Mafie, i timori dell’Emilia-Romagna: “Da decreto Salvini pericoloso passo indietro”

ROMA – Con il dl Salvini si fa “un pericoloso passo indietro” sulla gestione dei beni confiscati alle mafie. Perchè viene reintrodotta la possibilità di metterli in vendita, col rischio che “i boss attraverso prestanome o società di comodo ne rientrino in possesso”. In poche parole, “un meccanismo perverso”. A lanciare l’allarme è la Regione Emilia-Romagna, per bocca dell’assessore alla Legalità Massimo Mezzetti, che oggi in Assemblea legislativa ha risposto a un’interrogazione del capogruppo di Sinistra italiana, Igor Taruffi.

“Sono stati presentati diversi emendamenti in Parlamento per modificare questo aspetto- richiama Mezzetti- ma è chiaro che se il Governo porrà la fiducia, il decreto non potrà essere cambiato“. Già oggi la gestione dei beni sottratti ai clan e la loro destinazione per finalità pubbliche è tutto tranne che semplice. Negli ultimi anni, sottolinea l’assessore, in Emilia-Romagna sono aumentati “in maniera considerevole” i beni sequestrati e confiscati alle mafie, anche in seguito al processo Aemilia. Ma “le informazioni rese disponibili dall’Agenzia nazionale sono molto parziali e poco approfondite- critica Mezzetti- manca un quadro chiaro e aggiornato“, che si unisce alle “enormi difficoltà che gli enti locali incontrano nel gestire e riprogettare l’utilizzo di questi immobili”.

Ad oggi, in Emilia-Romagna sono 119 i beni immobili definitivamente confiscati alle mafie, di cui 77 ancora in gestione all’agenzia nazionale, 26 già destinati e 16 in fase di effettivo riutilizzo. A Bologna in particolare sono 13 i beni confiscati e già destinati, sette allo Stato e sei agli enti locali, a cui se ne aggiungono altri 15 ancora in gestione all’agenzia nazionale (in totale 28).

Tra il 2011 e il 2018 la Regione ha investito oltre 1,5 milioni di euro per sostenere i Comuni nel riutilizzo di 15 immobili, siglando 25 accordi di programma. Ai timori della Giunta si unisce anche Taruffi. “Il dl Sicurezza ci preoccupa“, afferma il capogruppo Si, che poi attacca Salvini e la Lega per il “silenzio inquietante” sulla sentenza del processo Aemilia, che diventa “ancora più preoccupante se associato appunto alle modifiche introdotte dal dl Sicurezza sulla gestione dei beni confiscati”, punta il dito Taruffi.

Pronta la replica del leghista Fabio Rainieri. “A mia firma e di tutto il gruppo abbiamo chiesto per due volte l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle mafie– rileva l’esponente del Carroccio- e il gruppo di Taruffi per due volte ha votato contro. Prima di parlare si informi. Katia Silva nel Comune di Brescello, commissariato per mafia e certo non amministrato dalla Lega, come consigliera di opposizione si è impegnata più degli altri perchè problema venisse a galla. Noi siamo sempre stati in prima linea nella guerra alle mafie”, rivendica Rainieri. Ma Taruffi non ci sta.

Excusatio non petita accusatio manifesta– replica Taruffi- io ho parlato di Salvini, non di Rainieri. E comunque non accetto lezioni da chi si erge a paladino della legalità a targhe alterne. Ricordo che Silva è uscita dalla Lega proprio perchè a suo dire abbandonata da Salvini nella battaglia a Brescello. E il ministro dell’Interno, invece di introdurre elementi di insicurezza anche nella lotta alle mafie, sarebbe meglio che facesse il suo lavoro in altro modo”, conclude Taruffi.

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6 novembre 2018
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