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Turchia, al via il processo ai giornalisti del quotidiano Cumhuriyet

Quello che inizia oggi ad Istanbul è un processo simbolo degli attacchi ai giornalisti e alla libertà di informazione in Turchia
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ROMA – “Quello che inizia oggi ad Istanbul è un processo simbolo degli attacchi ai giornalisti e alla libertà di informazione in Turchia, e rappresenta anche una palese ritorsione contro coloro che criticano il governo”. A parlare all’agenzia DIRE è Antonella Napoli, giornalista ed esperta di diritti umani, presente ad Istanbul nel giorno in cui ha iniziato la prima delle tre udienze del processo a 18 dipendenti del quotidiano Cumhuriyet. Cumhuriyet – che in turco vuol dire ‘Repubblica’ – fondata nel 1924, più di recente è divenuta nota per aver realizzato un’inchiesta sull’invio di un carico di armi dal governo turco a un gruppo armato in Siria. Ecco perché si tratterebbe “di una ritorsione.

Oggi, sul banco degli imputati figureranno 18 persone: non solo redattori, ma anche collaboratori, vertici editoriali e addirittura avvocati del consiglio di amministrazione

E’ un processo al giornale. E tutti rischiano dai 15 ai 43 anni di reclusione”. Antonella Napoli parteciperà alle udienze come osservatore esterno, fino alla sentenza fissata per il 27 aprile, per conto della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e Articolo 21: “siamo una rete di giornalisti ed esperti appartenenti a oltre 20 tra le più importanti organizzazioni internazionali a tutela della libertà di stampa ed espressione, per testimoniare che cosa avverrà in quell’aula, con carta e penna”. Perché in alcuni casi “prima di entrare ci chiederanno di lasciare fuori smartphone, tablet e fotocamere digitali”.

Dal fallito golpe di luglio 2016 in Turchia, prosegue Antonella Napoli, “si è registrata una decisa stretta delle autorità contro il mondo del giornalismo e questo procedimento lo dimostra”. Le accuse ai 18 dipendenti i Cumhuriyet vanno “dalla propaganda a favore del gruppo di Fetullah Gulen (l’uomo ritenuto da Ankara a capo del movimento responsabile del tentato colpo di Stato, ndr), a quella di partecipazione ad attività terroristiche nel gruppo di Gulen e del Pkk. Ma già qui- osserva la giornalsita- troviamo la prima contraddizione: gulenisti e Pkk non hanno nulla a che fare tra loro”.

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Per chiarire il punto, la rappresentante di Fnsi e Articolo 21 cita il caso di Ahmet Sik, su cui gravano queste accuse

Sik “una decina di anni fa è già già stato in carcere per un articolo in cui criticava proprio Gulen, nel periodo in cui quest’ultimo era ancora amico del presidente Erdogan”. Inoltre, nell’atto d’accusa formulato dal procuratore “le uniche prove fornite sono i titoli o le frasi degli articoli scritti dai giornalisti. Si contesta insomma la linea editoriale. Mancano altri documenti a sostegno delle accuse. Sono state raccolte delle testimonianze, ma alcune si contraddicono tra loro”.

Non importa se sei vicino o meno al governo di Erdogan: anche un titolo può farti finire in prigione

“Per alcuni degli imputati- dice ancora Napoli- le accuse sono state riviste, quindi rischiano al massimo fino a 15 anni. Ma comunque sarebbe una sentenza troppo pesante per non aver commesso nulla”. Nel paese al primo posto a livello mondiale per giornalisti dietro le sbarre – ben 165 – la settimana scorsa “altre due giornaliste di un’agenzia di stampa vicina ai curdi sono state arrestate, senza che fosse notificato loro nessun atto di accusa. La pratica degli ‘arresti preventivi’ è molto comune. I quotidiani ormai si muovono con cautela. Non importa se sei vicino o meno al governo di Erdogan: anche un titolo può farti finire in prigione”, conclude.

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