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DIRE ambiente

“Il cambiamento climatico colpisce anche la tua vita”: parte la campagna #ClimateChangingMe

 

ROMA – E’ cominciata lunedì 6 novembre la COP23. La 23° Conferenza delle Parti ONU sui cambiamenti climatici si sta tenendo a Bonn e durerà fino al 17 novembre. A due anni dalla sigla dell’Accordo di Parigi e a uno dalla sua ratifica, i leader mondiali e tutti i movimenti impegnati per la giustizia climatica guardano a Bonn per l’attuazione degli impegni assunti durante la COP21 volti a mitigare il Cambiamento Climatico.

 

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Il cambiamento climatico investe ormai l’intero Pianeta e colpisce la vita di tutti, anche la tua.

Clima tropicale, innalzamento delle temperature, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, siccità, innalzamento dei mari, erosione costiera, inondazioni, eventi meteorologici estremi, alluvioni sono solo alcuni degli effetti: il climate change genera anche migrazioni, conflitti, guerre per le risorse naturali. Ogni angolo del globo è investito da questo fenomeno con conseguenze più o meno drammatiche, mentre i governi nazionali e le istituzioni internazionali tardano a mettere in campo una soluzione coraggiosa mirata a difendere il pianeta.

Per questa ragione è nata ClimateChangingMe, una campagna che mette in rete giovani di tutto il mondo, per raccogliere testimonianze sugli impatti del cambiamento climatico nelle vite di ciascuno di noi e spingere i decisori politici a essere maggiormente incisivi nelle politiche energetiche, ambientali e industriali dei singoli stati.

 

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La campagna ClimateChangingMe è nata dal lavoro congiunto di giovani attivisti di varie organizzazioni ambientaliste provenienti dall’Ecuador, Bulgaria, Nigeria ed Italia che hanno partecipato a Roma al Clim’Act Camp, un campo estivo di sei giorni che ha avuto lo scopo di rafforzare nei giovani partecipanti la capacità di ideare e portare avanti campagne sui cambiamenti climatici.

Adesso, vuole raccogliere le tante voci di chi, in giro per il mondo, vuole agire per la giustizia climatica e raccontare come il cambiamento climatico sta già cambiando le nostre vita. Il video tutorial spiega come è possibile prendere parte alla campagna.

 

 

CAMBIAMENTO CLIMATICO

Le emissioni di gas climalteranti legati all’attività umana sulla terra stanno avendo conseguenze dirette sul sistema ambientale e meteorologico del nostro pianeta. La concentrazione attuale di gas climalteranti nell’atmosfera è di oltre 430 ppm (particelle per milione) di CO2 equivalente.

La concentrazione di CO2 nell’atmosfera a superato 400ppm mentre prima della rivoluzione industriale la concentrazione era di 280 ppm e il livello di sicurezza era fissato a 350 ppm dalla maggior parte degli scienziati del clima. L’evidenza è chiara: l’attività umana è responsabile di questo enorme incremento, senza precedenti nella storia.

Si stima che il costo per stabilizzare la concentrazione di questi gas ad un massimo di 500-550 ppm di CO2 sia l’1% del PIL annuale mondiale. Un costo alto, ma nulla in confronto con le perdite previste in assenza di ulteriori azioni per affrontare i cambiamenti climatici: l’OECD ha stimato che nel 2100 si verificherà una perdita di PIL tra il 2 e il 10%.

 

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Secondo IRENA, il raddoppio della componente di energie rinnovabili ridurrebbe i costi monetari delle esternalità relative all’uso di carburanti fossili di almeno 1,2 trilioni di dollari all’anno (4,2 trilioni nel 2030), e salverebbe fino a 4 milioni di vite all’anno.

D’altro canto, secondo una ricerca pubblicata nella rivista scientifica Nature, per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, l’82% delle riserve di carbone, il 49% di quelle di gas e il 33% di quelle di petrolio devono essere mantenute sottoterra.

 

EVENTI ESTREMI

Uno degli effetti dei cambiamenti climatici è l’aumento in numero e gravità di eventi climatici estremi. Se è difficile collegare direttamente un episodio singolo ai cambiamenti climatici, le tendenze osservate, la comprensione teorica del sistema climatico, e i modelli numerici dimostrano che il riscaldamento globale incrementa il rischio di questo tipo di eventi.

