiglia, tranne mio fratello agricoltore, rimasto a Jalandhar. E poi – quasi sorride -i miei figli, che sono nati qui, non me lo permetterebbero mai”.

Il presidente della Comunità indiana del Lazio torna invece serio e usa poche e dure parole quando si sofferma sui motivi che hanno portato l’India in condizioni drammatiche per numero di vittime e contagi da coronavirus. “Tutta colpa della politica. Il covid doveva essere fermato prima -afferma -ma questo è il frutto delle scelte della politica, il governo di Nuova Delhi doveva muoversi con anticipo. Ovviamente tutto ciò che stiamo vedendo in India deve essere attribuito anche alle persone, che fin dall’inizio della pandemia avrebbero dovuto comportarsi bene e avere atteggiamenti di maggiore attenzione, perché prima nessuno voleva vedere il covid ma ora, con i morti per le strade delle città, tutti sono preoccupati e ne hanno grande paura”. Gurmuk Singh tiene infine a sottolineare un aspetto che lega la comunità indiana a quella italiana, entrambe residenti nel basso Lazio: “Questo è un territorio estremamente tranquillo – conclude – tutti, indiani e italiani, siamo grandi lavoratori e siamo molto integrati. Credo che l’errore sia stato associare il termine ‘indiano’ a questa variante del covid, perché da noi non esiste. È questo che ha creato la maggiore paura tra i nostri ragazzi e tra gli italiani. Una paura che si riflette anche in India quando si leggono notizie come queste provenienti dall’Italia: chi vive nel mio Paese d’origine è infatti molto preoccupato per quanti, invece, sono qui residenti“.

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