Bergamo crede nello smart working: tre giorni per lanciare una gara che prima richiedeva due settimane

Intervista all'assessore Giacomo Angeloni: in Comune 600 su 1.000 da remoto. Lo scelgono gli efficienti, altro che lazzaroni
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Di Lucio Valentini

MILANO – “Se un’azienda privata tiene mille dipendenti in smart working, si pensa a una scelta innovativa. Se lo fa la Pa, si pensa che abbiamo trovato un modo innovativo per non lavorare”. I luoghi comuni sullo smart working nella pubblica amministrazione si sprecano. Lo sa bene l’assessore all’innovazione del Comune di Bergamo, Giacomo Angeloni, che ha raccontato alla ‘Dire’ come un Comune con 990 dipendenti si sia riorganizzato per lavorare da remoto. “Siamo passati da 50-60 dipendenti in smart working a 600”.

Abbiamo installato due totem che fanno da ufficio anagrafe: schiacci un bottone e ti interfacci direttamente con l’ufficio, come se fossi dal vivo”. Questo succede oggi, ma nei momenti più duri della pandemia, i dipendenti dell’anagrafe che si occupavano delle carte d’identità sono stati spostati al cimitero e allo stato civile delle denunce dei morti.

Ma come si rendiconta l’attività dei dipendenti della Pa? Come quella delle aziende private: “Il dipendente deve indicare le ore dedicate a una data mansione, ma a meno che questa non debba essere svolta in orari specifici, come l’attività di sportello, può scegliersi da solo le ore in cui lavorare”. Ma non sono previsti straordinari, almeno non in questa fase. Il Comune di Bergamo non può permetterseli: “Non potremmo tenere in piedi i bilanci” spiega secco Angeloni.

Dai dati dei dirigenti del comunali, spiega l’assessore, emerge che lo smart working “viene scelto dai dipendenti efficienti, non dai ‘lazzaroni’: ha molti più controlli”. In alcuni casi lo smart working aumenta la produttività, specie quando c’è bisogno di concentrazione, cosa che a volte è difficile mantenere in ufficio. “Nel periodo pre-Covid una nostra funzionaria che si occupava di una gara importante, quella per la connettività in fibra del comune, ha scelto di lavorarci da remoto: dall’ufficio ci impiegava 1-2 settimane, da casa ci ha messo 3 giorni”.

È l’idea di controllare il dipendente pubblico con la sua presenza in ufficio che è sbagliata: un dipendente lavora per obiettivi anche quando fa un’attività di sportello, ed è sulla base degli obiettivi che il suo dirigente lo valuta. Resta che lo smart working, su cui molti dirigenti si sono ricreduti e che ora è diventato molto più appetibile, non può diventare la regola per tutti: i dipendenti del Comune perderebbero la relazione coi colleghi, e “i centri delle città morirebbero: Sala di questo ha fatto un bandiera, ma se faccio uno smart working spinto è chiaro che i bar intorno alla sede del Comune soffrono”.

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17 Novembre 2020
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