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Evviva il rinascimento saudita. E pure l’export delle armi

turkmenistan
Parliamo di diritti umani. O per favore, basta ipocrisie: non parliamone più
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ROMA – Se davvero l’Arabia Saudita sarà il centro di “un nuovo rinascimento”, lo vedremo. Lasciamo da parte le polemiche, strumentali e non, su Matteo Renzi conferenziere a Riad. Cominciamo dai fatti. Anzi da una legge, italiana, la 185 del 1990. Stabilisce che “l’esportazione e il transito di armi sono proibiti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”.

Pochi giorni fa il governo italiano ne ha preso atto bloccando la vendita di altri 12.700 ordigni all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, Paesi accusati di bombardare in modo indiscriminato nello Yemen, uccidendo donne, uomini, bambini e contribuendo a quella che l’Onu ha definito “una catastrofe umanitaria”. C’è chi ha salutato lo stop e la revoca delle licenze, giustamente. Peccato che non sia finita qui. Per post su Facebook presunti, Patrick Zaki, uno studente che frequentava l’Università di Bologna, avrà trascorso domenica un anno da prigioniero in Egitto. E proprio l’Egitto, con il via libera a contratti per oltre 871 milioni di euro nel solo 2019, due nuove fregate multi-missione in arrivo e 24 caccia Eurofighter Typhoon pronti al decollo, è il primo importatore al mondo di sistemi d’arma italiani.

Le aziende del Belpaese esportano “eccellenze” e incassano montagne di soldi. Ringraziando il generale Abdel Fattah Al-Sisi e pure Gurbanguly Berdimuhamedov. Mai sentito nominare? È il presidente del Turkmenistan, una repubblica asiatica che in classifica è messa bene o male a seconda dei punti di vista: in quella per la libertà di stampa di Reporters sans frontieres è al 178° posto su 180, in quella degli acquirenti di armi italiane è seconda solo all’Egitto. Ecco, parliamo di diritti umani. O per favore, basta ipocrisie: non parliamone più.

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