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Anfossi: “Sì alla regia Fondazioni-Comune Torino su priorità e calendari, ma sulle risorse restiamo autonomi”

segretario generale della fondazione Compagnia di San Paolo Alberto Anfossi
Il segretario generale della Compagnia di San Paolo raccoglie le parole di Verri: "Collaboriamo senza condizionamenti. Otto milioni sul restauro Gam è un numero importante"
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Di Chiara Barison

TORINO – “Una cabina di regia? Dipende chi è il regista. Sarà la benvenuta se dirà quali sono le priorità della città, dove concentrare gli sforzi. Cosa ben diversa se fosse di direzione, che indichi dove vanno le risorse o che addirittura ne condizioni le politiche, che invece fanno parte dell’autonomia legittima di ogni fondazione”. Il segretario generale della fondazione Compagnia di San Paolo Alberto Anfossi, parlando con la ‘Dire’, aggiunge un ulteriore tassello al dibattito avviato dal manager culturale Paolo Verri e ripreso dal segretario generale di Crt Giovanni Quaglia.

Già direttore del salone del libro dal 1993 al 1997, manager di Matera capitale europea della Cultura, 837 preferenze nella lista di Francesco Tresso ‘Torino domani’ a sostegno di Stefano Lo Russo, Verri aveva messo i piedi nel piatto pochi giorni fa: “In questi ultimi anni è mancata totalmente una regia. Credo che tra i primi compiti della prossima amministrazione ci sarà quello di chiamare tutte queste fondazioni, fare un punto della situazione su quali sono le attività che hanno svolto fino ad ora e concertare quelle del futuro”. 

Parole che Anfossi raccoglie, ma schierando la Compagnia alle condizioni della Compagnia:  “A volte questi termini sono un po’ vuoti, nel senso che dipende anche se è una cabina di regia o di direzione”. Bene la prima, che si occuperebbe di “priorità, dove concentrare gli sforzi”, a partire dai calendari delle iniziative, a volte affollati a volte scarichi nel corso dell’anno. Alt invece a “una cabina di regia che sia di direzione, e quindi che dica dove vanno le risorse”. Lì l’autonomia delle fondazioni resta sacra

L’esperienza di Anfossi all’interno della fondazione torinese è iniziata nel 2013, con il ruolo di responsabile dell’area fund raising, per diventare poi capo della struttura operativa nel 2018.

Compagnia di San Paolo negli ultimi 5 anni ha valutato circa 4 mila progetti: solo nella cultura torinese investe più di 5 milioni di euro l’anno ed è socia dei principali enti culturali del territorio e  a Torino dei teatri Regio e Stabile, del Museo Egizio e del Polo del ‘900. La fondazione è comunque pesantemente in campo a fianco degli enti pubblici: solo nel restauro della Galleria d’arte moderna saranno necessari 8 milioni di euro.

Segretario Anfossi, come si fanno a finanziare più di 4mila progetti in 5 anni? In cosa consiste l’iter di valutazione?

Innanzitutto, c’è da dire che possiamo contare sul lavoro di più di 100 persone. E poi che ci sono essenzialmente tre canali attraverso i quali un progetto può arrivare a noi per essere valutato: istituzionale, la pubblicazione di bandi e le candidature spontanee. 

Riguardo al primo, significa che noi come Compagnia di San Paolo siamo soci dei principali enti culturali del territorio. In sostanza, partecipando a assemblee e consigli di amministrazione, abbiamo un rapporto pluriennale e stabile con gli enti, così da poter valutare il contributo da assegnare in funzione della loro pianificazione strategica e della gestione economico finanziaria. 

