Coronavirus in Burkina Faso, l’allarme del cooperante: “20 posti in terapia intensiva per 20 milioni di abitanti, così è dura”

Marco Alban (Cisv): "Su una popolazione di 20 milioni di persone, la terapia intensiva è una ogni 1 milione di abitanti"
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ROMA – “Oggi, stando a un censimento realizzato dalle Nazioni Unite, le postazioni attrezzate per la terapia intensiva disponibili in Burkina Faso sono circa 20, per una popolazione di 20 milioni di persone. Una postazione ogni milione di abitante”. A parlare con l’agenzia Dire è Marco Alban, responsabile della cooperazione internazionale di Comunità impegno servizio volontariato onlus (Cisv). In Burkina Faso ha vissuto oltre 12 anni e c’è tornato poche settimane fa per una missione.

IN AFRICA È LO STATO PIÙ COLPITO DAL COVID-19

Oggi in Africa il Paese è uno dei più colpiti dalla diffusione del Covid-19. I casi confermati sono 114 e quattro i decessi. “In molti pensavano che il caldo potesse aiutare ma in Burkina Faso al momento le temperature medie sono comprese tra i 36 e i 43 gradi e il virus si sta diffondendo comunque, anche se magari un po’ più lentamente” dice Alban.

LA QUESTIONE DEI RIFUGIATI DEL MALI 

“L’emergenza colpisce un sistema già precario. I dati raccolti a marzo dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) dicono di 740mila sfollati interni, ai quali si aggiungono oltre 25mila rifugiati arrivati dal Mali a partire dal 2012”. Un altro problema sono le divisioni regionali. “Nella parte nordorientale del Burkina Faso, il sistema sanitario è ormai praticamente assente” dice il cooperante. “Sono aree che non si possono più raggiungere e molte persone che ci vivevano sono fuggite”. La causa principale, sottolinea Alban, è rappresentata “dai gruppi di opposizione non regolare, per lo più di matrice islamista, che sono arrivati dal Mali e hanno occupato la zona trasformandola in una terra di nessuno”.

MANCANO LE PRECAUZIONI

Nella sua ultima missione, a fine febbraio, Alban è rimasto colpito dalla mancanza di precauzioni messe in campo dalle autorità. “Tutte le misure che erano state disposte per prepararsi a una eventuale esplosione di ebola, che qui alla fine non arrivò mai, sono state dimenticate: niente più misurazione della temperatura negli aeroporti, nonostante la diffusione del virus fosse già enorme in Cina, da dove provengono molte persone che lavorano in Burkina Faso”. Adesso, almeno in parte, la situazione è cambiata. È stato imposto un coprifuoco notturno e sono stati limitati gli spostamenti. Restano però, secondo Alban, nodi da sciogliere: “Se in una casa di 20 metri quadri si vive in 15, se su un taxi per quattro persone ci si va in nove è normale che il contagio si diffonda velocemente”.

QUI SERVONO MISURE DIVERSE CHE ALTROVE

Secondo il cooperante, in Paesi come il Burkina Faso non sarà possibile imporre misure restrittive come quelle che si stanno osservando in altre aree del mondo: “Non si può dire alla gente di non uscire di casa in un contesto dove più del 90 per cento della popolazione vive grazie all’economia informale, guadagnandosi da vivere giorno dopo giorno in strada”. Cisv è presente in Burkina Faso dagli anni ‘90. Diversi gli interventi, sottolinea Alban, mirati a migliorare la gestione delle risorse idriche e a incrementare le capacità di cura contro la malnutrizione. Secondo il cooperante, si tratta di iniziative che devono continuare, anche se da modificare “sulla base di quanto si apprenderà in questa fase di emergenza”.

AD AVERE MENO DI 18 ANNI È IL 62% DELLA POPOLAZIONE

In Burkina Faso, nonostante le difficoltà, ci sono però anche punti di forza. “Qui il 62 per cento della popolazione ha meno di diciotto anni” dice Alban, parlando di un dato che dà un po’ di speranza visto che il Covid-19 si sta rivelando particolarmente insidioso per gli anziani. E oltre a essere giovani, i burkinabé sarebbero anche forti. “Uno studio recente dell’Istituto Meyer di Firenze – ricorda Alban – ha mostrato che i giovani dispongono in media di un ottimo sistema immunitario, che non sono affatto deboli”.

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26 Marzo 2020
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