L’innalzamento delle temperature, l’aumento nella quantità di vapore acqueo nell’atmosfera e i cambiamenti nella circolazione atmosferica influenzano direttamente le ondate di calore e le precipitazioni estreme. La tendenza statistica mostra che il numero e l’intensità degli eventi estremi sono aumentati negli ultimi anni.

 

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Le conseguenze economiche e sociali sono enormi. Secondo la FAO, i disastri naturali hanno causato danni per 1500 miliardi di dollari in dieci anni e causato il decesso di 1,5 milioni di persone. I numeri stanno crescendo: al momento attuale, circa 250-300 miliardi di dollari di danni si registrano ogni anno.

Le aree più colpite sono i paesi nei sud del mondo. Secondo German Watch, dei dieci paesi più colpiti tra il 1995 e il 2014, nove si trovavano nel gruppo a basso o medio-basso reddito.

 

INNALZAMENTO DEI MARI

L’IPCC stima che, tra il 1901 e il 2010, il livello del mare si sia innalzato di circa 20 cm a livello globale, con forti disparità locali. Dagli anni ‘90 questa tendenza si è accelerata drammaticamente, registrando un tasso medio annuale di 3,2 mm. L’IPCC stima che, mantenendo il livello attuale di emissioni, si verificherà un innalzamento medio del livello del mare di 24-30 cm nel 2065 e 40-36 cm nel 2100. Anche se le emissioni fossero bloccate oggi, i loro effetti continuerebbero tuttavia a protrarsi per secoli.

Le cause immediate dell’innalzamento del livello del mare sono lo scioglimento dei ghiacci e la dilatazione termica dell’acqua, dovuti al riscaldamento globale. Molte aree costiere sono a rischio di erosione, inondazioni e salinizzazione delle falde acquifere. Almeno otto piccole isole dell’Oceano Pacifico sono già scomparse, forse anche di più.

 

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Un’analisi del Climate Central ha scoperto che, con il livello attuale di emissioni, alla fine del secolo 650 milioni di persone potrebbero vivere in terreni al di sotto del livello del mare o regolarmente inondati. Tra le aree più vulnerabili, vi sono i paesi poveri e densamente popolati, in particolare in Asia, come il Bangladesh, e le piccole isole del Pacifico. Otto delle dieci città più grandi del mondo si trovano vicino alla costa, secondo lo U.S. Atlas of the Oceans, e dunque potenzialmente a rischio.

 

MIGRAZIONI FORZATE

L’intensificarsi di eventi climatici estremi, le inondazioni, l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione e la siccità, causate dai cambiamenti climatici, sono fattori di ulteriore stress ambientale che influenzano il fenomeno migratorio globale, sia interno che internazionale. Come mostra il rapporto State of the World 2013 del World Watch Institute, la perdita di terreno fertile, la minaccia ai mezzi di sostentamento, l’instabilità e il calo nella produzione di cibo, così come l’aumento dei prezzi alimentari, generano un incremento delle migrazioni stagionali e di lungo periodo.

 

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I cambiamenti climatici dunque contribuiscono alle migrazioni generate da fattori ambientali; secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), potrebbero esserci oltre 200 milioni di migranti ambientali nel 2050, cifra che corrisponde al numero attuale di migranti internazionali a livello mondiale. L’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) stima che una media di 22,5 milioni di persone (62.000 persone al giorno) siano state sfollate dal 2008 al 2015 a causa di eventi climatici.

 

PERDITA DI BIODIVERSITA’

I cambiamenti delle temperature, l’acidificazione degli oceani, l’innalzamento del livello del mare, la siccità ed eventi climatici estremi hanno conseguenze gravi sulla biodiversità a livello globale, in particolare in aree dove essa è più vulnerabile: ciò implica una minaccia per le specie animali e vegetali e cambiamenti di bioma, ciò è, il passaggio da un tipo di ecosistema ad un altro, per esempio da foresta tropicale a savana.