Il secondo grande gruppo di progetti, invece, viene selezionato tramite l’emissione di bandi tematici. In questo modo riceviamo in risposta dei progetti, che vengono poi valutati da una commissione composta da soggetti esterni esperti nominati dal comitato di gestione. All’esito della valutazione vengono stilate delle graduatorie sulla base delle quali, in funzione della nostra disponibilità economica, finanziamo alcuni progetti selezionati. Quindi i grandi numeri si fanno così, magari a un bando rispondono 100/150 enti, se ne finanziamo 70 in un anno è facile arrivare a 1.000 progetti. Infine il terzo filone è quello delle candidature spontanee, per cui qualunque ente eleggibile (che da statuto può ricevere un contributo, tendenzialmente enti pubblici o enti privati non profit) può presentare un progetto che viene valutato internamente alla fondazione. Se rispetta i criteri che stabiliamo nel ‘Documento di programmazione annuale’ e abbiamo i fondi necessari diamo una risposta positiva.

Avete sempre lavorato in questo modo oppure si tratta di una strategia che si è evoluta nel corso degli anni?

Negli ultimi 4/5 anni c’è stata un’accentuazione dell’idea che non siamo un soggetto che copre i buchi di bilancio o che vada a implementare le risorse pubbliche quando sono insufficienti. Questo ha voluto dire un po’ cambiare l’approccio e la strategia erogativa con la quale interveniamo sui progetti. Direi che il caso più emblematico è il caso della Fondazione Teatro Regio in cui- negli ultimi tre anni- siamo sempre intervenuti in una logica di stimolare comportamenti gestionali attenti, acquisizione di competenze manageriali, di controllo di gestione, pianificazione, in modo che anche il nostro contributo fosse utilizzato al meglio. A volte la sensazione è che i nostri contributi non fossero così efficaci nel generare cambiamenti duraturi e positivi negli enti. 

Cosa pensa di una cabina di regia comunale che coordini il lavoro delle fondazioni sul territorio?

Le rispondo con una battuta: dipende chi è il regista. A volte questi termini sono un po’ vuoti, nel senso che dipende anche se è una cabina di regia o di direzione. Su certe cose ben venga la cabina di regia, anzi, siamo noi i primi ad auspicarla. Nel senso, una cabina di regia che dica quali sono le priorità della città, dove concentrare gli sforzi sarebbe anche benvenuta. Così come una cabina di regia per pensare i calendari, evitando che ci siano dei momenti dell’anno in cui succede poco e niente, contro periodi in cui gli eventi sono congestionati. Cosa ben diversa è una cabina di regia che sia di direzione, e quindi che dica dove vanno le risorse o che addirittura ne condizioni le politiche, che invece sono legittimamente autonome da parte di ogni fondazione. 

Parlando di cultura, alla presentazione della 33a edizione del Salone del libro il direttore Nicola Lagioia ha detto che ce n’è poca nei programmi dei candidati sindaci. Ritiene che il ruolo delle fondazioni rischi di essere relegato a ‘tappa buchi’ delle amministrazioni?

È chiaro che il Comune in questi ultimi 15 anni ha sofferto molto le crisi di debito pubblico nazionale e locale a causa delle crisi del 2008, 2013 e poi questa del 2020. Il Comune di Torino sicuramente ha fatto molta fatica. Di conseguenza, le fondazioni– sia Compagnia di San Paolo che Crt- a Torino hanno svolto anche una funzione sussidiaria del pubblico. Basti pensare che noi agli enti culturali garantiamo complessivamente più di 5 milioni di euro l’anno solo sul territorio torinese. Questo non è però vero nel sociale, nella sanità e nella ricerca, in cui i nostri contributi sono molto minori rispetto ai contributi pubblici. Sicuramente nella cultura questa cosa è più evidente. Però in effetti ci siamo trovati a dover un po’ resistere a una richiesta pressante, del tutto motivata, di supplire laddove il pubblico non riusciva più ad arrivare. Un esempio su tutti, le manutenzioni straordinarie, come il caso della Gam. La galleria ha un programma di restauro e di ristrutturazione degli edifici da circa 8 milioni di euro e la Compagnia di San Paolo potrebbe farsene carico negli anni a venire. È un numero importante. 

