Ecuador, Mons. Lazzari: “La mia casa per i migranti venezuelani”

"I migranti continueranno a entrare"
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Lago Agrio (Ecuador) – “I migranti continueranno a entrare. Sigillare un confine di oltre 500 chilometri e’ impossibile. La risposta deve essere un’altra, solidale e coordinata: con la rete di attivisti Red Clamor ci stiamo provando”. Monsignor Celmo Lazzari e’ il vicario apostolico di Sucumbios, una delle regioni dell’Ecuador dove prima e dopo la stretta del 26 agosto l’arrivo di cittadini venezuelani e’ stato piu’ massiccio.

Per loro, perche’ possano attraversare il confine in provenienza dalla Colombia, la nuova normativa introduce l’obbligo di essere gia’ in possesso di un visto umanitario. Nei fatti si tratta di una chiusura dei valichi di transito, almeno di quelli ufficiali, dopo che nel mese precedente gli ingressi di venezuelani in Ecuador erano stati ben 85mila.

Secondo il vicario, la decisione del governo di Quito si spiega con una situazione economica difficile, aggravata dai ribassi del prezzo del petrolio estratto a Sucumbios e nelle altre province amazzoniche e dalla zavorra per l’export rappresentata dal dollaro americano, adottato nel 2000 al posto del sucre. A pesare sono state pero’ anche le scelte di Cile e Peru’, i primi Paesi a chiudere le frontiere per i migranti venezuelani: l’Ecuador, fino a poco tempo fa essenzialmente una via di transito, si sarebbe mosso di conseguenza.

Lago Agrio, il capoluogo della provincia di Sucumbios, e’ ad appena 20 chilometri dalla frontiera. A chi e’ in difficolta’ la Caritas locale fornisce una prima assistenza nella Casa del migrante: letti, pasti caldi, bombole per il gas o biglietti per l’autobus. Spiega Matteo Farregna, un volontario della federazione cattolica Focsiv che presta il servizio civile presso la struttura: “La media e’ di circa 200 arrivi al mese; fuggono dal loro Paese a causa dello scontro tra il governo di Nicolas Maduro e l’opposizione ma soprattutto per il deteriorarsi della situazione economica”.

Da dicembre, nella Casa sono stati allestiti 40 letti. “Si tratta di una prima risposta all’emergenza, sappiamo che l’unica soluzione possibile e’ il coordinamento a livello nazionale e internazionale” riprende monsignor Lazzari. Con l’agenzia ‘Dire’ parla seduto accanto a un murale che ritrae un pappagallo, sullo sfondo il verde dell’Amazzonia e un nativo che pagaia lungo il fiume San Miguel. Il percorso giusto, riprende dopo una pausa, quasi tragga spunto dal dipinto, sarebbe quello tracciato da Red Clamor, un’alleanza cattolica alla quale aderiscono all’incirca 500 associazioni.

“A Quito abbiamo appena tenuto un incontro per articolare al meglio la rete di accoglienza” dice monsignor Lazzari: “Va bene dare un letto e un pasto caldo ma bisogna far si’, condividendo le informazioni in modo efficiente, che chi dalla frontiera riprende il cammino per la capitale o magari per Guayaquil sappia gia’ dove andare e cosa fare”.

Sessantatre anni, originario di Rio Grande do Sul, in Brasile, il vicario sottolinea che per la sua terra di missione le migrazioni non sono affatto una novita’: “Qui negli anni Sessanta c’erano i kichwa, gli shuar e altri popoli indigeni; solo in seguito venne su la citta’ di Lago Agrio, costruita dai coloni, ai quali il governo dell’Ecuador regalava 50 ettari di terra purche’ disboscassero e fornissero braccia all’industria nascente del petrolio”.

Anche la disponibilita’ ad accogliere, ora nuovamente alla prova, non e’ cominciata con i venezuelani. “Prima di loro e’ toccato ai colombiani, soprattutto all’inizio degli anni Duemila” ricorda monsignor Lazzari: “Era una fase acuta della guerra civile, l’aviazione militare distruggeva le piantagioni di coca con le fumigazioni e tanta gente non sapeva piu’ come vivere”.

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