A Milano tornano i ‘Covid hotel’, ma gli albergatori nicchiano

La perdità di attrattività e gli obblighi sanitari i problemi principali, ma i 'Covid hotel' diventeranno sempre più necessari per evitare i contagi in famiglia | Di Maria Laura Iazzetti e Nicolò Rubeis
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MILANO – Una risorsa fondamentale per gli alberghi. Uno strumento efficace nella limitazione del contagio. A Milano tornano i ‘Covid hotel’: strutture dove isolare i pazienti con sintomi lievi che non possono trascorrere la quarantena nelle loro abitazioni. A fine marzo aveva aperto il Michelangelo. Ora c’è l’ex Rsa nel quartiere Adriano. Dovrebbero attivarsi a breve anche altri presidi. Diventeranno sempre più necessari, visto che il virus circola soprattutto in famiglia. Le condizioni imposte dall’Ats, però, non sembrano agevolare i proprietari che spesso decidono di tirarsi indietro.

“Molti preferiscono rimanere chiusi”, spiega alla ‘Dire’ Rocco Salamone, presidente di Atr, l’associazione degli albergatori milanesi. Il bando pubblicato a settembre, con il quale la Città metropolitana sperava di replicare l’esperienza del Michelangelo, era andato deserto. Si offrivano 120 euro al giorno per ogni positivo ospitato. Le strutture ricettive speravano di poter tornare a lavorare con i turisti. Adesso, invece, sono circa una decina quelle che hanno deciso di proporsi.

“Stiamo valutando le loro candidature. Li apriremo un po’ alla volta in base all’andamento della curva epidemiologica“, precisa alla ‘Dire’ Walter Bergamaschi, direttore generale dell’Ats di Milano. Martedì sarà inaugurato lo spazio al quartiere Adriano (70 camere da letto e 17 mini appartamenti). “I pazienti saranno assistiti dal personale delle nostre residenze per anziani”, aggiunge Andrea Casiraghi, direttore di Proges, cooperativa che si è occupata anche dell’hotel Michelangelo.

Dopo apriranno altri due presidi. In totale, per adesso saranno messi a disposizione circa 160 posti letto. Se i positivi continueranno a salire, sicuramente ci sarà bisogno di attivare altre convenzioni. L’obiettivo non è solo evitare che il contagio si diffonda tra conviventi, ma anche avere dei luoghi dove poter accogliere i pazienti ricoverati che incominciano ad avere sintomi lievi.

Qualche criticità nel bando comunque non manca. Ed è forse questo che frena gli albergatori: “Uno dei problemi principali è il requisito specifico della sorveglianza sanitaria, che pone il tema di responsabilità del datore di lavoro e del fatto che alcune mansioni che vengono richieste non sono elencate nei contratti nazionali dei dipendenti“, fa notare Maurizio Naro, presidente di Apam Milano, l’associazione degli albergatori del capoluogo lombardo.

“Chi viene assunto non ha il compito di rilevare i parametri vitali basilari di un ospite”, continua. Su questo Ats ha cercato di chiarire, specificando come la sorveglianza sanitaria di base si limiti a compiti semplici e ben definiti, come la misurazione della temperatura corporea. In realtà le richieste del bando, oltre alla registrazione dei parametri degli ospiti (incluso il monitoraggio del grado di saturazione di ossigeno), prevedono anche la tenuta delle agende e del contatto con le Ats per l’esecuzione dei tamponi e l’attivazione del servizio di guardia medica o di assistenza socio sanitaria.

Il rischio è che gli albergatori preferiscano affidare il compito ad un’azienda esterna per il problema della responsabilità del datore di lavoro”, continua Naro. Trattandosi di ospiti sicuramente positivi, “il titolare della struttura può essere accusato di eventuali ‘infortuni’ nonostante abbia magari messo a disposizione tutti i dispositivi di protezione”, sottolinea Naro.

Durante la passata esperienza dell’hotel Michelangelo (che per adesso ha interrotto la sua attività dopo aver ospitato oltre 500 persone), insieme ai dipendenti c’era sempre un presidio sanitario con un infermiere presente h24 e un medico per 12 ore. Il bando stavolta, vista la necessità, sembra avere vincoli meno stringenti da questo punto di vista. L’Ats dell’Area metropolitana milanese si impegna a riconoscere, per ogni camera, un importo di copertura di 95 euro al giorno, esclusa Iva e tassa di soggiorno. Nel caso in cui il gestore non sia in grado di garantire la sorveglianza sanitaria di base, la tariffa riconosciuta sarà di 85 euro.
Risorse che scendono, rispetto al bando promosso a aprile dal sistema sanitario lombardo, che fissava i rimborsi per ogni paziente a 150 euro al giorno, comprensivi dei farmaci (eccetto quelli ad alto costo), delle prestazioni diagnostiche non invasive e di quelle alberghiere. L’assistenza medica doveva essere garantita “sette giorni su sette”, con almeno “20 minuti al giorno” da dedicare ai pazienti ricoverati.

Nel bando attuale, oltre ai ‘requisiti sanitari’, i gestori degli alberghi dovranno occuparsi della colazione e dei pasti in camera degli ospiti, fornire loro un servizio di guardaroba, con lavaggio di indumenti e biancheria due volte a settimana, Wifi gratuito e se disponibili alcuni ‘trattamenti extra’, come “l’acquisto di giornali, riviste e altri generi di prima necessità”. L’approvvigionamento di cibo ad esempio, nel caso della ex Rsa nel quartiere Adriano che si accinge a diventare un ‘Covid hotel’, sarà garantito dalla cucina interna della struttura.

Un altro ostacolo è però rappresentato dal tema delle liquidità: “Dopo 8 mesi di fatturati azzerati i conti degli albergatori sono in rosso e dover anticipare queste risorse senza brevi tempi di ristoro delle fatture può essere un problema”, precisa il presidente di Apam Milano Naro. Dopo le mediazioni con le varie categorie, “siamo riusciti a ottenere la fattura quindicinale con il pagamento entro 30 giorni”, una soluzione “che comunque non ci soddisfa”. Gli albergatori avevano chiesto infatti una sorta di “deposito”, una base economica da cui partire che sarebbe potuta diventare un volano per le spese successive.

Va tenuto infatti in considerazione che le strutture non riceveranno una persona alla volta ovviamente, ma inizieranno a ospitare gruppi di persone, con i tempi che saranno quindi anche leggermente dilatati in base alle esigenze. Per non parlare infine, del rischio di perdita di attrattività a cui vanno incontro le strutture che decidono di ospitare pazienti positivi: “Il timore tra gli albergatori è proprio quello, tanto che qualcuno preferirà non pubblicizzare la ‘trasformazione'”, conclude Naro.

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30 Ottobre 2020
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