Nonostante tutto, secondo Lei Torino ha ancora voglia di cultura?

La voglia di cultura c’è e parlano i numeri: quando vengono aperti i musei la risposta del pubblico c’è sempre. A volte di cultura ci si riempie un po’ la bocca. Non è questione di aggiungere un festival o una mostra, ma magari si tratta di inserirsi nei circuiti internazionali o fare in modo che i torinesi non vadano una volta nella vita al Museo Egizio o alla Mole, ma che li vedano come luoghi vivi in cui succedono cose andando almeno una volta a stagione. È questa un po’ la sfida: ripensare questi luoghi, in una veste più utile alla società perchè la cultura deve avere sì un ruolo sociale, ma le persone vanno attratte. Sulla campagna elettorale, io condivido le parole di Nicola Lagioia, è vero che si è parlato poco di cultura ma è anche vero che capisco i nostri candidati sindaci. Probabilmente, in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, gli elettori hanno bisogno di sentir parlare di altre priorità.

Compagnia di San Paolo non si occupa solo di cultura. Tra gli obiettivi c’è anche la voce ‘Pianeta’, a partire da quando è stato inserito tra le missioni della fondazione? Come si è evoluto l’approccio nel tempo?

Nell’ambito del Pianeta ci sono cinque missioni, di queste quattro erano già presenti nell’attività erogativa della Compagnia di San Paolo (Ricerca, Innovazione, Benessere/Salute e Internazionalizzazione). Nel 2018 ci siamo resi conto di voler essere maggiormente al passo con i tempi, così tra il 2019 e il 2020 si è concretizzata la quinta missione: ‘Proteggere l’ambiente’. Abbiamo così iniziato a svolgere un’attività erogativa in crescita (intorno ai 3 milioni l’anno) che ora è fatta da progetti tutti molto innovativi. L’attività erogativa si è evoluta dal sostenere progetti al promuovere iniziative che siano capaci di generare un impatto positivo di lungo termine. Ad esempio, nella missione ‘Proteggere l’ambiente’ il primo bando che abbiamo emanato si chiamava ‘Restauro ambientale’. Era rivolto all’incremento del capitale naturale dei nostri territori, un po’ in analogia con il restauro di chiese e monumenti. L’idea era che anche il patrimonio naturale potesse essere restaurato e restituito ai cittadini. Ecco, nel bando si chiedeva che venisse istituita una community che si prendesse cura di ciò che era stato creato. In questo senso, la nostra idea è che i nostri soldi, utili per avviare e fare il grosso intervento iniziale, abilitino un impatto sul lungo periodo. 

Alla luce della sua esperienza, come cambierà lo sforzo filantropico in futuro?

Io credo che le fondazioni potranno sempre di più essere agenti di cambiamento, anche in partnership con il pubblico, aiutandolo a prendere certi tipi di decisione o ad attuare certi processi di cambiamento. Quindi, in qualche modo l’azione delle fondazioni sarà sempre più strategica. Il che non vuol dire per forza progetti sempre più grandi, con alcuni grandi progetti di impatto che cambiano il contesto territoriale, ma significa anche fare progetti più piccoli che però siano capaci di essere strategici. Strategia è una parola un po’ abusata ma noi cerchiamo di usarla a ragion veduta. Ad esempio, finanziando un piano strategico per un ente: dare soldi affinchè un ente assuma un consulente oppure individui una figura che faccia un piano a tre anni in cui vi siano delle nuove azioni di efficientamento (maggiori ricavi o minori costi). 

Invece il pubblico cosa può fare per le fondazioni?

Mettiamola in questi termini: io definisco i soldi delle fondazioni “particolari”, perché possono essere usati più velocemente e con meno vincoli, quindi il pubblico potrebbe cogliere sempre di più questa opportunità usando i soldi delle fondazioni per fare veramente la differenza. Anziché di usarli come scorciatoie perché è più comodo usare le risorse delle fondazioni, oppure peggio ancora per coprire buchi. 

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