Betulle, Art nouveau, cimiteri nella foresta ed ex alberghi delle spie. Raid nelle capitali baltiche

BOLOGNA – La “Repubblica al di là del fiume” di Vilnius, con la sua singolare Costituzione, e la Collina delle croci in Lituania. Le case Art nouveau, il museo etnografico e il Mercato alimentare ricavato dagli hangar tedeschi a Riga. Il cimitero nel bosco e il 23esimo piano dell’albergo Viru, quello dove la Kgb spiava gli stranieri, a Tallin. Con un rush di una settimana nelle Repubbliche baltiche queste piccole chicche si fa in tempo a godersele, ma c’è anche tempo per passeggiare nel centro delle tre città, tutte belle seppur per motivi diversi, per bersi una birra (che è buonissima) e assaggiare i liquori tipici, per osservare la gioventù e le donne in particolare, che sembrano tutte top model. Per guidare in mezzo a boschi di betulle e abeti o, per i più temerari, fare un tuffo in uno degli innumerevoli laghi o nel Mar baltico. Senza dimenticare di parlare con gente e di farsi raccontare l’orgoglio delle due indipendenze dalla Russia (quella del 1918 e quella del 1991) e il timore di essere di nuovo annesse a uno Stato al quale non si sentono di appartenere. C‘è infatti chi vi dirà che, grazie alla sua forza e all’enclave russa di Kalinigrad, Vladimir Putin in circa 48 ore potrebbe invadere la Lituania. E poi il resto.

Il consiglio è partire da Vilnius, che esteticamente è meno attraente delle altre due capitali, ma che resta comunque affascinante

Tra le sue particolarità c’è appunto la Uzupis res publica, la repubblica al di là del fiume Vilnia, che ha persino un suo presidente, Romas Lileikis, che la “governa” dal 1997. Prima ghetto ebraico poi rifugio per senza tetto e prostitute, Uzpis è ora una sorta di quartiere degli artisti. Separata dal resto della città da diversi ponti, ha una strada intera dedicata alla sua Costituzione, che figura in innumerevoli traduzioni appesa a un muro. E’ composta da 41 articoli, tutti degni di nota e di dignità, tra i quali c’è per esempio il diritto di essere fraintesi, di fare errori, quello di essere felici ma anche infelici, di fare silenzio, di amare ma anche di non essere amati. E ancora, “Nessuno ha il diritto di usare violenza”, “Tutti hanno il diritto di apprezzare la propria scarsa importanza”, “Nessuno ha il diritto di avere un progetto per l’eternità”. Di certo però, come recita l’articolo uno: “Tutti hanno diritto di vivere vicino al fiume Vilnia e il fiume ha diritto di scorrere”.

Lasciando la città e guidando verso Riga, ci si imbatte invece nella Collina delle croci, che non è esattamente una collina, visto che le Repubbliche baltiche sono praticamente piatte, ma che colpisce, comunque la si pensi, con la sua selva di croci. Si dice che siano 4-500.000, ma contarle è impossibile: ci sono quelle monumentali e quelle a misura di rosario, le più piccole appese a quelle grandi. Sono sì un simbolo della religione, ma anche della ribellione silenziosa all’epoca sovietica. Portate lì dai pellegrini a partire dai primi del Novecento, furono abbattute con le ruspe per tre volte dai russi durante il periodo dell’Urss e ripiantate dai lituani, anche con l’uso del cemento, sempre più numerose. Oggi i piccoli negozi che vendono croci all’ingresso (e quelle dedicate a Meghan e Henry) tolgono alla collina un po’ del suo misticismo e del suo spirito, ma quel luogo è comunque da vedere.

