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Afghanistan, Anabi (Radio Panjshir): “Talebani trattano, noi resistiamo”

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A parlarne con l'agenzia Dire è il giornalista, direttore di una delle poche emittenti indipendenti del Panjshir, ultimo baluardo della resistenza anti-talebana
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ROMA – “Molte famiglie hanno lasciato il Panjshir in direzione di Kabul, o di Mazar, per paura della guerra. Quelli che sono rimasti però, non hanno alcun timore rispetto alla possibilità che i talebani possano entrare nella provincia: qui tutti hanno una formazione militare”. A parlare è Haroon Anabi, giornalista, direttore generale di Kechken Radio Network, una delle poche emittenti indipendenti del Panjshir, oltre 3600 chilometri quadrati che si estendono lungo l’omonima valle nel nord-est del Paese.
L’agenzia Dire lo intervista mentre diversi attori della comunità internazionale guardano con attenzione alla regione, l’unica a non essere caduta nelle mani dei talebani da quando questi hanno preso il controllo del Paese domenica 14 agosto.

Diversi media locali riferiscono di un sostanziale accerchiamento della provincia da parte dei miliziani, che due giorni fa si sarebbero mossi verso l’area con l’obiettivo di far cadere quello che sembra rimasto l’ultimo baluardo della resistenza anti-talebana. Anabi parla dal distretto di Unaba, non lontano dal capoluogo Bazarak, nel quale comunque si reca di continuo. “La situazione è normale qui”, dice il cronista, che è anche un esponente del Comitato per la sicurezza dei giornalisti afghani (Ajsc) e del Sindacato nazionale dei cronisti afghani (Anju). Anche Radio Kechken, dice Anabi, “continua a trasmettere senza problemi“. L’emittente è nata tre anni fa e negli ultimi anni ha più volte prestato le sue frequenze ad alcuni progetti della missione delle Nazione Unite nel Paese, Unama, nell’ambito di iniziative per la pace e contro la violenza sulle donne.

In questi giorni i cronisti sono impegnati a seguire gli eventi che si stanno verificando nella valle, l’unica a non far formalmente parte dell’emirato islamico proclamato a Kabul una settimana fa. La storia nel Panjshir sembra ripetersi per l’ennesima volta. La zona è infatti ricordata per la sua resistenza prima contro le truppe sovietiche che invasero il Paese nel 1979, per rimanerci dieci anni, e poi contro gli stessi talebani, in occasione della guerra civile che colpì il Paese tra il 1996 e il 2001. La provincia, durante quel conflitto, fu uno dei quartier generali della cosiddetta ‘Alleanza del nord’. A guidare le truppe del Panjshir, in entrambe le occasioni, c’era un combattente della comunità tagika che molto afghani definiscono un “eroe nazionale”: Ahmad Shah Massoud, noto come ‘Il leone del Panjshir’, ucciso dai talebani due giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 che avrebbe portato all’intervento militare della Nato e alla caduta degli stessi miliziani islamisti. A capo del Panjshir oggi, c’è il figlio di quel combattente, Ahmad Massoud, che nei giorni scorsi, come conferma anche Anabi, è stato raggiunto dall’ex vicepresidente del governo deposto dai talebani, Amrullah Saleh, nell’ottica di organizzare una reazione alla presa del Paese.

Nel corso di un intervista con i media internazionali, ieri, Massoud ha riferito che è in corso un “dialogo” con i miliziani, e che i suoi uomini, con la loro resistenza, stanno “difendendo tutto il Paese”. Secondo Haroon Anabi, giornalista, direttore generale di Kechken Radio Network, al momento, “i talebani hanno provato ad avviare dei colloqui telefonici con Massoud, ma senza successo”. Per il cronista, i miliziani islamisti temono quello che potrebbe succedere in Panjshir, e per questo motivo “stanno gestendo in modo molto morbido le aree sotto il loro controllo”. La paura infatti, questa la tesi di Anabi, è che “non avendo ancora messo sotto controllo tutto il Paese non vogliono forzare gli eventi: se la nostra provincia dovesse veramente prendere le armi contro i miliziani, tante altre seguiranno, e verrebbero sconfitti”. 

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