Rezza: “Contro le varianti vaccinazioni di massa. Gli stadi? No ad aprirli”

giovanni rezza
"I raduni di massa vanno assolutamente evitati"
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ROMA – Dalle possibili ‘riaperture’ di attività nel nostro Paese, da qui all’estate, tra ristoranti la sera, cinema e teatri ma anche stadi, al pericolo delle varianti da contrastare prontamente con zone ‘rosse locali’ all’interno delle regioni. Dalla necessità di ottenere più forniture di vaccini per rallentare la velocità di circolazione del virus, all’ipotesi, che potrebbe presto concretizzarsi, di somministrare una sola dose a chi ha già contratto l’infezione ed è guarito da oltre sei mesi, fino all’eventualità di assumere provvedimenti nei confronti di medici o infermieri che rifiutano di sottoporsi al vaccino. Ha parlato di questo il direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute, Giovanni Rezza, nel corso di un’intervista video rilasciata all’agenzia Dire a margine della conferenza stampa sull’analisi dei dati del monitoraggio settimanale della Cabina di Regia.

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“STADI? RADUNI MASSA VANNO ASSOLUTAMENTE EVITATI”

Tra le forze di governo, in questi giorni, si sta discutendo su possibili riaperture: dai ristoranti la sera, ai cinema e ai teatri, mentre qualcuno suggerisce addirittura di far tornare i tifosi allo stadio, con capienze limitate, perché è meglio tenere ‘sotto controllo’ all’interno di una struttura che lasciare che si crei un assembramento all’aperto. Può farci un po’ di chiarezza? A chi va il semaforo verde e a chi quello rosso? “È difficile dirlo, anche perché i semafori verdi e rossi sulle riaperture toccano alla politica in termini decisionali. Quello che noi possiamo fare è monitorizzare la situazione e, a seconda di quello che è il livello di rischio, favorire o meno queste decisioni. Ci sono attività che probabilmente possono essere svolte con una certa sicurezza, soprattutto se si mettono in atto protocolli precisi e se vengono rispettate regole chiare. Altre attività che creano aggregazione, invece, come quando parliamo di una marea di tifosi che vanno allo stadio, vanno assolutamente evitate. In quel caso siamo di fronte a quello che può essere considerato un raduno di massa. È il caso di valutare le riaperture volta per volta, prendendo decisioni sulla base di protocolli ben definiti, evitando però sempre che queste riaperture possano generare una situazione di abbassamento del livello di guardia e favorire delle aggregazioni che sono particolarmente pericolose in termini di rischio di diffusione dell’infezione”.

“SERVONO VACCINAZIONI MASSA IN ZONE ‘ROSSE LOCALI’”

Nei giorni scorsi lei ha allertato la comunità sul pericolo delle varianti, spiegando che è necessario arginarle con zone rosse all’interno delle Regioni. Al momento le misure messe in campo, secondo lei, sono sufficienti o sarebbe necessario prevedere ulteriori restrizioni, magari uguali per tutto il Paese? “Nel Paese bisogna tenere una fascia piuttosto omogenea di mitigazione, cioè non si possono totalmente allentare quelle misure che servono a tenere bassa la velocità di circolazione virale, anche perché abbiamo un’incidenza ancora piuttosto elevata e un tasso di occupazione delle terapie intensive che, anche se è al di sotto della soglia critica del 30%, è pur sempre del 24% e quindi siamo poco al di sotto. Si può e si deve, all’interno di regioni che possono essere gialle o arancioni, agire più prontamente laddove ci sono dei focolai particolarmente intensi o laddove ci sono delle varianti che possono destare una maggiore preoccupazione. È in quei casi che bisogna implementare e mettere in atto le cosiddette ‘zone rosse locali’, cioè zone che vengono sostanzialmente circondate, dalle quali non si può facilmente uscire ed entrare e all’interno delle quali si prendono dei provvedimenti di distanziamento fisico fra le persone. Questo per far sì che il virus circoli di meno all’interno di quella zona rossa e che tenda a non fuoriuscire dalla zona stessa. Naturalmente si tratta di casi eccezionali, di misure che vengono prese nel caso in cui ci siano delle varianti preoccupanti o dei focolai particolarmente intensi. Sempre in quel caso, oltre a contenere si può anche fare una vaccinazione di massa, per cercare di limitare ancora di più la circolazione del virus. Lo slogan deve essere ‘contieni e vaccina’”.

