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La denuncia della scrittrice Saccà: “Dalla stampa empatia verso l’uomo che usa violenza”

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Alla presentazione del volume 'Stereotipo e pregiudizio' anche la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, l'assessore alla cultura del Comune di Roma, Miguel Gotor, e la senatrice Fedeli
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di Laura Monti

ROMA – “La donna viene sempre rappresentata dalla stampa come parzialmente colpevole di ciò che le capita. Se si empatizza con qualcuno nella narrazione, è sempre verso l’uomo”. A dirlo la professoressa Flaminia Saccà, curatrice del volume ‘Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere’, presentato oggi pomeriggio nella sala Caduti Nassirya del Senato, in presenza, tra gli altri, della Rettrice della Sapienza Antonella Polimeni, dell’assessore alla Cultura del Comune di Roma Miguel Gotor e della senatrice Valeria Fedeli. “Se l’ uomo è ubriaco- ha proseguito- è un’attenuante per lui, se è la donna violentata ad essere ubriaca, è un’aggravante per lei”. “Gli stereotipi non li riconosciamo perché sono radicati. Noi, che pure siamo sensibili al tema, abbiamo impiegato 3 anni e molta fatica a riconoscerli nelle migliaia di articoli analizzati”, ha aggiunto la professoressa, che è anche responsabile del progetto Step, finanziato dal Dipartimento Pari opportunità in attuazione della Convenzione di Istanbul e realizzato dall’Università degli studi della Tuscia in partenariato con Associazione Differenza donna.

“Da un lato- ha spiegato- ci danno l’illusione di fornirci una bussola per comprendere la realtà, dall’altro ci danno una scorciatoia. Ma proprio della realtà ci forniscono una fotografia distorta che ci tramandiamo di generazione in generazione”. Oltre ad essere delle bussole fallaci, gli stereotipi e i pregiudizi sono, a detta della professoressa, “delle sacche di privilegio, come diceva il grande antropologo della Sapienza Tullio Tentori” e agiscono “quando si vuole ammantare una situazione di saggezza ereditata dal punto di vista familiare, tradizionale, in realtà si stanno mantenendo privilegi costituiti. E i privilegi- ha sottolineato- sono sempre a favore di alcuni e a scapito di altri: in questo caso a scapito delle donne”.

La professoressa ha poi rimarcato l’importanza del ruolo delle università nella formazione dei professionisti che, fra le altre cose, dovranno anche confrontarsi con la violenza di genere: “E’ da lì che si formano coloro che poi troveremo nelle stazioni di polizia, nelle magistrature, che diventeranno psicologi e psicologhe, assistenti sociali, giornaliste e giornalisti”.

“È nei luoghi di formazione delle nostre classi dirigenti- le ha fatto eco la senatrice Valeria Fedeli- che può crearsi il cambiamento profondo che deve avvenire in questo paese se vogliamo affrontare davvero il dato strutturale di violenza di genere”. Ma a che punto si trova l’Italia nella classifica internazionale sul ‘gender gap’? “Al 63esimo posto– ha riportato Saccà al termine del suo intervento- dietro la Namibia, il Nicaragua, le Filippine. Dobbiamo ancora fare moltissimo. Le leggi sono fondamentali ma non bastano: serve una cultura che le faccia vivere nella società perché diventino patrimonio di tutti noi”.

POLIMENI (SAPIENZA): “CONTRO LA VIOLENZA SERVE UN CAMBIAMENTO CULTURALE

“Dobbiamo entrare nell’ottica che per combattere la violenza di genere serve un cambiamento culturale, che non può non passare dalla formazione. Dobbiamo controbilanciare la retorica di giornate come il 25 novembre con azioni quotidiane”, spiega la rettrice Polimeni.

“In Sapienza, da preside di Medicina- ha aggiunto- ho promosso un corso di alta formazione interfacoltà contro la violenza di genere, in cui erano coinvolte giurisprudenza, lettere, scienze politiche e medicina. L’abbiamo aperto ai diplomati e nella programmazione della didattica del prossimo anno avremo un corso di laurea in ‘gender studies’ dove la violenza di genere avrà un rilievo particolare”.

La rettrice ha poi annunciato “un’attività concreta rivolta al territorio: uno sportello antiviolenza che aprirà a San Lorenzo”. “Gli scenari nei quali si trovano le donne vittime di violenza costituiscono le condizioni cliniche perché i loro figli, vittime essi stessi di violenza assistita, possano diventare maschi maltrattanti. Porto la mia esperienza da medico: per anni ho svolto attività di formazione sugli epifenomeni clinici di violenze domestiche”. La Rettrice ha spiegato che “hanno come settore anatomico preferenziale il settore testa collo e i medici devono essere formati per riconoscere queste lesioni che altrimenti potrebbero passare sotto silenzio. Il panorama sulla popolazione infantile vittima di violenza assistita- ha concluso- ci deve impegnare tantissimo”. 

GOTOR (ASSESSORE ALLA CULTURA COMUNE DI ROMA): “NON SERVONO MASCHI FEMMINISTI, MA DEMOCRATICI

“Non servono maschi femministi, servono maschi democratici. È un’asciutta sentenza che è anche una scommessa e un’aspirazione, ma dobbiamo dimostrarlo nelle nostre attività quotidiane e nelle relazioni, anche in famiglia, sul lavoro, nelle amicizie”. Così oggi l’assessore alla Cultura del Comune di Roma Miguel Gotor, alla presentazione del volume.

“Quando la rettrice Polimeni è stata eletta c’è stato molto clamore dovuto al fatto che in una plurisecolare istituzione come la Sapienza lei fosse la prima rettrice donna. Era un fatto nuovo in un ambiente prevalentemente maschile, con punte di maschilismo dissimulato ma estremamente presente. Anche dall’intervista che lei stessa rilasciò poco dopo, si vedeva la fatica nell’affermarsi in un ambiente, quello della medicina in quegli anni, e tutt’ora, esclusivamente maschile”. “Ho letto questo volume con attenzione- ha detto poi in riferimento al testo presentato- e mi ha colpito il metodo meticoloso, l’esasperata attenzione al linguaggio, che per me è fondamentale. Crescendo sempre più cerco di essere attento non a cosa dico ma a come lo dico, in tutti gli ambiti, non solo quello pubblico e politico”.

Per l’assessore Gotor, “le leggi non bastano, è evidente: serve pedagogia, cambiamento culturale. Serve una prassi che si faccia consuetudine”, perché, “con gli stereotipi è come se esistesse un generatore automatico, continuamente attivo. È evidentemente prodotto anche dalla famiglia e inizia a 3-4 anni: mia figlia a 4 anni- ha raccontato Gotor- ha iniziato a dire ‘questo gioco è da maschio’ e non l’ha imparato da noi. Aveva però appreso una disciplina che le diceva che i maschi sono più forti, intelligenti, era qualcosa che veniva agito nel gioco tra bambini. Io ho faticato a farle capire che era una sciocchezza”

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