Una ricerca realizzata dal Jet Propulsion Laboratory, Caltech, per conto della NASA, ha identificato tra le aree più vulnerabili: l’Himalaya e la Piana del Tibet, il Madagascar, la regione mediterranea, la parte meridionale del Sud America, la regione dei Grandi Laghi e l’area delle Grandi Pianure in America settentrionale, oltre che la taiga settentrionale e meridionale e le foreste boreali.

 

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La perdita di biodiversità causata dai cambiamenti climatici rende ancora più urgente proteggere le aree ad alta biodiversità. Il rapporto dell’IPCCC descrive l’America Latina come una delle aree a maggiore concentrazione di biodiversità, dove si prevede che l’impatto dei cambiamenti climatici contribuisca ad aumentarne la perdita. Il Parco Nazionale dello Yasuni, nella foresta amazzonica ecuadoriana, è un esempio di hotspot di biodiversità che deve essere protetto: è uno degli ecosistemi più diversificati al mondo.

 

SICUREZZA ALIMENTARE

Si prevede che la popolazione mondiale raggiungerà i 10 miliardi nel 2050, 11,2 nel 2100. Più di metà di questa crescita avverrà nell’Africa sub-sahariana, dove già un quarto della popolazione è malnutrita. Come riportato dal WRI, prendendo in considerazione l’aumento di popolazione e i cambiamenti nella dieta, il mondo avrebbe bisogno di produrre il 69% in più di calorie alimentari nel 2050 rispetto al 2006.

In questo contesto, i cambiamenti climatici  rappresentano una considerevole  minaccia alla sicurezza alimentare. Temperature eccezionalmente alte o basse ed eventi climatici estremi come siccità, inondazioni e tempeste tropicali causano enormi danni all’agricoltura.

 

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La FAO calcola che nei paesi dei sud del mondo il 25% di tutti i danni economici prodotti dai disastri legati al clima ricada sul settore agricolo. Nel lungo periodo, l’innalzamento del livello del mare, l’aumento delle temperature medie e il cambiamento del ciclo dell’acqua indotto dal riscaldamento globale avranno gravi conseguenze sulla produzione alimentare a livello planetario.

 

DESERTIFICAZIONE

La Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione la definisce il fenomeno come il “degrado del suolo nelle regioni aride, semiaride e secche subumide, causato da vari fattori, tra cui il cambiamento climatico e l’attività umana”. La desertificazione colpisce le zone aride a causa di uno sfruttamento eccessivo dei servizi degli ecosistemi e della diminuzione di riserve idriche dovute ai cambiamenti climatici.

Le zone aride sono una risorsa preziosa: il programma di ricerca CGIAR sulle zone aride afferma che queste costituiscono oltre il 40% del pianeta e sono abitate da più di un terzo della popolazione mondiale. Il processo di desertificazione distrugge ogni anno 12 milioni di ettari di terreni fertili, dove 20 milioni di tonnellate di grano avrebbero potuto essere coltivate. Inoltre, la desertificazione colpisce anche i terreni non aridi con tempeste di polvere, inondazioni a valle e cambiamenti climatici.

 

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La desertificazione rappresenta una minaccia particolarmente seria per l’Africa, dove due terzi dei terreni sono costituiti da zone aride. Questo terreno viene usato per l’agricoltura e la produzione di cibo; tuttavia, circa tre quarti di esso si sta degradando. Periodi frequenti di siccità severa hanno colpito il continente negli ultimi anni, in particolare il Corno d’Africa e il Sahel.

Due terzi del continente africano sono costituiti da deserto o terra arida e si stima che circa tre quarti di questi terreni si stiano degradando. 485 milioni di persone stanno già soffrendo le conseguenze di questo processo di desertificazione, che rende sterili terreni precedentemente dedicati all’agricoltura e alla produzione di cibo e mette in moto processi di sfollamento e migrazione.

 

SICCITA’

Il fenomeno di siccità va esaminato nelle sue varie manifestazioni. L’IPCC si riferisce a quattro tipi di siccità: metereologica, ossia un periodo esteso di precipitazioni anormalmente basse; agricola, quando l’umidità del terreno è scarsa; idrologica, una diminuzione anormale di acqua di superficie e di falda; e ambientale, una combinazione di tutte le altre.

