La banalità del male di ometti che non sanno reggere la ‘fine’

violenza donne non sei sola
L'orrore di Carmagnola mette in luce la problematica dei maschi che non sanno digerire la separazione, diventando violenti attivi, che uccidono con crudeltà, oppure violenti passivi, eterne sanguisughe
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ROMA – Una borraccia, un cavatappi, una cornice e decine di attrezzi. Sono cinquanta le buste di ‘armi’ che la scientifica ha portato via dalla casa di Carmagnola, dove venerdi notte sono stati uccisi Teodora Casasanta, psicologa, e il figlio di 5 anni, Ludovico, da Alexandro Riccio, padre del bimbo e marito della donna. L’assassino, che ha provato senza riuscire a tagliarsi le vene, ad avvelenarsi di candeggina, a frantumarsi cadendo dal balcone, deve presentarsi davanti al Gip del tribunale di Asti per l’udienza di convalida. Il copione è il solito: lei vuole allontanarsi, la donna aveva colto segnali di quel Giano Bifronte che aveva in casa, depresso e irascibile, sempre più aggressivo. Lui, il carnefice, ha ucciso prima il bambino, trovato ancora con i jeans? O la donna, che è morta nel letto? L’autopsia chiarirà, ma intanto non ha ombre il profilo del killer sanguinario.

È uno di quegli uomini che non sa accettare la fine. Perchè dopo il possesso, la dipendenza, la gelosia, c’è, questo tema di banale quotidianità ovvero la questione della fine. Sono maschi che non sanno né capirla né digerirla. E si dividono in due grandi gruppi di pericolosi: o violenti attivi che uccidono persino i loro stessi figli, con crudeltà assoluta. O violenti passivi, sanguisughe eterne che vessano le loro famiglie con il loro narcisismo patologico, la loro devianza depressiva e dipendente, il vittimismo come alter ego del narcisismo. Signori nessuno che uccidono ogni giorno costruendo con la loro inabilità genetica un sistema di paura, goccia dopo goccia. Aguzzini in giacca e cravatta, opportuni e pubblicamente corretti.

“Vi porto via con me “ ha scritto il padre assassino. Perché lui in passato aveva potuto lasciarli per poi tornare all’ovile, lei non poteva farlo. La violenza spiega, la costrizione pure, il possesso anche, ma non tutto. In queste famiglie distrutte dalla furia omicida dopo una separazione resta il ritratto di ometti cattivi e pericolosi che non hanno colonna vertebrale, che non hanno dignità né identità, vuoti come canne, che non esistono se non in funzione di quel che possono esibire per le vie del Paese. Quello scenario di pubblica approvazione che se smette di essere patinato per il pubblico plaudente allora diventa una condanna a morte per chi attenta al dogma del modellino morale ‘piccolo borghese’, il palcoscenico delle famiglie ‘notabili’ e per chi ha il coraggio della verità. Quella di donne che come Teodora avranno detto un giorno: ‘Non ti amo più’ oppure ‘Separiamoci’.

Ometti deboli, senza storia e senza vita, che si riflettono in ciò che possono mostrare e in ciò che ostentano su Fb. Sono i nuovi attori della banalità del male, cattivi per la loro stessa mediocrità, per il loro valere niente. Così tanto che provano poi a riscattarsi nel suicidio. Ma in questo caso Alexandro non ci è riuscito. È vivo e vegeto e passerà i giorni speriamo in una cella stretta e scura. Che si recuperi o no non importa al male che ha fatto. Che sia messo nelle condizioni di non nuocere ad altri innocenti l’unico dovere dello Stato. E che paghi con una vita dietro le sbarre, fino all’ultimo dei suoi giorni. In memoria di una giovane donna e di quel piccolino, la cui foto sorridente ancora è appesa sull’armadietto di scuola, sezione pesciolini. Con le sue pantofole riposte dentro. Che domani, ne mai più indosserà. 

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