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Smart working in città metropolitana di Milano? “Passaggio da lavoro subordinato a progetto”

La vicesindaca Censi e il Dg Purcaro spiegano come un ente da 1.000 dipendenti ha mantenuto la produttività durante la pandemia
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Di Lucio Valentini

MILANO – Con 240 dipendenti in smart working prima dell’inizio della pandemia, la Città Metropolitana di Milano era già abituata a lavorare in smart working. Cosa che ha consentito all’ente, come spiega il direttore generale Antonio Sebastiano Purcaro “di continuare a svolgere la propria attività in modo costante, a parte quei giorni di disorientamento nel mese di marzo: guardando gli atti prodotti e le attività di routine non si registra un calo rispetto al 2019”.

Anche perché la Città Metropolitana è un ente di secondo livello, molto diverso rispetto a un comune. La vicesindaca della Città Metropolitana Arianna Censi spiega che lo smart working è particolarmente utile “per facilitare le relazioni tra i 132 comuni della Città Metropolitana, sia politiche sia tra tecnici: migliora la puntualità, facilita la condivisione dei documenti, insomma rende più facile il raggiungimento degli obiettivi”.

Ma di cosa si occupa questo ente, che molti cittadini conoscono a malapena? Principalmente della manutenzione di 1.000 km di strade tramite i cosiddetti “cantonieri” e dell’edilizia scolastica delle scuole superiori. Sulla produttività dei dipendenti che lavorano da remoto, il Dg Purcaro conferma ciò che ci è già stato detto dall’assessore all’Innovazione del comune di Bergamo, “i dipendenti che scelgono la smart working sono i più innovatori: quelli che hanno capito il passaggio da un rapporto di lavoro subordinato a un lavoro a progetto”.

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