“Finta Pelle”, il ‘memoir’ di Saverio Fattori tra dipendenze e ossessioni

Un adolescente schiacciato dalla vita in paese, tra tossicodipendenza e i giorni al bar della stazione, insieme agli altri tossicodipendenti. L'adolescente che diventa adulto: stesso paese, un lavoro insignificante: "Ne uscii vivo dal bar della stazione, come la maggior parte di noi, ma nessuno ne uscì felice". E alla droga si sostituisce la dipendenza dal sesso, quello cercato nei siti di appuntamenti. Così il protagonista, Ale67 (è il nickname che usa sul sito) conosce Delphi70, una donna che sembra avere una vita molto più banale, ma che in realtà scivola giorno dopo giorno nello sgretolamento della realtà in cui pensava di vivere. Una storia decisamente estrema, ma al tempo stesso struggente, quella di "Finta Pelle" (Marsilio Editori), ultima opera di Saverio Fattori, un finto memoir che nel finale saprà sorprendere il lettore. . Ma cos'è la dipendenza per Fattori? "C’è una canzone dei Baustelle, gruppo che adoro, 'Betty', che così recita: 'Che cos'è la vita senza Una dose di qualcosa Una dipendenza', che potrebbe essere ben funzionale per una risposta". Insomma, "desideri forti per persone che giocano con la proprio fragilità, la dolcezza dell'arrendersi; in realtà ci si abbandona alle dipendenze quando fondamentalmente non ci piacciamo, quando la retorica del 'Che bello cercare e ritrovare se stessi' non ci convince affatto". Le dipendenze, prosegue Fattori, "servono a distrarci da una realtà che non ci piace, da uno stato delle cose che non ci soddisfa, per colpa nostra o per colpe che attribuiamo più a un contesto, a un sistema. Sta di fatto che per me il termine 'dipendenza' è direttamente correlato al termine 'ossessione', magari sbaglio, ma per me questo è. E le ossessioni in letteratura aiutano, aiutano a trovare nella narrazione una voce interna interessante, che non scada nella correttezza e in un generico buon senso, a uscire da punti di vista banali". "Finta pelle" arriva in un momento in cui si è tornati a parlare di tossicodipendenza, dopo la serie su San Patrignano. In questo libro però si parla di drogati che non hanno avuto nessuna esperienza di comunità. Eppure si sono salvati, o condannati, da soli, la comunità viene identificata, come in 'in un milione di piccoli pezzi', nella sostituzione di una dipendenza con un'altra. "n una mezza paginetta mi occupo dell'aspetto Comunità, ed è una delle parti, incredibile a dirsi, ironiche del libro, liquido insomma la faccenda senza approfondirla, e lo faccio di proposito: Quelli usciti dalle comunità li riconoscevi subito, avevano lo sguardo perso all’orizzonte e bevevano chinotto. Perché già nella Coca-Cola era insito qualcosa di illegale... Ne giravano pochi di questi lobotomizzati, quei pochi arrivavano dalla città, come zombi, scendevano dai treni delle Ferrovie Venete, ci portavano il loro verbo introducendoci alle gioie del chinotto, ma la frase magica era sempre: «Anch’io ero come te.» E tu avresti voluto rispondere: manco per il cazzo. Poi seguiva la conta. Sono pulito da, metti, centoventi giorni, vivo un giorno alla volta. E tu avresti voluto rispondere: sai che bello vivere segnando una × sul calendario, come se l’esistenza fosse una condanna che doveva solo passare, senza gioie, con la sola soddisfazione di assistere da spettatori alla propria vita di merda. Con l’aggravante insopportabile di seguirla lucidi e sobri". Fattori prosegue: "Riconosco di aver trattato la faccenda in modo superficiale, tra l'altro ho davvero amato la docuserie SanPa, ma io nel libro mi occupo dell'eroina come stato delle cose senza curarmi affatto della soluzione, descrivo quello che c'era prima di quel cancello dei miracoli sulle colline riminesi, tratto l'eroina come scelta, seppur sbagliatissima, metto i morti, nel libro almeno tre, in tre diverse modalità, l’eroina ammazzava in vari modi, quindi tratto la disperazione, certo, ma non tratto mai l'eroinomane come 'zombie'". In qualche modo, spiega Fattori, la droga "era una scelta seppur estrema e dilaniante, ma comunque una scelta, si trattava di uscire