Sant’Egidio in Centrafrica: “In prima fila per le cure ai bimbi”

Andrea Riccardi: "Il Centrafrica è un Paese ricchissimo di risorse, ma la cui popolazione è poverissima"
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ROMA – Il Centrafrica sta faticosamente uscendo dalla guerra civile, e tra le tante necessità c’è anche quella sanitaria, in particolare le cure per i più piccoli, perché il Paese “è un mondo di bambini”. Così all’agenzia Dire Paola Germano, coordinatrice del programma Dream della Comunità di Sant’Egidio, attivo in 11 Paesi africani. L’intervista si tiene a margine della conferenza stampa di presentazione, stamani a Roma, della donazione di oltre 300 presidi sanitari al Centrafrica, frutto della collaborazione tra la Comunità, il World Food Programme Italia e la Fondazione Santa Lucia Irccs. “In Centrafrica la situazione sanitaria è difficile. Il Paese sta uscendo dalla guerra ma in alcune zone ancora si combatte” dice la responsabile. Dopo la fase più acuta dell’ultimo conflitto civile, tra il 2013-2015, su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti, circa 1,7 milioni avrebbero bisogno di aiuti immediati per poter sopravvivere. “Dopo la visita di Papa Francesco, che ha attivato una serie di aiuti, la situazione ora è migliorata” sottolinea Germano: “Attraverso l’Ospedale ‘Bambino Gesù’ è stato realizzato un ospedale per i bambini”. Secondo la coordinatrice, il Centrafrica “è un mondo di bambini” e “quindi le necessità sanitarie sono prima di tutto per l’infanzia”. La struttura di Bangui garantisce l’accesso gratuito a servizi di qualità anche per la cura della tubercolosi, del cancro cervicale, delle patologie cardiovascolari, dell’epilessia e del diabete. In tre anni i pazienti seguiti sarebbero stati oltre 3mila. Secondo Germano, però, questo non è sufficiente: “L’ospedale scoppia e fuori restano tanti piccoli pazienti con patologie croniche che attendono di essere curati. Per questo il ministero della Sanità centrafricano ha chiesto aiuto a Sant’Egidio”.

La priorità è raggiungere “altri bambini”, ma “soprattutto formare il personale locale”, sottolinea la coordinatrice, certa che una delle sfide principali sia “la carenza di personale sanitario”, dai medici agli infermieri ai biologi. “Mancano le università per creare queste figure” dice Germano. “Non solo lavoriamo alla creazione di strutture e modelli che il ministero della Sanità possa replicare col nostro aiuto, ma puntiamo anche a formare una generazione di operatori sanitari che possano curare la propria gente”.

Nel corso della presentazione stampa Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, dice: “Il Centrafrica è un Paese ricchissimo di risorse, ma la cui popolazione è poverissima. Per tanto tempo è stato nell’insicurezza, diviso dei conflitti delle milizie armate. Un terzo delle strutture sanitarie sono state spazzate via”. Secondo Riccardi, Sant’Egidio è intervenuto per “riportare la normalità”. “Si parla tanto di migrazioni – continua il fondatore della Comunità – ma noi aiutiamo gli africani perché ci teniamo, non per impedire che vengano da noi. E’ importante che però abbiano una vita normale, dal punto di vista dell’alimentazione, dell’educazione e della salute”. La donazione di oltre 300 presidi, secondo Riccardi, “sancisce un’alleanza solidale, perché la pace dei miei vicini è la mia pace”. Sulla stessa linea il World Food Programme Italia, come assicura il suo presidente, Vincenzo Sanasi D’Arpe: “La nostra organizzazione aiuta gli individui a sviluppare le loro inclinazioni naturali, non solo in contesti di guerra e distrastri ma in modo sistematico. Perché chi vuole, possa lavorare e vivere nel Paese in cui è nato”.

SALVIA: “NELLE CURE FACCIAMO LA DIFFERENZA”

“Non dobbiamo mai pensare che aiutare significhi fare chissà cosa: Bastano gesti semplici che rispondano a necessità immediate. In Centrafrica negli ospedali non hanno letti per dormire e carrozzine per potersi spostare. Piccoli gesti servono per fare grandi cose e assistenza”. Antonino Salvia è il direttore sanitario della Fondazione Santa Lucia Irccs. La Dire lo ha intervistato al termine della presentazione della donazione di oltre 300 presidi sanitari al Centrafrica in collaborazione con World Food Programme Italia e la Comunità di Sant’Egidio.

 

Come hanno spiegato i responsabili, con “presidi” si intendono letti per gli ospedali, carrozzine per spostare i malati o garantire una vita dignitosa ai pazienti che, una volta dimessi dall’ospedale, non possono ancora camminare o hanno perso funzionalità. Donati anche sollevatori, poltrone per eseguire i prelievi o per i famigliari in attesa. “A volte – ha sottolineato Salvia – i pazienti sono costretti a dormire per terra, oppure vengono trasportati con carriole o altri mezzi di fortuna”. Secondo il direttore sanitario della Fondazione Santa Lucia, si tratta di attrezzature che possono sembrare “banali” ma che, in un contesto in cui la sanità di base arranca, “fanno la differenza”. Per il futuro, ha detto Salvia, è possibile l’invio di attrezzature più complesse, “ma bisogna valutare con attenzione: i macchinari richiedono manutenzione e se questa non è garantita diventa un oggetto inutile. La donazione va calibrata in base anche alle capacità tecniche di chi riceve la donazione. E ora queste condizioni non ci sono”.

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19 Febbraio 2020
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