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Medio Oriente, il reporter di Al Jazeera: “Siamo nel mirino, ma non andiamo via”

Il giornalista britannico Jamal Eishayyal: "Non siamo stupiti dal bombardamento di Gaza, subiamo intimidazioni da anni"
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ROMA – “Assistere al bombardamento della nostra sede a Gaza City è stato terribile ma non ci ha stupito più di tanto: Israele causa regolarmente la morte dei giornalisti, ferisce o arresta. Ciò che stupisce è la comunità internazionale, che da un lato si batte per la libertà di stampa e dall’altro vende armi allo Stato di Israele e non gli chiede di rispondere del proprio operato”. Jamal Eishayyal è un giornalista britannico di Al Jazeera. L’agenzia Dire lo contatta a Doha, dove ha sede il quartier generale dell’emittente internazionale del Qatar, la cui redazione nella Striscia di Gaza è stata bombardata nel fine-settimana. Tel Aviv ha motivato l’abbattimento della torre con la presenza di cellule di Hamas nell’edificio.

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“È un sciocchezza- commenta il cronista- perché se davvero esisteva questo sospetto perché dare un’ora di preavviso prima di bombardare? E poi Al Jazeera è un’emittente seria, accreditata in tutto il mondo: mai avrebbe accettato di lavorare accanto ad Hamas, così come i colleghi statunitensi dell’agenzia Ap o i francesi di Afp”.

L’obiettivo, per Eishayyal, è un altro: “Impedire ai media di raccontare quello che sta accadendo. D’altronde, periodicamente Israele nega l’ingresso agli inviati stranieri nella Striscia. Conosco colleghi stranieri a Gerusalemme e Cisgiordania che ora vorrebbero andare a Gaza ma non possono. L’interdizione è scattata due giorni prima dell’operazione militare”.

Eishayyal stesso non può più tornare dal 2010. “Presi parte alla Gaza Freedom Flotilla e venni arrestato e da allora dichiarato persona non grata”, ricorda il giornalista. L’iniziativa internazionale puntava a rompere l’embargo imposto da Israele sulla Striscia nel 2006 per colpire i movimenti armati, a partire da Hamas, che Tel Aviv considera “terrorista”.

Eishayyal denuncia “intimidazioni” di Israele nei confronti di Al Jazeera. “Già nel 2014 avevano bombardato l’edificio di fronte, danneggiando il nostro – ricorda il cronista – ma stavolta è stato superato un confine, e per giunta senza prove: il segretario di Stato americano Antony Blinken ha chiesto a Tel Aviv di dimostrare la presenza di Hamas nell’edificio e non ha avuto risposta”.
Neanche seguire le attività di Hamas, che ha causato la morte di dieci persone in Israele e lanciato migliaia di razzi oltre il confine, è però scontato. “È un movimento armato e quindi tiene nascosti i suoi piani” dice il giornalista. “L’Occidente però non deve dimenticare che Hamas è un movimento di resistenza nato per porre fine a una occupazione militare e a uno stato di apartheid, come riconosciuto da un recente rapporto di Human Rights Watch o da personalità del calibro di Desmond Tutu”. Un riferimento, questo, all’arcivescovo sudafricano che sostenne la lotta anti-segregazionista di Nelson Mandela.

Quanto alle accuse spesso rivolte all’emittente del Qatar di essere “anti-israeliana” o “anti-sionista”, Eishayyal risponde: “Al Jazeera segue anche la cronaca israeliana e dà spazio a tutto. Ma la segregazione, gli abusi e l’assenza di diritti di cui soffrono i palestinesi sono un dato di fatto. L’uccisione di oltre 200 civili a Gaza negli ultimi giorni sono dati di fatto, così come l’embargo o il bavaglio ai media. La comunità internazionale non può continuare a proclamarsi equidistante di fronte alla violazione di diritti fondamentali”. Ora che non ha più una sede, Al Jazeera lascera Gaza? “Si può fare giornalismo anche senza avere una sede” risponde il reporter. “I nostri colleghi, nonostante temano per la loro sicurezza, non hanno intenzione di andare via”.

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