dalle meccaniche sociali che sembrano esse stesse una prigione. E a metà degli anni Ottanta a volte il giovane tossico non era visto sempre come una sorta di barbone, anzi". Infatti, "ho riportato una certa mitologia del tossico bello e perduto che non arriverà mai all’età adulta e brucerà in fretta. Nel mio libro non c’è redenzione, per questo le comunità terapeutiche non ci potevano entrare". Dunque, "banalizzando ed estremizzando al tempo stesso, il ragionamento di fondo di queste armate Brancaleone di giovani esangui era il seguente: piuttosto che finire nell’istituto professionale dove un’aula è adibita all’insegnamento dell’uso della lima, piuttosto che giocare a boccette con il capo officina il venerdì sera fumando MS con la Golf Turbo Diesel parcheggiata fuori, meglio crepare prima, come Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Sid Vicius… Se non era possibile emularli nel talento li si poteva emulare almeno nelle cattive abitudini fino alla morte, anche se il concetto di morte per una adolescente risulta piuttosto remoto e inconsistente, per questo più che di un istinto suicida parlerei di inconsapevolezza della morte, una sfida al buio". C’è però, ammette l'autore, "un punto di contatto tra SanPa e 'Finta pelle', sta in una testimonianza che forse è passata sotto traccia rispetto ad altre, a quella di Delogu e Cantelli, è un ragazzo di Sassuolo che dice semplicemente che lui vedeva solo due direttrici nella sua vita: finire nella fabbrica di piastrelle (Sassuolo era la capitale mondiale delle piastrelle) o perdersi nell’eroina. E ha scelto la seconda. Addirittura in 'Finta pelle' Ale67 arriva a dire che se l’overdose è una morte, per certi versi anche il contratto a tempo indeterminato lo è. È una provocazione, è la parte profondamente scorretta che percorre il libro". I tossicodipendenti del libro sono descritti quasi con tenerezza, anche se soprattutto nella parte finale, viene fuori in qualche modo la loro ferocia. "Non si tratta- risponde Fattori- di una ferocia che si fa violenza verso il prossimo, quasi mai il tossico era intrinsecamente pericoloso, poteva certo diventarlo in determinati momenti di disperazione, le crisi di astinenza possono essere durissime, ma l'eroina toglie la forza vitale del giovane, quindi lo addomestica in qualche modo, lo rende innocuo, indebolisce il corpo e lo spirito. Io tratteggio vari personaggi, ognuno con una personalità diversa, c'è il capobranco naturale, fino all'ultimo tra i tossici, il ragazzo fragile che si improvvisa spacciatore non per arricchirsi, ma per ricavare la propria dose personale, ma non sa gestire la cosa e crolla. C'erano gerarchie ben chiare come in ogni gruppo, ho cercato di descriverle, volevo che il lettore provasse empatia in registrata, che capisse quelle tribù di giovani fantasmi che uscivano dal mondo dello studio e del lavoro per prendere una tangente così estrema. Certo, il concetto di "amicizia" quando sei preda della più totalizzante delle dipendenze è un concetto piuttosto scivoloso...". Nel libro si respira anche la vita per certi versi ai margini della provincia. "Sì, io mi occupo della provincia dove, ad esempio, la politica dei grandi centri non arrivava affatto, le scelte in provincia erano determinate da abiti, gusti musicali, solo raramente film e libri, la scolarizzazione era sempre piuttosto bassa. L'epicentro di Finta pelle è un bar della stazione, un luogo che è un puntino su una linea ferroviaria che dalla grande città, Bologna, arriva in un comune che poi si apre sul profondo ferrarese, Portomaggiore. Un luogo anche simbolico dove capitano giovani borderline di varie zone, ricorda il Posto Ristoro descritto da Pier Vittorio Tondelli in Altri libertini". Dalle stazioni, insiste Fattori, "si parte e si torna, ma paradossalmente questo luogo era popolato dai tossici, ovvero i più statici tra gli esseri umani. Il mondo gli ronza attorno, come un rumore di fondo, il tossico è nella sua bolla autarchica, piacevolmente insensibile agli affanni di chi accetta le regole sociali. Il giovane tossico gioca con la morte senza capirne davvero il