L’Istituto sant’Alessio di Roma e la storia di Lidia

Il contributo di Marietta Tidei, consigliera regionale del PD Lazio e membro del Comitato DireDonne, per il notiziario Donne
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ROMA – Stella è un architetto. E mamma di una bambina, Lidia, di un anno. L’ho incontrata qualche giorno fa all’Istituto Sant’Alessio per i ciechi. Il coraggio di Stella è racchiuso in una convinzione: da quando Lidia è entrata nell’istituto la qualità della sua vita è nettamente migliorata. Nonostante la malattia rara, che la porta a riconoscere solo ombre confuse, Lidia ha imparato a muoversi, a riconoscere oggetti e persone. La storia di Stella e di Lidia è solo una delle tante che animano un centro all’avanguardia. Sottolineo pubblico, perché quando si pensa alla sanità, e in generale al mondo dell’assistenza e della cura, si identifica il pubblico con concetti come disorganizzazione, sprechi, inefficienze. Inizia con queste parole Marietta Tidei, consigliera regionale del PD Lazio e membro del Comitato DireDonne, il suo articolo per il notiziario Donne.  

Anche il Sant’Alessio, in passato, ha dovuto convivere con dinamiche e situazioni non certo virtuose. Fino al 2014 era in perdita di circa 20 milioni di euro, non riusciva a pagare regolarmente gli stipendi ai lavoratori, il patrimonio veniva gestito da pochi interni che non avevano le risorse necessarie. Le cronache dei quotidiani hanno raccontato per anni scandali e connivenze. Oggi- spiega Tidei- i conti sono stati messi in sicurezza, i bilanci si chiudono con il segno positivo e sono aumentati del 18,2% gli investimenti nella riabilitazione e di +7,4% gli investimenti negli altri servizi resi a ciechi e ipovedenti.

La realtà è profondamente cambiata. E’ utile riavvolgere il nastro per capire l’importanza di un Istituto come è appunto il Sant’Alessio. Fondato 150 anni fa, nel 1868, grazie alla generosità di un gruppo di cittadini romani e per volontà di Papa Pio IX, rappresentò la prima forma di welfare, attraverso cui la città mostrava la propria accoglienza verso gli emarginati: donne e uomini non vedenti, ai quali veniva dato ricovero, educazione e quindi formazione. Oggi il Sant’Alessio- sottolinea la consigliera nel suo articolo- forte di questa tradizione solidale, è un istituto riconosciuto in Italia e all’estero per l’impegno continuo in favore di ipovedenti e non vedenti e per l’altissima qualità dei servizi specialistici per la disabilità visiva, anche complessa.

Chi entra al Sant’Alessio si accorge subito che l’assistenza è a 360 gradi. I servizi, infatti- spiega ancora Tidei- riguardano la riabilitazione, ma anche educazione, formazione professionale e inclusione sociale di persone (adulti e bambini) con disabilità visiva, anche complessa (pluri-handicap). Ogni anno il Sant’Alessio offre servizi a circa 1.500 persone, il 70% dei quali sono studenti. Lavorano figure professionali competenti e con un approccio multidisciplinare: neuropsichiatri infantili, psichiatri, neurologi, fisiatri, geriatri, oculisti, nutrizionisti. Tutte le attività che si svolgono al Sant’Alessio sono mirate al recupero del benessere psicofisico della persona disabile visiva per favorirne l’integrazione nel contesto sociale, scolastico, lavorativo.

Il Sant’Alessio non eroga servizi solo ai disabili visivi, ma organizza attività a carattere divulgativo, di sensibilizzazione e corsi di alta formazione. Molte di queste attività si tengono nella black box, una stanza completamente buia dove i vedenti possono sperimentare la condizione della cecità assoluta. In queste condizioni estreme, al buio completo, i gesti della vita quotidiana possono diventare occasione di potenziamento delle proprie abilità e opportunità per conoscere sé stessi e gli altri. Oltre 12mila persone non vedenti e 25 mila ipovedenti vivono nel Lazio. Di questi- scrive Tidei- 2.500 sono giovani adulti che hanno necessità di servizi ri-abilitativi specifici per il recupero dell’autonomia nella vita quotidiana. Nel Lazio- spiega Tidei nel suo articolo- vive la percentuale maggiore di non vedenti in età scolare: gli studenti non vedenti del Lazio rappresentano il 15% degli alunni non vedenti d’Italia. Tutelare e valorizzare una realtà come il Sant’Alessio è imprescindibile. Così come è fondamentale potenziare la rete dei 400 tiflodidatti e assistenti domiciliari che ogni giorno, in tanti Comuni del Lazio, aiutano i bambini a studiare e li affiancano nelle attività educative. Lo dobbiamo a Stella, a Lidia- conclude la consigliera- e a tutti quelli che ne hanno bisogno.

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