Arabia Saudita, Alsahi: “Presto libere di guidare ma non di parlare”

"Arresti per mostrare che il governo non è influenzabile"
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ROMA – L’ondata di arresti che in Arabia Saudita ha colpito il movimento per i diritti delle donne e’ “l’ennesimo tentativo di evitare che l’abrogazione del divieto di guida femminile venga attribuito al loro impegno e mostrare che l’attivismo non puo’ influenzare il governo”. Contattata dall’agenzia ‘Dire’, Huda Alsahi, studiosa originaria del Bahrein, esperta di questioni di genere nel regno wahhabita, esprime la sua preoccupazione: “La stretta repressiva ha sorpreso molte persone, soprattutto perche’ tra poche settimane, il 24 giugno, l’Arabia Saudita si prepara a consentire alle donne di sedere al volante. È un segnale allarmante sui limiti dell’agenda ‘liberatoria’ del principe Mohammed Bin Salman”. “Ho notato che molte femministe sono rimaste in silenzio o hanno chiuso i loro account su Twitter per paura delle possibili conseguenze future” dice la ricercatrice, che in questo momento lavora a una tesi di dottorato alla Normale di Pisa sui temi della politica e del genere nel regno wahhabita. “Il movimento era visto come parte di una spinta piu’ grande per la democrazia e i diritti civili” aggiunge la dottoranda: “E’ importante tenere conto di questo e del fatto che gli arresti hanno colpito attiviste e attivisti di diverse generazioni”.

Tra le sette donne arrestate finora, insieme a tre uomini, ci sono Madiha al-Ajroush, 63 anni, e Aisha Al-Mana, 70 anni, poi rilasciata, secondo alcuni attivisti. Queste due furono tra le prime a organizzare le proteste per poter ottenere la patente quando, negli anni ’90, circa 50 donne furono arrestate e private del passaporto e dei loro impieghi per aver osato sfidare il divieto di guida. Dietro le sbarre sono finite anche la 28enne Loujain al-Hathloul, e altre esponenti della nuova generazione femminista saudita, come Aziza al-Yousef e Eman al-Najfan.
“Loro tre sono viste come icone di punta del movimento per i diritti delle saudite, e hanno invocato senza sosta la fine del sistema di tutele maschili che incatena ogni donna all’autorita’ di un parente maschio, a cui bisogna chiedere un permesso per sposarsi, ottenere un passaporto o viaggiare all’estero” commenta Alsahi. La studiosa ricorda anche la campagna che i media di stato e filo-governativi stanno intraprendendo per bollare le attiviste come “traditrici” e “spie”. E conclude: “Sul piano interno, l’abolizione del divieto di guida alle donne e’ stato motivato come una necessita’ economica, evitando di citare gli sforzi di centinaia di donne che hanno militato contro il bando per tre decenni”.

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