senso, più che altro rifiuta l’età adulta, si barrica. Esisteva addirittura una mitologia dell’overdose, anche in considerazione del fatto che molti personaggi del mondo del rock erano morti presto e in circostanze tragiche, forse inconsciamente ci cercava l’emulazione". Nel libro, in piani temporali diversi, si muove una comunità di tossici e una comunità che si ritrova grazie a un sito di appuntamenti. Quale è la correlazione? "Sono due bolle di dipendenza, bolle che tengono fuori il mondo esterno, buchi neri nei quali sprofondare quando la vita ci ha fregati. Il personaggio maschile, Ale67, si rende conto che il brivido che sente mentre attende Delphi70 in un incontro al buio per fare sesso tra sconosciuti, è lo stesso identico brivido che sentiva quando aspettava 'Il tipo', ovvero il pusher, e di quel brivido si rende conto di averne urgenza, da sempre e per sempre. Delphi70 che ha accettato di incontrarlo in un parcheggio poco distante da una uscita autostradale ha tutta un'altra vita, tutto un altro passato, è una madre di famiglia, ha sempre rigato dritto ed è appena entrata nel sito di annunci erotici, non ha 'colpe', eppure le cose si sono messe male, malissimo, è stata da sempre preda di automatismi che sembrano non contemplare un libero arbitrio. E' lei stessa a definirsi mediocre, ma non lo è affatto, solo la vita se l’è trascinata via". Nel suo caso, però, "l'epicentro del problema non è un luogo fisico come nel caso di Ale67, ha semplicemente trovato la password della mail del marito e il baratro le si è materializzato davanti allo schermo di un pc. A volte non sappiamo nulla delle persone che ci sono più vicine". Come il mondo dell’eroina di quegli anni lontani, riflette Fattori, "è stato poco indagato a mio parere, forse ancora meno lo è oggi il sottomondo delle chat erotiche, dei siti dove si cerca esplicitamente sesso fra sconosciuti, e dobbiamo pensare che uno dei siti storici ha quasi seicentomila iscritti con identità certificata…Il sesso nel libro lascia poco all’erotismo, le descrizioni, poche in verità, sono gelide, quasi referti autoptici, il corpo è chiamato a prestazioni, a generare orgasmi, come se questo fosse ormai l’unico senso dell’esistere, nel sito di annunci erotici nessuno vuole sapere che film guardi, che libri leggi. Senza spoilerare, ma nel libro è trattata anche la rimozione del ricordo. La rimozione che deriva da un senso di colpa che non si riesce ad affrontare. Viene in mente il film 'L'uomo senza sonno'. Uccide più il ricordo o il senso di colpa? "Diciamo che Finta pelle non poteva risolversi solo come una operazione di memoir di una generazione perduta, gli aneddoti si susseguono tra il tragico e grottesco, ma forse Ale67 non ci racconta tutta la verità, o forse non se la racconta tutta la verità, qualcosa rimane impigliato nelle trame della memoria, un ricordo rimosso riemerge finalmente nitido e il senso di colpa esplode, un paio di decenni dopo la verità suona al citofono. È una sorta di colpo di scena e di più non possiamo dire, ma sì, ricorda qualcosa de L’uomo senza sonno sicuramente, un Christian Bale sottopeso (sembrava davvero un tossico) che ricordo con grande piacere. Poi anche la vicenda di Delphi67 prenderà pieghe inaspettate e tutto convergerà in qualcosa che lasciamo al lettore". A libro chiuso, "non posso che riprendere il termine “rimozione”: se Ale67 ha rimosso qualcosa di molto doloroso, possiamo dire che l’intero nostro Paese ha rimosso quegli anni. Forse non si è analizzato bene un fenomeno abnorme, pensiamo che nella sola Verona su trecentomila abitanti c’erano quindicimila eroinomani censiti. Mi chiedo se quella perduta fosse davvero la peggio gioventù, o se invece a essere risucchiate nel gorgo dell’eroina non ci siano rimaste le persone più sensibili, forse quelle migliori, e senza loro le cose sono andate peggio. E forse è questa domanda il vero punto di vertigine del libro".
Nel libro edito da Marsilio la storia di un adolescente schiacciato dalla vita di paese, che sceglie l'eroina come distrazione dalla realtà
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

