Mali, Sunzini (Tamat): “A Kulikoro coltiviamo ortaggi e speranze”

Il direttore dell'ong: "Con pozzi a 80 metri e pannelli solari"
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ROMA – “Serve un ettaro di terra irrigato per cento contadini, che significa mille parcelle da coltivare. Poi un pozzo, profondo anche 70-80 metri, e pannelli solari. L’investimento totale è più o meno di 20mila euro, per gli standard europei molto poco. Così riusciamo a provvedere a buona parte del fabbisogno di cento persone. E’ il nostro modello vincente”. A parlare è Piero Sunzini, agronomo per formazione, direttore generale dell’organizzazione non governativa umbra Tamat. L’agenzia Dire lo ha intervistato sui progetti in Mali, dove l’ong da dieci anni mette al servizio della popolazione la propria esperienza nella lotta a insicurezza alimentare e desertificazione.

“Le nostre attività nel Paese – sottolinea Sunzini – si concentrano nella regione di Kulikoro, qualche decina di chilometri a est della capitale Bamako”. Il settore principale è quello della coltivazione degli ortaggi. Secondo il direttore di Tamat, buona parte del processo “sta nel trovare l’acqua, che c’è ma a grandi profondità qui, anche cento metri, quindi renderla raggiungibile e poi utilizzabile per l’irrigazione”. Sunzini dice di “piccole trasformazioni”, attivate anche tramite progetti di microcredito rivolti soprattutto alla popolazione femminile: “Si tratta di cifre minime – sottolinea – anche 100 o 150 euro, che noi chiamiamo di ‘micro-micro-impresa’. Permettono però di creare fonti di reddito, perché i prodotti possono anche essere venduti”.

Da diversi anni le attività portate avanti da Tamat in Mali e anche in altri Paesi della fascia saheliana, su tutti in Burkina Faso, si sono fatte più complesse. Tra le ragioni principali c’è il cambiamento climatico. “Qui è qualcosa di molto tangibile” dice Sunzini: “Un tempo l’acqua per l’irrigazione si otteneva da stagni naturali che si venivano a creare tra novembre e febbraio, nella stagione delle piogge. Il problema è che ora le precipitazioni si sono ridotte ed è sempre più difficile perseguire questa strada. In un Paese che soffre in modo cronico di mancanza d’acqua, il 10 per cento in meno di piogge ogni anno è una catastrofe”. Non è però solo il cambiamento climatico ad accrescere le difficoltà dei maliani. Nel 2012 un movimento formato soprattutto da persone della comunità tuareg ha dichiarato unilateralmente indipendenti alcuni territori del nord, identificati con il nome di Azawad. Ne è scaturito un conflitto con il governo centrale, aggravato dall’infiltrazione di gruppi di matrice islamista che sono finiti per prendere il controllo di ampie zone della parte settentrionale del Mali. “Il problema di sicurezza si fa sentire” conferma il direttore di Tamat. “Le zone in cui operiamo sono relativamente stabili, ma se ora volessi andare a fare progetti ad esempio a Gao, nel nord, sarebbe impossibile, troppo rischioso”.

