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Clima, There is no planet B: l’aiuto dallo Spazio

Salvare il pianeta: è questo l’imperativo che i giovani di tutto il mondo si sono dati, ispirati dal messaggio di Greta Thunberg, la sedicenne svedese in prima linea nel campo dell’attivismo ambientalista. Quello che chiedono a politici ed economisti è ripensare totalmente le attività antropiche nell’ottica del rispetto della Terra. “Non c’è un pianeta B” è uno degli slogan più gettonati. Ma cosa sta succedendo a deserti, oceani e foreste? Un colpo d’occhio fondamentale arriva dallo Spazio, grazie a numerosi programmi di osservazione che fotografano, dettagliano, elaborano quello che succede sulla superficie terrestre. Ne abbiamo parlato con Simonetta Cheli, Capo Strategia, Programmi e Coordinamento nella Direzione dei Programmi di Osservazione della Terra dell’Agenzia spaziale europea (Esa).

“I satelliti possono aiutare moltissimo in quanto sono uno strumento obiettivo, super partes, di monitoraggio permanente dello stato del nostro pianeta. I satelliti infatti servono a monitorare permanentemente circa venticinque delle variabili climatiche delle cinquanta totali definite dalle Nazioni Unite. Queste variabili climatiche comprendono l’ innalzamento dei mari, lo stato dell’ evoluzione dei ghiacci, lo stato della foresta sul pianeta, la temperatura dell’atmosfera, la qualità dell’aria e molte variabili che sono facilmente seguibili e monitorabili con i satelliti”.

Una particolarità fondamentale dell’occhio dei satelliti è quella di riuscire a vedere anche lo stato di zone inaccessibili per l’uomo. È questo il caso di alcune regioni artiche e antartiche, ad esempio, considerando che l’evoluzione dei ghiacci è un indicatore fondamentale per capire lo stato di salute della Terra. I monitoraggi, per essere attendibili, si svolgono su un lungo arco temporale: parliamo di almeno 30 anni per poter contribuire ai modelli scientifici di chi si occupa di clima.

“L’Esa ha un programma complesso e molto importante, in questo momento direi il più importante a livello mondiale, per quanto riguarda i satelliti ambientali.È un programma che si compone di tre parti: da una parte sviluppiamo i satelliti meteorologici che abbiamo lanciato nel ’78 e che sviluppiamo oggi insieme a Eumetsat, l’ agenzia operativa a livello europeo per la meteorologia. Abbiamo un programma scientifico che si chiama Earth Explorer, dove sviluppiamo, lanciamo, adoperiamo dei satelliti che hanno degli obiettivi precisi scientifici di studio di quelle che sono delle tematiche relative allo stato del nostro pianeta: la magnetosfera, l’ evoluzione dei ghiacci, l’ umidità del terreno. Dopodiché abbiamo, sotto l’egida della Commissione europea, il programma Copernicus, che appunto è diretto dalla Commissione europea in quanto leader politico e anche co-finanziatore importante del programma, ma dove l’Esa rappresenta l’ente che sviluppa e coordina tutta la componente spaziale”.

Le missioni Esa attualmente operative sono quindici e forniscono il maggior numero di dati di tipo ambientale al mondo. Venticinque sono i satelliti già programmati: saranno lanciati nei prossimi anni.

Le sentinelle della Terra operative ad oggi per Copernicus sono sette, le prime tre lanciate in coppia. Altre ne seguiranno. Alcune hanno strumenti radar a bordo per vedere notte e giorno anche attraverso le nuvole, in alcuni casi sfruttano l’interferometria: sono in grado, cioè, di misurare anche gli spostamenti millimetrici del terreno grazie a un doppio passaggio sulla stessa zona a distanza di tempo. Altre sentinelle hanno a bordo strumenti ottici per monitorare lo stato del cambiamento della superficie terrestre, agricoltura e foreste comprese. Sotto controllo è anche lo stato della nostra atmosfera, anche, per esempio, in relazione agli incendi che stanno devastando l’Amazzonia.

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I dati, delle sentinelle e non solo, sono accessibili a tutti. Questo ha permesso anche di imbastire collaborazioni importanti.

“Abbiamo accordi con i maggiori istituti di ricerca italiani. In particolare collaboriamo con l’Enea che è un ente di ricerca importante e ha una base in Antartico, quindi diamo dei dati dei nostri satelliti per dei progetti a livello ambientale di un istituto di ricerca italiano; lavoriamo anche con l’Ingv, in Italia, altro istituto di ricerca importante che lavora sulla tematica dei vulcani, e con molti altri. Abbiamo degli accordi specifici con l’ Agenzia spaziale italiana, naturalmente, è nostro ente di riferimento, ma anche con istituti di ricerca e centri nazionali. L’abbiamo a livello europeo con l’ Agenzia europea dell’ambiente, che utilizza i nostri dati regolarmente per farei report sullo stato dell’ambiente, li abbiamo con altre organizzazioni europee come il Cnws, che è il centro di monitoraggio a medio lungo termine dei dati relativi alla meteorologia che integra per le previsioni a medio termine i dati satellitari delle nostre missioni nei modelli. Abbiamo accordi a livello internazionale con agenzie delle Nazioni Unite, come la Fao a Roma, ma anche con le Nazioni Unite a Ginevra, con il Wmo per collaborare su progetti spesso legati anche ad attività di sviluppo sostenibile”.

Tantissimi, quindi, sono i legami tra agenzie spaziali e enti di ricerca, uniti globalmente nello sforzo di tutelare il nostro pianeta.

“Sono stati lanciati nel 2015 dalle Nazioni Unite i diciassette goal di sviluppo sostenibile, che sono quelli di lavorare su temi come quello dell’ acqua, del climate change, del cibo per tutti. Ecco su questi diversi temi lo Spazio ha un contributo forte e abbiamo degli accordi specifici con alcune agenzie delle Nazioni Unite come l’Unep, che lavora con sede a Nairobi, con cui lavoriamo sulla tematica dell’acqua, e accordi internazionali con altre organizzazioni internazionali a livello mondiale, poi accordi bilaterali ovviamente con la NASA, con gli indiani, i giapponesi, con chi come noi ha satelliti di osservazione della Terra che fanno monitoraggio, sia per scambio dati che per progetti comuni di collaborazione”.  

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23 Settembre 2019
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