BOLOGNA – Un adolescente schiacciato dalla vita in paese, tra tossicodipendenza e i giorni al bar della stazione, insieme agli altri tossicodipendenti. L’adolescente che diventa adulto: stesso paese, un lavoro insignificante: “Ne uscii vivo dal bar della stazione, come la maggior parte di noi, ma nessuno ne uscì felice”. E alla droga si sostituisce la dipendenza dal sesso, quello cercato nei siti di appuntamenti. Così il protagonista, Ale67 (è il nickname che usa sul sito) conosce Delphi70, una donna che sembra avere una vita molto più banale, ma che in realtà scivola giorno dopo giorno nello sgretolamento della realtà in cui pensava di vivere. Una storia decisamente estrema, ma al tempo stesso struggente, quella di “Finta Pelle” (Marsilio Editori), ultima opera di Saverio Fattori, un finto memoir che nel finale saprà sorprendere il lettore. 

Saverio fattori scrittore bologna

Ma cos’è la dipendenza per Fattori?

“C’è una canzone dei Baustelle, gruppo che adoro, ‘Betty’, che così recita: ‘Che cos’è la vita senza Una dose di qualcosa Una dipendenza’, che potrebbe essere ben funzionale per una risposta”. Insomma, “desideri forti per persone che giocano con la proprio fragilità, la dolcezza dell’arrendersi; in realtà ci si abbandona alle dipendenze quando fondamentalmente non ci piacciamo, quando la retorica del ‘Che bello cercare e ritrovare se stessi’ non ci convince affatto”. Le dipendenze, prosegue Fattori, “servono a distrarci da una realtà che non ci piace, da uno stato delle cose che non ci soddisfa, per colpa nostra o per colpe che attribuiamo più a un contesto, a un sistema. Sta di fatto che per me il termine ‘dipendenza‘ è direttamente correlato al termine ‘ossessione‘, magari sbaglio, ma per me questo è. E le ossessioni in letteratura aiutano, aiutano a trovare nella narrazione una voce interna interessante, che non scada nella correttezza e in un generico buon senso, a uscire da punti di vista banali”. 

“Finta pelle” arriva in un momento in cui si è tornati a parlare di tossicodipendenza, dopo la serie su San Patrignano. In questo libro però si parla di drogati che non hanno avuto nessuna esperienza di comunità. Eppure si sono salvati, o condannati, da soli, la comunità viene identificata, come in ‘in un milione di piccoli pezzi’, nella sostituzione di una dipendenza con un’altra.

“In una mezza paginetta mi occupo dell’aspetto Comunità, ed è una delle parti, incredibile a dirsi, ironiche del libro, liquido insomma la faccenda senza approfondirla, e lo faccio di proposito: 

Savero Fattori Finta pelle

Quelli usciti dalle comunità li
riconoscevi subito, avevano lo sguardo perso all’orizzonte
e bevevano chinotto. Perché già nella Coca-Cola era insito
qualcosa di illegale… Ne
giravano pochi di questi lobotomizzati, quei pochi arrivavano
dalla città, come zombi, scendevano dai treni
delle Ferrovie Venete, ci portavano il loro verbo introducendoci
alle gioie del chinotto, ma la frase magica era sempre:
«Anch’io ero come te.» E tu avresti voluto rispondere:
manco per il cazzo. Poi seguiva la conta. Sono pulito
da, metti, centoventi giorni, vivo un giorno alla volta. E tu
avresti voluto rispondere: sai che bello vivere segnando
una × sul calendario, come se l’esistenza fosse una condanna
che doveva solo passare, senza gioie, con la sola soddisfazione
di assistere da spettatori alla propria vita di merda.
Con l’aggravante insopportabile di seguirla lucidi e sobri”.

