Ambiente

Al via il progetto ‘Melissa’: il cibo dello spazio, un’idea per il futuro

ROMA – Sviluppare la tecnologia per un sistema di supporto vitale rigenerativo sicuro e affidabile per una presenza umana sostenuta sulla Luna o Marte, generare conoscenze sui bio-processi e sui sistemi accoppiati, utilizzare il know-how sviluppato attraverso l’implementazione tecnologica, il trasferimento di conoscenze e l’istruzione. Sono solo alcuni degli obiettivi di Melissa (Micro-Ecological Life Support System Alternative), progetto europeo che studia i sistemi di supporto vitale a ciclo chiuso, illustrato oggi al CNR a Roma.

Il progetto propone di analizzare e sviluppare le modalità per produrre cibo, acqua e ossigeno per missioni spaziali abitate in cui altrimenti queste forniture avrebbero portato ad un enorme costo.

ESA: RICICLO SCARTI NELLO SPAZIO MODELLO PER FUTURO TERRA

Riciclare “il più possibile” dagli scarti di ossigeno, acqua e alimenti. E’ l’obiettivo numero uno per i ricercatori di Melissa, il progetto sull’uso sostenibile e il riuso delle risorse per il sostegno alla vita nello spazio. Lo spiega Christophe Lasseur, project manager dell’Esa per Melissa, intervenuto al CNR alla presentazione del progetto.

“Sullo spazio bisogna trasportare ossigeno, acqua e alimenti in grande quantità– sottolinea il project manager- almeno 5 kg al giorno per persona, ed è obiettivamente una grande quantità di massa che potrebbe avere un costro sulla missione”. Da qui la necessità di coniugare “scarti e bisogni metabolici”.

Ipotizzare sistemi del genere sulla Terra non è utopia. “Abbiamo già iniziato anche qui- rivela Lasseur- non nel progetto Melissa ma in altre compagnie spin-off. Sappiamo ad esempio che alcune compagnie italiane stanno lavorando con medesime tecnologie su altre sfide. Ovviamente non abbiamo tutto il sistema al completo in grado di riciclare tutto. Ma alcuni pezzi già esistono- conclude- si può dire che stiamo mettendo insieme i mattoni”.

CNR: SISTEMI BIORIGENERATIVI AIUTO DALLO SPAZIO

“I sistemi biorigenerativi coprono tutti gli aspetti coinvolti nell’uso e nel riuso di risorse da parte di un equipaggio di astronauti su Marte, quindi coprono le tecniche di produzione del cibo, il riuso e la purificazione dell’acqua, il riuso degli scarti. Sono tutte attività che saranno sempre più necessarie sulla Terra, sono dunque tecnologie utili per l’avanzamento in campo agricolo e nella gestione dei rifiuti”. Lo spiega Alberto Battistelli, ricercatore dell’Istituto di biologia agroambientale e forestale, IBAF-CNR, intervenuto alla presentazione al CNR di ‘Melissa’ (Micro-Ecological Life Support System Alternative), progetto europeo che studia i sistemi di supporto vitale a ciclo chiuso.

Sulla Stazione Spaziale Internazionale – orbitante a “soli” 400 km di altezza – il cibo viene trasportato da terra grazie a dei veicoli cargo che regolarmente riforniscono gli astronauti a bordo (mentre i rifiuti prodotti compiono il percorso inverso e vengono riportati sulla Terra per essere smaltiti).

Al contrario nelle lunghe missioni del futuro l’equipaggio si dovrà autosostentare e ci sarà bisogno di coltivare piante senza l’utilizzo del suolo, per tutto l’anno e per gli anni di missione, riciclando acqua e nutrienti.

“In Antartide- aggiunge Battistelli- il CNR ha aperto nell’Agenzia spaziale tedesca una struttura pensata come serra in un’area marziana. Lì produciamo in ambiente controllato degli ortaggi come supplemento alla dieta del personale della base. Si tratta di vegetali prodotti in condizione di completo isolamento rispetto all’ambiente esterno, la struttura fornisce tutti i fattori ambientali in situazioni ottimali, spingiamo fisiologicamente la pianta a produrre elementi con molecole utili alla nutrizione del personale perchè i cibi sono pensati per essere altamente funzionali alle esigenze”.

Prima che questo sistemi sbarchi definitivamente anche sulla Terra bisognerà risolvere “un problema di costi. Queste sono attività sperimentali con costi elevati, non comptatibil con gli attuali mercati. Ma sistemi semplificati sono in realtà applicabili da subito, seguendo protocolli specifici si possono ad esempio replicare piante usate nel sistema farmaceutico come la cannabis terapeutica”.

16 maggio 2018
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