Genova, uno studio Usa chiama in causa il terreno fragile sotto il ponte Morandi

Consiglio geologi: "La struttura si stava deformando già da 4 anni"
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Nel giorno del primo anniversario dal crollo del ponte Morandi di Genova, in cui persero la vita 43 persone, il Consiglio nazionale dei geologi richiama l’attenzione su una “importante novità che arriva da uno studio del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena”. Perché in quel “dossier si dimostra come la struttura abbia iniziato a deformarsi quattro anni prima del cedimento e che negli ultimi mesi prima del crollo le deformazioni siano aumentate. Una causa che sarebbe innanzitutto geologica e poi strutturale“. Lo studio, al quale ha partecipato anche un geologo italiano del ministero dell’Ambiente, “pone il dubbio che la tragedia, forse, si sarebbe potuta evitare”, afferma Domenico Angelone, tesoriere del Consiglio nazionale dei geologi.

Ma il documento rimanda anche all’importanza dell’analisi delle condizioni geologiche e geomorfologiche delle aree destinate ad ospitare opere infrastrutturali, come nel caso del ponte Morandi di Genova. “Un terreno morfologicamente fragile dal momento che, tra il marzo 2017 e agosto 2018, aveva già subito delle deformazioni strutturali per motivazioni legate al sottosuolo, in particolare sotto alla pila che poi è crollata, la numero 9″, si legge nella nota del Consiglio dei geologi.

“Oggi è possibile sapere che la struttura del viadotto fosse fragile, ma non si può dire con certezza se il disastro si sarebbe potuto evitare. Sicuramente il lavoro del geologo sarebbe stato cruciale in precedenza -e non soltanto dopo il cedimento- al fine di verificare le condizioni morfologiche del terreno sul quale poggiava il viadotto”, conclude il geologo molisano”. 

Dello stesso parere Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi che sottolinea la crucialità del lavoro del geologo. “Già in passato abbiamo evidenziato che circa il 90% delle problematiche legate alle infrastrutture italiane sono determinate non da fattori strutturali, ma da criticità idrogeologiche, come ad esempio il crollo del ponte sul Rio Santa Lucia tra Cagliari e Capoterra”, spiega Peduto che critica anche l’iniziativa dello scorso anno avanzata dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli di reclutare solo ingegneri per controllare e verificare lo stato delle infrastrutture del Paese.

“Un’iniziativa che poteva essere encomiabile- dice Peduto- ma l’unica figura del professionista ingegnere non può essere esaustiva per la verifica della sicurezza delle opere pubbliche. In tal senso andrebbe conferita maggiore importanza al ruolo del geologo per attuare, in maniera compiuta ed efficace, azioni volte alla mitigazione dei rischi ambientali in tutte le fasi legate al settore della costruzione comprese quelle della corretta manutenzione”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

14 Agosto 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»