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Ecco chi sono gli attivisti della campagna ‘Ultima generazione’ di Extinction Rebellion

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La 'costola' italiana del gruppo nato nel 2018 a Londra chiede la dichiarazione di emergenza climatica dei governi, di azzerare le emissioni di gas serra entro il 2025 e di istituire assemblee di cittadini. E per farlo ricorre ad azioni di disturbo e blocchi stradali
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ROMA – Sono studenti, lavoratori, padri e madri di famiglia, ma hanno lasciato tutto perché tutto ha perso di senso di fronte all’imminente estinzione causata dai cambiamenti climatici. “Studiavo psicologia – ci racconta Peter, un attivista del gruppo – ma ho sentito l’università distante dal mondo utile a inserirti in un sistema che ho sempre visto autodistruttivo sia per le relazioni sociali sia per la vita nel nostro pianeta”. Anche Davide studia, “astronomia – sottolinea l’attivista – all’università di Padova, purtroppo però da qualche mese non riesco più a studiare come ho sempre fatto perché provo una seria preoccupazione per l’aggravarsi della crisi climatica ed ecologica che metterà a rischio la sopravvivenza di tutti noi”.


Sono gli attivisti di Extinction Rebellion, un gruppo nato nel 2018 a Londra quando, la mattina del 31 ottobre, si radunarono a Parliament Square per rendere pubblica la dichiarazione di ribellione di fronte alla sede del governo del Regno Unito. Negli anni le manifestazioni si sono moltiplicate toccando anche Parigi, Amsterdam, Madrid, Delhi, New York, Buenos Aires e più di 60 città nel mondo. Gli obiettivi che si sono dati sono tre: la dichiarazione di emergenza climatica da parte dei governi, fare in modo che le emissioni di gas a effetto serra arrivino allo zero netto entro il 2025 e l’istituzione di assemblee dei cittadini.

L’urgenza che li muove è confortata dai dati. Allo stato attuale, infatti, in mancanza di una seria mitigazione, si prevede che fino a un terzo della popolazione globale potrebbe vivere in una zona con la temperatura media superiore a 29°C, esattamente come nel deserto del Sahara. Questi cambiamenti riguarderanno il Nord Africa, parti della Cina Meridionale e le regioni mediterranee. Quindi Grecia, Spagna e Italia sono in pericolo.


L’aumento medio reale della temperatura sperimentato dalle persone che vivono sulle aree interne ammonta a 7.5°C entro il 2070. Ovvero, 2°C di aumento della temperatura globale, considerando l’enorme superficie acqua che mitiga la temperatura, corrispondono a 7.5°C nelle aree abitate dalle persone e lontano dal mare. Sembra ormai certo che entro la fine del 2030 supereremo 1.5°C di aumento di temperatura globale. Potremmo raggiungere tra i 2°C e i 3°C di aumento globale della temperatura tra i prossimi 20 e 40 anni ed è possibile che presto fino a 3.5 miliardi di persone si ritroveranno a vivere in terre inabitabili.

Tutto questo ha già effetti traumatici ora, anche in Italia. Il 2021 è stato definito l’anno nero dell’agricoltura italiana. Quest’anno ci sono stati oltre 1500 eventi climatici estremi tra alluvioni, gelate tardive e ondate di calore che hanno causato il calo del 27% della frutta, del 90% del miele e del 80% dell’olio.


Per questo quelli di Extinction Rebellion vogliono agire e agire adesso. In particolare la ‘costola italiana’ con la campagna ‘Ultima generazione‘ sta portando avanti la terza richiesta dell’organizzazione sull’istituzione di assemblee cittadine. E dal 6 dicembre hanno bloccato Roma per settimane e le loro azioni di disturbo hanno avuto eco sui media nazionali e internazionali.

“I membri delle assemblee cittadine – si legge sul loro sito – saranno tirati a sorte tra tutti gli strati sociali e le origini etniche, culturali, di genere, in tutta la popolazione, tra tutti quelli che vorranno partecipare. Dovranno deliberare sulla base delle migliori evidenze scientifiche e stabilire insieme le strategie e i percorsi da attuare per trasformare la società in chiave di neutralità di emissioni e rispetto dei sistemi ecologici, in equità con tutti gli essere viventi”.


Per raggiungere gli obiettivi preposti hanno deciso di optare per la disobbedienza civile non violenta. Una disobbedienza che pagano sulla loro pelle, come ci racconta Peter. “Per i blocchi stradali vengono comminate delle multe molto alte che intaccano immediatamente i nostri beni. Le denunce penali per ora riguardano i fogli di via che vanno da uno a sei mesi” – dipende da quante volte il soggetto è stato fermato in città – “questa denuncia quando avverrà il processo ci potrà costare una condanna da uno a sei mesi; e noi l’abbiamo violato più volte”.


Ci tengono però a far sapere che non vogliono fare controcultura, educazione o risvegliare le coscienze perché “non c’è tempo e soprattutto perché crediamo che le persone siano già sensibili a questi temi, ma vivono in un contesto che non permette loro di soddisfare questi bisogni – racconta Beatrice, una delle attiviste – noi creiamo delle azioni di disturbo che sono azioni dilemma. Azioni che sono un dilemma sia per le autorità che non sanno come agire nei confronti di persone non violente che manifestano per un loro diritto, sia per noi che ci mettiamo di fronte a delle scelte anche gravose e sia per le persone che si trovano davanti a noi di fronte alla strada”.


Quello che sperano di creare è un dibattito pubblico sul tema della crisi ecologica. “Molto spesso si ottiene che le persone ‘bloccate nel traffico’ sono d’accordo con la causa, ma contrarie al metodo, ma il punto è che un sacco di persone arrivano a essere coscienti del problema e a essere d’accordo con la causa” continua Beatrice.


Un altro degli effetti sperati è che dalla repressione conseguente alle loro azioni, sia da parte delle forze dell’ordine, sia da parte degli automobilisti, scaturisca una indignazione da parte dell’opinione pubblica che sostiene la causa. Una indignazione che dovrebbe scatenare dei meccanismi di solidarietà che dovrebbe portare a una mobilitazione esponenziale.

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