Nel futuro, l’IPPC stima che i terreni colpiti da siccità estrema cresceranno di un tasso del 10-30, dal 1-3% di oggi, al 30% del 2090. La causa principale è il cambiamento nel ciclo dell’acqua dovuto al riscaldamento globale: anche se si prevede un aumento di episodi di precipitazioni sia estremamente alte che basse, in media prevarrà una tendenza verso l’aridità.

 

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Gli effetti della siccità sulla società umana sono numerosi. Dal 1900, i decessi legati alla siccità si attestano intorno agli 11 milioni, mentre oltre 2 milioni di persone ne hanno subito le conseguenze. Un accesso ridotto all’acqua potabile è la causa primaria tra i fattori concomitanti della maggior parte di malattie e decessi. Come riportato dall’OCHA, una delle aree più colpite è il Corno d’Africa: le persone sfollate per effetto della siccità ammontano oggi a 3,7 milioni, mentre 14,3 milioni di persone vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

 

GLOBAL WARMING

Secondo l’IPCC, ciascuno degli ultimi tre decenni è stato successivamente più caldo di ogni altro decennio a partire dal 1850. E’ stato calcolato che, dalla rivoluzione industriale, la temperatura media della terraferma e degli oceani sia cresciuta di +0,85°C.

Il legame tra l’attuale riscaldamento globale e le emissioni umane è scientificamente certo: la paleoclimatologia, lo studio del clima terrestre nel passato, ha dimostrato che non si è mai verificato un aumento così rapido nella concentrazione di carbonio in un lasso di tempo così breve. La concentrazione atmosferica di CO2 negli ultimi 10.000 anni è stata comparativamente stabile, molto al di sotto dei 300 ppm. Solo negli ultimi due secoli ha cominciato a crescere, con un aumento rapido dopo la seconda guerra mondiale. In questo momento, i livelli di concentrazione sono i più alti degli ultimi 800.000 anni.

 

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L’IPCC ha elaborato quattro “Sentieri di Concentrazione Rappresentativa” (RCP) che mostrano fino a che punto, con livelli di emissione differenti e relativa concentrazione di carbonio nell’atmosfera, le temperature medie aumenteranno. Nello scenario in cui tutto rimane invariato (RCP 8.5) ci avviamo ad un aumento medio di +3,7°C.

Il riscaldamento non è uniforme: le temperature hanno già superato il doppio della media globale in alcune aree ed anche quattro volte tanto in alcune regioni artiche. Gli effetti sono enormi, e colpiscono gli ecosistemi a livello globale.

 

SCARSITA’ IDRICA

Le risorse idriche disponibili, anche se rinnovabili, sono limitate: sebbene il 71% della superficie terrestre sia ricoperta di acqua, solo lo 0,3-0,5% è potabile e disponibile per l’uso umano. Dell’uso totale annuale di acqua a livello globale, il 69% viene destinato all’agricoltura, il 19% all’industria e il 12% al servizio idrico. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, circa 700 milioni di persone in 43 paesi attualmente soffrono di mancanza di acqua e quasi un quinto della popolazione mondiale vive in aree in cui le fonti idriche scarseggiano.

La situazione è destinata a peggiorare nel futuro a causa dell’incremento della popolazione e dei cambiamenti climatici, che ridurranno la disponibilità di acqua. Il cambiamento nel ciclo dell’acqua generato dal riscaldamento globale, con minori precipitazioni e maggiore evaporazione in tutto il mondo, ed altri impatti interconnessi dei cambiamenti climatici, come lo scioglimento dei ghiacci e la riduzione dei ghiacciai (che rappresentano una riserva importante di acqua), episodi di forti piogge e inondazioni (durante i quali l’acqua affluisce rapidamente negli oceani ed è difficile trattenerla per bisogni umani), la sostituzione della neve con acqua, e così via, pongono una grave minaccia alla sicurezza idrica.

Si stima che nel 2025 circa metà della popolazione mondiale vivrà in aree con risorse idriche limitate e circa 1,8 milioni di persone si troverà in paesi o regioni con scarsità assoluta di acqua. Le aree maggiormente colpite sono il Medio Oriente e l’Africa Settentrionale, dove la mancanza fisica di acqua e l’impatto previsto dei cambiamenti climatici sono legati all’uso altamente insostenibile delle risorse disponibili.

 

13 novembre 2017

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