Caso Cerciello Rega, no ai domiciliari per Natale Hjort

In Aula la toccante testimonianza della vedova del carabiniere ucciso con 11 coltellate nella notte tra il 25 e il 26 luglio del 2019
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Resterà in carcere Gabriel Natale Hjorth, l’americano accusato insieme a Finnegan Lee Elder dell’omicidio del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso a coltellate il 26 luglio del 2019, nel quartiere Prati a Roma. I giudici della Prima Corte d’Assise hanno infatti respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla difesa di Hjorth.

Nell’istanza presentata lo scorso 24 settembre, Natale Hjorth, detenuto nel carcere romano di Regina Coeli, tramite i suoi difensori, ha chiesto di essere trasferito nella casa di Fregene, litorale nord della Capitale, dove vivono i suoi nonni. Secondo i difensori, le esigenze cautelari potevano ritenersi “notevolmente scemate o comunque tali da poter essere soddisfatte” con i domiciliari. Ragioni che però la Corte dopo una Camera di consiglio non ha accolto.

LA TESTIMONIANZA DELLA MOGLIE DEL CARBINIERE UCCISO

Attimi toccanti al processo per la morte del Carabiniere Mario Cerciello Rega. Davanti alla Corte d’assise che dovrà giudicare gli americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth accusati dell’omicidio, la vedova ha mostrato il portafoglio con la placca di riconoscimento che il marito aveva con sé la notte del delitto, con ancora una macchia di sangue.
“Un portafogli particolare che era solito mettere nella tasca davanti” ha detto la signora Rosa Maria, parte civile nel processo. “Quella sera aveva un borsello, – ha raccontato- mise il portafogli, nella tasca, ma le manette e il portafoglio li portava sempre addosso nelle tasche dei pantaloni. Anche quella sera fece così. Mi ha saluto e quello è stato il suo ultimo saluto. Ci siamo sentiti due volte nel corso della notte”. La vedova di Mario Cerciello Rega prima di uscire dall’aula per un piccolo malore ha ricostruito: “Alle 4 precise mi ha chiamato mio cognato Paolo dicendomi che era successo qualcosa a Mario. Che lo stavano operando. Ho chiamato in caserma e dalla voce del piantone ho capito che era successo qualcosa di grave. Ho chiesto se in caserma c’era qualcuno – ha detto la donna – e mi disse che tutti i militari avevano raggiunto l’ospedale. Poi ho chiamato i miei genitori. Li ho avvisati e ho chiamato un collega che stava al Santo Spirito. Sono scesa e non sapevo neanche dove si prendessero i taxi. Avevo solo un rosario con me. Poi è arrivato un taxi che mi ha accompagnato lì, non ha voluto neanche i soldi. Arrivo in ospedale dal lato del pronto soccorso – ha proseguito – c’è una discesa, erano tutti lì. Sono andata dritta vicino alla porta e c’era il comandante Ottaviani e mi disse che lo stavano operando. In quel momento è uscito l’infermiere e mi ha dato i suoi oggetti, la fede, una catenina con crocifisso e un bracciale. Ho atteso sui gradini di una scala. Sul muretto notai le manette di Mario, volevo prenderle ma mi hanno detto che non potevo. Ho atteso la moglie del comandante che mi ha accompagnato dai medici, una situazione surreale. I medici mi hanno detto che non avevano potuto fare di più e Mario era morto“. Elder, scosso dal racconto, ha abbandonato l’aula.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

9 Ottobre 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»