Pulitura a secco su vinavil nero, l’Iscr cura la ‘Coda di cetaceo’ di Pascali

ROMA –  Dopo i ‘Seni’ e la ‘Maternità‘, Pino Pascali torna all’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma con la sua ‘Coda di cetaceo’. Un’opera simbolo realizzata dall’artista nel 1966 e diventata segno di riconoscimento della fondazione dedicata a Pascali. Oltre due metri e venti di altezza, un diametro che raggiunge il metro e dieci nella base e un metro e settanta nell’ampiezza della coda, interamente nera, Pascali disegna la sua opera giocando sul contrasto tra una “mole ingombrante” e una struttura di sostegno leggerissima. Arrivata nei laboratori di Materiali dell’Arte contemporanea del San Michele dalla Galleria civica d’Arte moderna di Spoleto, la Coda di cetaceo è stata sottoposta a un intervento conservativo in vista della mostra ‘Nascita di una nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano’, in programma a Palazzo Strozzi, a Firenze, dal prossimo 16 marzo.

La  ‘Coda di cetaceo’

 “Si tratta di un’opera che fa parte delle cosiddette false sculture– racconta all’agenzia Dire la restauratrice Iscr Paola Iazurlo– cioè strutture molto leggere che Pascali esegue sfruttando un telaio ligneo su cui poggia il volume dell’opera realizzato tensionando una tela, in genere di cotone, bagnata e dipinta con colori vinilici, che sono costituiti semplicemente dal Vinavil, l’adesivo all’epoca molto in voga tra gli artisti, dentro cui si legava il pigmento. La Coda di cetaceo fa parte della serie degli animali, che Pascali realizza creando appunto strutture molto grandi ma molto semplici, anche da punto di vista del disegno, e sempre monocromi“.

I restauri dell’Iscr

Le cure dell’Iscr sono partite dalla pulitura della pellicola pittorica, negli anni ingrigita da strati di polvere che hanno oscurato il suo nero brillante. “Abbiamo proceduto con la pulitura a secco, per evitare di estrarre le componenti idrosolubili del legante in emulsione”, spiega Grazia De Cesare, che con Iazurlo e la collaboratrice Caroline Dupré si occupa di Pascali. “La pulitura ha rivelato i segni della tecnica, che l’artista realizzava come una scenografia, senza particolare cura del dettaglio”. Lo rivelano la pittura data più volte, le scolature di colore, gli eccessi di Vinavil. 

Del resto, “l’opera di Pascali è stata spesso accostata a un lavoro di tappezzeria. In passato, si interveniva sui monocromi ridipingendo là dove il colore aveva perso la sua omogeneità- specificano le restauratrici- ma non è corretto, perché si altera la texture dell’opera e si creano futuri problemi di reversibilità”. Oltre alla pulitura a secco, l’equipe ha lavorato anche per risanare le lacerazioni subite dalla tela, su cui in passato qualcuno è già intervenuto. “Sono state applicate toppe di carta, tipo Scottex, che in questo intervento d’urgenza in parte manteniamo, ma di cui dobbiamo minimizzare l’impatto estetico attraverso una reintegrazione cromatica reversibile. Nelle lacerazioni su cui non sono intervenuti, invece, dovremo reintegrare la tela, stabilizzandola soprattutto in prossimità della base, dove il materiale soffre di più per via della tensione cui è sottoposto”. 

Accanto alla Coda di Pascali, la sala Marcaurelio dell’Iscr accoglie altre opere di grande formato, come una scultura in gesso di Rutelli che raffigura Garibaldi con Anita e, dall’altra parte, una grande tela del Carpaccio. Tre opere su cui l’Istituto interviene per assicurarne la conservazione. La differenza di trattamento, però, è decisiva. 

La Coda di Pascali verrà sottoposta anche a indagini termografiche

“Sono in molti a dire che un’opera di arte contemporanea ha una durata inferiore rispetto all’arte classica. Ed è vero- dicono Iazurlo e De Cesare- perché è il frutto di materiali prodotti industrialmente che sono impiegati come materiali costitutivi. Ma non stiamo parlando di assenza di tecnica, almeno in questo caso. Quest’opera è fatta con criterio, Pascali è un artista che ha studiato in Accademia nel corso di Scenografia di Toti Scialoja. Il punto è che il comportamento nel tempo dei materiali più recenti non è ben noto. Per questo è importante mantenere gli stessi livelli di conservazione preventiva che si usano per le opere antiche e che i restauratori siano degli specialisti, in grado di conoscere perfettamente i materiali usati in tecnica. Infatti, la deperibilità dei leganti e dei supporti è legata a quale tipo di materiale è stato usato”. Ecco perché prima di lasciare il San Michele, la Coda di Pascali verrà sottoposta anche a indagini termografiche, nel tentativo di conoscere i dettagli della struttura che sorregge l’opera.

6 Marzo 2018
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