Fattori prosegue: “Riconosco di aver trattato la faccenda in modo superficiale, tra l’altro ho davvero amato la docuserie SanPa, ma io nel libro mi occupo dell’eroina come stato delle cose senza curarmi affatto della soluzione, descrivo quello che c’era prima di quel cancello dei miracoli sulle colline riminesi, tratto l’eroina come scelta, seppur sbagliatissima, metto i morti, nel libro almeno tre, in tre diverse modalità, l’eroina ammazzava in vari modi, quindi tratto la disperazione, certo, ma non tratto mai l’eroinomane come ‘zombie'”. In qualche modo, spiega Fattori, la droga “era una scelta seppur estrema e dilaniante, ma comunque una scelta, si trattava di uscire dalle meccaniche sociali che sembrano esse stesse una prigione. E a metà degli anni Ottanta a volte il giovane tossico non era visto sempre come una sorta di barbone, anzi”. Infatti, “ho riportato una certa mitologia del tossico bello e perduto che non arriverà mai all’età adulta e brucerà in fretta. Nel mio libro non c’è redenzione, per questo le comunità terapeutiche non ci potevano entrare”. Dunque, “banalizzando ed estremizzando al tempo stesso, il ragionamento di fondo di queste armate Brancaleone di giovani esangui era il seguente: piuttosto che finire nell’istituto professionale dove un’aula è adibita all’insegnamento dell’uso della lima, piuttosto che giocare a boccette con il capo officina il venerdì sera fumando MS con la Golf Turbo Diesel parcheggiata fuori, meglio crepare prima, come Jim Morrison, Janis  Joplin, Jimi Hendrix, Sid Vicius… Se non era possibile emularli nel talento li si poteva emulare almeno nelle cattive abitudini fino alla morte, anche se il concetto di morte per una adolescente risulta piuttosto remoto e inconsistente, per questo più che di un istinto suicida parlerei di inconsapevolezza della morte, una sfida al buio”. C’è però, ammette l’autore, “un punto di contatto tra SanPa e ‘Finta pelle’, sta in una testimonianza che forse è passata sotto traccia rispetto ad altre, a quella di Delogu e Cantelli, è un ragazzo di Sassuolo che dice semplicemente che lui vedeva solo due direttrici nella sua vita: finire nella fabbrica di piastrelle (Sassuolo era la capitale mondiale delle piastrelle) o perdersi nell’eroina. E ha scelto la seconda. Addirittura in ‘Finta pelle’ Ale67 arriva a dire che se l’overdose è una morte, per certi versi anche il contratto a tempo indeterminato lo è. È una provocazione, è la parte profondamente scorretta che percorre il libro”.

I tossicodipendenti del libro sono descritti quasi con tenerezza, anche se soprattutto nella parte finale, viene fuori in qualche modo la loro ferocia. 

“Non si tratta- risponde Fattori- di una ferocia che si fa violenza verso il prossimo, quasi mai il tossico era intrinsecamente pericoloso, poteva certo diventarlo in determinati momenti di disperazione, le crisi di astinenza possono essere durissime, ma l’eroina toglie la forza vitale del giovane, quindi lo addomestica in qualche modo, lo rende innocuo, indebolisce il corpo e lo spirito. Io tratteggio vari personaggi, ognuno con una personalità diversa, c’è il capobranco naturale, fino all’ultimo tra i tossici, il ragazzo fragile che si improvvisa spacciatore non per arricchirsi, ma per ricavare la propria dose personale, ma non sa gestire la cosa e crolla. C’erano gerarchie ben chiare come in ogni gruppo, ho cercato di descriverle, volevo che il lettore provasse empatia in registrata, che capisse quelle tribù di giovani fantasmi che uscivano dal mondo dello studio e del lavoro per prendere una tangente così estrema. Certo, il concetto di “amicizia” quando sei preda della più totalizzante delle dipendenze è un concetto piuttosto scivoloso…”.

Nel libro si respira anche la vita per certi versi ai margini della provincia.

“Sì, io mi occupo della provincia dove, ad esempio, la politica dei grandi centri non arrivava affatto, le scelte in provincia erano determinate da abiti, gusti musicali, solo raramente film e libri, la scolarizzazione era sempre piuttosto bassa. L’epicentro di Finta pelle è un bar della stazione, un luogo che è un puntino su una linea ferroviaria che dalla grande città, Bologna, arriva in un comune che poi si apre sul profondo ferrarese, Portomaggiore. Un luogo anche simbolico dove capitano giovani borderline di varie zone, ricorda il Posto Ristoro descritto da Pier Vittorio Tondelli in Altri libertini”. Dalle stazioni, insiste Fattori, “si parte e si torna, ma paradossalmente questo luogo era popolato dai tossici, ovvero i più statici tra gli esseri umani. Il mondo gli ronza attorno, come un rumore di fondo, il tossico è nella sua bolla autarchica, piacevolmente insensibile agli affanni di chi accetta le regole sociali. Il giovane tossico gioca con la morte senza capirne davvero il senso, più che altro rifiuta l’età adulta, si barrica. Esisteva addirittura una mitologia dell’overdose, anche in considerazione del fatto che molti personaggi del mondo del rock erano morti presto e in circostanze tragiche, forse inconsciamente ci cercava l’emulazione”. 