Sollecitato sulle tensioni tra allevatori della comunità peul e contadini dogon, a volte associati a conflitti di matrice religiosa, Sunzini sostiene che “le dinamiche dell’islamismo non sono la sola chiave di lettura per capire il problema. Semplicemente si innestano su vecchi conflitti per la terra”, resi ancora più aspri dal riscaldamento globale. In uno scenario del genere molte persone pensano ad andare via, intraprendendo viaggi anche molto rischiosi verso il Nord Africa e l’Europa. Per questo motivo una delle attività principali messe in piedi da Tamat in Mali è quella di spiegare alle popolazioni i rischi connessi alla migrazione e, poi, al rientro in patria.“Serve un ettaro di terra irrigato per cento contadini, che significa mille parcelle da coltivare. Poi un pozzo, profondo anche 70-80 metri, e pannelli solari. L’investimento totale è più o meno di 20mila euro, per gli standard europei molto poco. Così riusciamo a provvedere a buona parte del fabbisogno di cento persone. E’ il nostro modello vincente”. A parlare è Piero Sunzini, agronomo per formazione, direttore generale dell’organizzazione non governativa umbra Tamat. L’agenzia Dire lo ha intervistato sui progetti in Mali, dove l’ong da dieci anni mette al servizio della popolazione la propria esperienza nella lotta a insicurezza alimentare e desertificazione. “Le nostre attività nel Paese – sottolinea Sunzini – si concentrano nella regione di Kulikoro, qualche decina di chilometri a est della capitale Bamako”. Il settore principale è quello della coltivazione degli ortaggi. Secondo il direttore di Tamat, buona parte del processo “sta nel trovare l’acqua, che c’è ma a grandi profondità qui, anche cento metri, quindi renderla raggiungibile e poi utilizzabile per l’irrigazione”. Sunzini dice di “piccole trasformazioni”, attivate anche tramite progetti di microcredito rivolti soprattutto alla popolazione femminile: “Si tratta di cifre minime – sottolinea – anche 100 o 150 euro, che noi chiamiamo di ‘micro-micro-impresa’. Permettono però di creare fonti di reddito, perché i prodotti possono anche essere venduti”. Da diversi anni le attività portate avanti da Tamat in Mali e anche in altri Paesi della fascia saheliana, su tutti in Burkina Faso, si sono fatte più complesse. Tra le ragioni principali c’è il cambiamento climatico. “Qui è qualcosa di molto tangibile” dice Sunzini: “Un tempo l’acqua per l’irrigazione si otteneva da stagni naturali che si venivano a creare tra novembre e febbraio, nella stagione delle piogge. Il problema è che ora le precipitazioni si sono ridotte ed è sempre più difficile perseguire questa strada. In un Paese che soffre in modo cronico di mancanza d’acqua, il 10 per cento in meno di piogge ogni anno è una catastrofe”. Non è però solo il cambiamento climatico ad accrescere le difficoltà dei maliani. Nel 2012 un movimento formato soprattutto da persone della comunità tuareg ha dichiarato unilateralmente indipendenti alcuni territori del nord, identificati con il nome di Azawad. Ne è scaturito un conflitto con il governo centrale, aggravato dall’infiltrazione di gruppi di matrice islamista che sono finiti per prendere il controllo di ampie zone della parte settentrionale del Mali. “Il problema di sicurezza si fa sentire” conferma il direttore di Tamat. “Le zone in cui operiamo sono relativamente stabili, ma se ora volessi andare a fare progetti ad esempio a Gao, nel nord, sarebbe impossibile, troppo rischioso”. Sollecitato sulle tensioni tra allevatori della comunità peul e contadini dogon, a volte associati a conflitti di matrice religiosa, Sunzini sostiene che “le dinamiche dell’islamismo non sono la sola chiave di lettura per capire il problema. Semplicemente si innestano su vecchi conflitti per la terra”, resi ancora più aspri dal riscaldamento globale. In uno scenario del genere molte persone pensano ad andare via, intraprendendo viaggi anche molto rischiosi verso il Nord Africa e l’Europa. Per questo motivo una delle attività principali messe in piedi da Tamat in Mali è quella di spiegare alle popolazioni i rischi connessi alla migrazione e, poi, al rientro in patria. “Abbiamo un progetto su questo” sottolinea il direttore. “Si chiama ‘AwArtMali’: un gruppo di artisti del Burkina Faso e di diversi Paesi dell’Africa occidentale, denominato Gambidi, diretto dal regista e formatore teatrale Luca Fusi, che porta in giro per il Mali una piece in cui il linguaggio dell’arte serve a spiegare le complessità del viaggio e del rientro a casa”. Secondo Sunzini, capita spesso che “le persone che lasciano l’Europa per tornare in Africa” senza aver ottenuto successi o avanzamenti di natura economica “vengano trattate come intoccabili, come persone che hanno totalmente fallito”. Il direttore parla della nascita di un centro della Caritas a Gao, proprio per accogliere cittadini maliani o di altri Paesi limitrofi che lasciano l’Europa ma “non se la sentono di tornare a casa”. Secondo Sunzini, il progetto ha ricevuto anche il plauso dei rappresentanti dell’Unione Europea. “E’ venuto a vederci l’ambasciatore in Mali” ricorda il direttore di Tamat: “Ha detto che dobbiamo assolutamente portarlo avanti, che è molto importante”.

IL PROGETTO AWARTMALI

“Abbiamo un progetto su questo” sottolinea il direttore. “Si chiama ‘AwArtMali‘: un gruppo di artisti del Burkina Faso e di diversi Paesi dell’Africa occidentale, denominato Gambidi, diretto dal regista e formatore teatrale Luca Fusi, che porta in giro per il Mali una piece in cui il linguaggio dell’arte serve a spiegare le complessità del viaggio e del rientro a casa”. Secondo Sunzini, capita spesso che “le persone che lasciano l’Europa per tornare in Africa” senza aver ottenuto successi o avanzamenti di natura economica “vengano trattate come intoccabili, come persone che hanno totalmente fallito”. Il direttore parla della nascita di un centro della Caritas a Gao, proprio per accogliere cittadini maliani o di altri Paesi limitrofi che lasciano l’Europa ma “non se la sentono di tornare a casa”. Secondo Sunzini, il progetto ha ricevuto anche il plauso dei rappresentanti dell’Unione Europea. “E’ venuto a vederci l’ambasciatore in Mali” ricorda il direttore di Tamat: “Ha detto che dobbiamo assolutamente portarlo avanti, che è molto importante”.

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3 Marzo 2020
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