 

Giunti a Riga, la passeggiata nel quartiere Art nouveau è un obbligo

Le case in stile modernista sono 800 e hanno regalato al quartiere un posto nell’elenco dei beni Patrimonio dell’umanità Unesco, Molte furono progettate da Michail Osipovic Ejzenštejn, padre del celeberrimo regista Sergej, proprio quello della Corazzata Potemkin. L’architetto vi inserì valchirie e piante, maschere e draghi e tutta la sua malinconia causata dall’abbandono da parte della moglie. Poi c’è il mercato alimentare, dove si possono vedere e comprare salmoni, carpe, merluzzi, carni di ogni foggia, verdure e scatolame. Si sviluppa nei cinque hangar costruiti negli anni 20 dai tedeschi nella Lettonia dell’Ovest per ospitare gli zeppelin e poi smontati, trasportati a Riga e ricostruiti nei loro 240 metri di lunghezza, 46 di larghezza e 38 di altezza. Tra una chiesa e l’altra, la casa delle Teste nere, i musei delle Belle arti e dell’occupazione, un cocktail allo Skyline bar del Radisson Blu Hotel per vedere la città dall’alto, non bisogna dimenticarsi di uscire da Riga per vedere il Museo etnografico all’aperto. Qui, sulle rive dal lago Jugla, nel 1924 sono stati portati e ricostruiti in originale 90 edifici rurali sparsi per il paese, che lasciati in abbandono sarebbero andati perduti. Nelle stanzette buie ti par di vedere anche personaggi cartonati, che invece sono i custodi, che ‘prendono vita’ appena ti azzardi a toccare qualcosa.

Chiesette, stalle, locande, case di contadini sono circondate da alberi, fiori e persino orti ben curati

Infine Tallin, col suo piccolo centro storico che dall’alto guarda il porto sul Mar baltico, con tanti campanili, negozietti, antiche case dei mercanti, le mura, la chiesa ortodossa e quelle luterane, col gallo d’oro sulla cima. E’ una delizia, probabilmente la più scenografica delle tre capitali, più bella ancora se si riesce a visitarla quando non ci sono i crocieristi, che sbarcano a frotte dalle mega navi di mattina, e fino a sera brulicano togliendo spazio e aria. A pochi chilometri dalla città c’è il Cimitero nella foresta, luogo che unisce spiritualità e natura, con le lapidi appoggiate sull’erba, sotto gli alberi. Nato nel 1933, ospita le spoglie di personaggi estoni importanti come la famiglia del presidente Konstantin Pats. Tornando a Tallin, nella zona subito fuori dal centro storico, dove ovunque compare il numero 18 (quest’anno ricorrono i cento anni dalla prima indipendenza), c’è l’hotel Viru. E’ l’albergo che dal 1972 all’indipendenza – la seconda- era l’unico a poter ospitare stranieri. Ma solo fino al 22esimo piano, perché al 23esimo, come recitava un cartello appeso davanti alla porta dell’area che dava sulle terrazze “Qui non c’è nulla”. Qualcosa e qualcuno, però, c’era ed erano gli agenti della Kgb e tanti apparecchi per controllare le potenziali spie, gli stranieri. Non tutte le 200 stanze avevano microfoni e telecamere perché gli agenti non ce l’avrebbero fatta ad avere il controllo su tutto. Ma i piatti del ristorante, i posacenere, i telefoni e altri oggetti trasportabili erano dotati di microspie che i camerieri compiacenti piazzavano su ordine del Kgb. E chi non era compiacente veniva costretto a diventarlo con alcuni stratagemmi. Uno su tutti era ordinare ai dipendenti dell’hotel, che peraltro all’epoca erano ben mille, di portare oggetti trovati in giro per l’edificio direttamente al direttore. E se si trattava di una borsa o di un portafoglio era vietato aprirlo. Gli agenti, così, piazzavano delle esche, per esempio un borsellino, che se aperto spruzzava vernice indelebile sul dipendente, che veniva beccato e ricattato. Ora il 23esimo piano del Viru è visitabile con la guida, che racconta questi e altri episodi, e che probabilmente si vendica dei sovietici mettendo in ridicolo i loro metodi e chiedendo 12 euro ai visitatori. Insomma, facendo business sulla Kgb.

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21 giugno 2018
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