“PIÙ FORNITURE DI VACCINI, ALTRIMENTI NON OTTENIAMO OBIETTIVI”

Al momento l’arrivo, o meglio il ritardo dei vaccini, desta preoccupazione. Quale è la road map da qui all’estate? Possiamo immaginare, tra vaccini e temperature più miti, di andare in vacanza? “Ci vogliono più vaccini. Ne abbiamo tre e il quarto probabilmente arriverà durante il mese di aprile, perché l’autorizzazione da parte dell’agenzia regolatoria è attesa per metà marzo, ed è quindi previsto che nel secondo trimestre dell’anno aumentino molto le dosi di vaccino. E questo è un punto cruciale, perché noi possiamo avere anche l’organizzazione migliore del mondo, ma se poi non c’è un numero sufficiente di vaccini disponibili non possiamo ottenere gli obiettivi. L’obiettivo è quello di coprire con la vaccinazione gran parte della popolazione a partire dai più fragili e dai più esposti, come è stato fatto, per arrivare alle categorie essenziali e quindi ad una vaccinazione universale. Solo così possiamo rallentare la velocità di circolazione del virus. Aumentare la fornitura dei vaccini è allora particolarmente importante e reperirli è un nodo fondamentale. È necessario organizzarsi al massimo per vaccinare il più ampio numero di persone possibili e nel più breve tempo possibile”.

“IDEA È DOSE UNICA DI VACCINO PER GUARITI CON O SENZA SINTOMI”

Somministrare una sola dose di vaccino a chi ha già contratto l’infezione ed è guarito da oltre sei mesi. L’ipotesi, di cui si parla già da tempo anche in Europa, potrebbe concretizzarsi. Restano però due passaggi chiave: da quando iniziare a contare i sei mesi? E poi, la dose unica va somministrata solo ai sintomatici o anche a chi non ha avuto sintomi? “Credo che l’idea sia quella di vaccinare quelle persone che abbiano avuto un’infezione con o senza sintomi, confermata all’epoca, e dopo almeno sei mesi. Questo perché nei primi sei mesi probabilmente sono molto protette e dopo sei mesi potrebbero non essere protette più dall’infezione naturale. Queste persone avrebbero bisogno solo di un booster, quindi di un’unica dose, ed è inutile vaccinarle con due dosi come si fa invece per le persone che non abbiano avuto un’infezione confermata”.

OBBLIGO PER MEDICI? “NON NECESSARIO, DOMANDA SUPERA OFFERTA”

In Galizia multe a chi rifiuta il vaccino, mentre in Vaticano la vaccinazione è su base volontaria ma la Santa Sede prevede per chi si rifiuta “conseguenze di diverso grado” fino al licenziamento. Cosa ne pensa dell’ipotesi di assumere provvedimenti nei confronti dei medici o degli infermieri che rifiutano il vaccino? “Fino ad ora fortunatamente non c’è stato bisogno di una vaccinazione obbligatoria perché c’è una forte domanda di vaccini, anzi, la domanda di vaccini supera l’offerta. Si può considerare una vaccinazione obbligatoria solo nel momento in cui si è sicuri di poter offrire tanto vaccino quanto ce n’è bisogno. Per gli operatori sanitari vaccinarsi non è solo un diritto ma anche un obbligo morale e allo stesso tempo deontologico, per proteggere sé stessi ma anche gli altri. Spero non si debba ricorrere a forme di coercizione”.

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