Nel libro, in piani temporali diversi, si muove una comunità di tossici e una comunità che si ritrova grazie a un sito di appuntamenti. Qual è la correlazione?

“Sono due bolle di dipendenza, bolle che tengono fuori il mondo esterno, buchi neri nei quali sprofondare quando la vita ci ha fregati. Il personaggio maschile, Ale67, si rende conto che il brivido che sente mentre attende Delphi70 in un incontro al buio per fare sesso tra sconosciuti, è lo stesso identico brivido che sentiva quando aspettava ‘Il tipo’, ovvero il pusher, e di quel brivido si rende conto di averne urgenza, da sempre e per sempre. Delphi70 che ha accettato di incontrarlo in un parcheggio poco distante da un’uscita autostradale ha tutta un’altra vita, tutto un altro passato, è una madre di famiglia, ha sempre rigato dritto ed è appena entrata nel sito di annunci erotici, non ha ‘colpe’, eppure le cose si sono messe male, malissimo, è stata da sempre preda di automatismi che sembrano non contemplare un libero arbitrio. È lei stessa a definirsi mediocre, ma non lo è affatto, solo la vita se l’è trascinata via”. Nel suo caso, però, “l’epicentro del problema non è un luogo fisico come nel caso di Ale67, ha semplicemente trovato la password della mail del marito e il baratro le si è materializzato davanti allo schermo di un pc. A volte non sappiamo nulla delle persone che ci sono più vicine”. Come il mondo dell’eroina di quegli anni lontani, riflette Fattori, “è stato poco indagato a mio parere, forse ancora meno lo è oggi il sottomondo delle chat erotiche, dei siti dove si cerca esplicitamente sesso fra sconosciuti, e dobbiamo pensare che uno dei siti storici ha quasi seicentomila iscritti con identità certificata… Il sesso nel libro lascia poco all’erotismo, le descrizioni, poche in verità, sono gelide, quasi referti autoptici, il corpo è chiamato a prestazioni, a generare orgasmi, come se questo fosse ormai l’unico senso dell’esistere, nel sito di annunci erotici nessuno vuole sapere che film guardi, che libri leggi.

Senza spoilerare, ma nel libro è trattata anche la rimozione del ricordo. La rimozione che deriva da un senso di colpa che non si riesce ad affrontare. Viene in mente il film ‘L’uomo senza sonno’. Uccide più il ricordo o il senso di colpa?

“Diciamo che “Finta pelle” non poteva risolversi solo come una operazione di memoir di una generazione perduta, gli aneddoti si susseguono tra il tragico e grottesco, ma forse Ale67 non ci racconta tutta la verità, o forse non se la racconta tutta la verità, qualcosa rimane impigliato nelle trame della memoria, un ricordo rimosso riemerge finalmente nitido e il senso di colpa esplode, un paio di decenni dopo la verità suona al citofono. È una sorta di colpo di scena e di più non possiamo dire, ma sì, ricorda qualcosa de “L’uomo senza sonno” sicuramente, un Christian Bale sottopeso (sembrava davvero un tossico) che ricordo con grande piacere. Poi anche la vicenda di Delphi67 prenderà pieghe inaspettate e tutto convergerà in qualcosa che lasciamo al lettore”. A libro chiuso, “non posso che riprendere il termine “rimozione”: se Ale67 ha rimosso qualcosa di molto doloroso, possiamo dire che l’intero nostro Paese ha rimosso quegli anni. Forse non si è analizzato bene un fenomeno abnorme, pensiamo che nella sola Verona su trecentomila abitanti c’erano quindicimila eroinomani censiti. Mi chiedo se quella perduta fosse davvero la peggio gioventù, o se invece a essere risucchiate nel gorgo dell’eroina non ci siano rimaste le persone più sensibili, forse quelle migliori, e senza loro le cose sono andate peggio. E forse è questa domanda il vero punto di vertigine del libro”.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Agenzia DIRE - Iscritta al Tribunale di Roma – sezione stampa – al n.341/88 del 08/06/1988 Editore: Com.e – Comunicazione&Editoria srl Corso d’Italia, 38a 00198 Roma – C.F. 08252061000 Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»