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A Kabul una casa per le ultime, donne sole con bambini che non sanno dove andare

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A Kabul sorgeranno tre case che ospiteranno per un anno le donne sole con bambini che non sono riuscite a partire e mettersi in salvo
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ROMA – Donne e bambini soli. Per giorni agli angoli delle strade, senza più un posto dove andare. E senza nulla: alcune hanno venduto la casa, altre hanno lasciato il villaggio portandosi dietro solo sacchi, paura e speranza. Sono le ultime di Kabul, quelle che non ce l’hanno fatta a partire. Che all’aeroporto “Hamid Karzai” non sono neanche riuscite ad arrivare dopo giorni di viaggio, in giorni di guerra e di attentati.

IN ARRIVO TRE CASE PER UNA SISTEMAZIONE DI EMERGENZA

La notizia, in tanta incertezza, è che alcune di loro troveranno una nuova casa. Ce ne saranno anzi tre, nel perimetro della capitale: la prima è già stata predisposta, le altre due verranno presto. Sarà una sistemazione di emergenza, forse per un anno o più, in attesa che la situazione si chiarisca e magari diventino possibili trasferimenti in sicurezza, di nuovo verso i villaggi d’origine o se necessario invece all’estero, attraverso il Pakistan o altre vie.

IL SOCCORSO AGLI AFGANI DELLA FONDAZIONE PANGEA

Come riferisce ‘Oltremare‘, magazine dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), ad allestire le case per le sfollate afgane è in questi giorni la fondazione italiana Pangea. In Afghanistan dal 2003 con progetti per il microcredito e un’attenzione particolare per le donne, la formazione e il lavoro, l’ong promette di restare “per non tradire le promesse fatte e perché proprio questo è il momento del bisogno”. Parole del presidente Luca Lo Presti, un impegno di solidarietà che lo ha portato negli anni a far spola tra Milano e Kabul. Ad agosto, gli attivisti e i volontari della fondazione sono stati capofila per il corridoio di emergenza sull’espatrio dall’Afghanistan. Hanno animato una sala operativa al lavoro 24 ore su 24, in rete con i carabinieri del Tuscania e i paracadutisti della Folgore all’aeroporto di Kabul. Di loro si è letto per la messa in salvo di 270 persone, molte delle quali attiviste e collaboratrici afgane della fondazione con i loro bambini, arrivate all’“Hamid Karzai” in piccoli gruppi, con la “P” di Pangea disegnata sul palmo di una mano per farsi riconoscere dai militari italiani.

“È stata una grande responsabilità, dovevamo mettere in sicurezza chi correva rischi nell’immediato, per se stesso e per i suoi parenti” ricorda Lo Presti. Lo sguardo, però, è rivolto al futuro. All’accoglienza delle sfollate di Kabul e ai corridoi umanitari da organizzare lungo la via immaginata dall’Onu, con la Risoluzione 1325, quella che riguarda nello specifico le donne, più vulnerabili non solo nell’Afghanistan dei taliban e dei nuovi burqa che in tante sono già state costrette a indossare. Sia chiaro: l’emergenza precede di molto la caduta di Kabul e il ritiro delle forze Nato.

DONNE E BAMBINI L’80% DI CHI È FUGGITO TRA GENNAIO E MAGGIO

Secondo stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), donne e bambini hanno costituito l’80 per cento delle circa 400mila persone costrette a lasciare le loro case dal conflitto tra il gennaio e il maggio scorsi. Ad agosto, due giorni prima che i taliban prendessero la capitale, una portavoce dell’Onu aveva stimato in tre milioni e 300mila il numero degli “sfollati interni” in Afghanistan.

ORA LA SFIDA È RICOLLOCARE CHI È ARRIVATO IN ITALIA

A Roma, attraverso la rete dell’Associazione delle ong italiane (Aoi), Pangea è già impegnata in tavoli istituzionali. “Il nostro primo impegno sarà dare un contributo per ricollocare e inserire nella società centinaia di persone che siamo riusciti a portare nel nostro Paese” dice Lo Presti. “Con i rappresentanti del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, saremo nel coordinamento nazionale per i corridoi che si potranno aprire”.
C’è poi la determinazione a restare in Afghanistan. Puntando su quei progetti che, in prospettiva, possono portare diritti e sviluppo in un Paese con un’economia al collasso, con banche e negozi ancora chiusi, in difficoltà per la mancanza d’acqua e di cibo e con un sistema sanitario che dipendeva all’80 per cento da donatori internazionali.
“Stiamo contattando un centinaio di nostre persone in Afghanistan per ricucire la rete e far ripartire il progetto del microcredito” dice Lo Presti. “Con il ritiro americano c’è stato un momento di panico e di caos, nella ressa e negli attentati nella zona dell’aeroporto tante donne sono state picchiate, calpestate o uccise; è probabile ci sia però una fase di stabilizzazione e a quel punto bisognerà mantenere 20 anni di promesse: gli afgani si aspettano continuità e il momento di esserci è proprio questo”.

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