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Uganda, Okongo (Lacor Hospital): “Avanti con Afron, stop al Covid”

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Il medico: "Servono 3,5 miliardi di scellini per macchina Ct scan"
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ROMA – Il progetto Afron ‘Stop cancer e stop Covid-19‘, finanziato dalla Chiesa Valdese, ha portato l’associazione sul campo in un momento in cui l’Uganda vive il lockdown. Sono stati distribuiti kit anti-Covid, realizzati da donne sopravvissute all’Hiv e attive in Good Samaritan, di cui l’italiana Giuseppina D’Amico, è supervisor per la cooperativa Wawoto Kacel. A parlare all’agenzia Dire è Francis Okongo, medico del Lacor specializzato in cure palliative e coinvolto nel progetto dell’associazione Afron dedicato al contrasto e prevenzione Covid19 per i pazienti oncologici.

– Perché è significativa questa iniziativa di distribuire i 150 kit ai pazienti oncologici? Chi sono i beneficiari?

“Le pazienti oncologiche sono più vulnerabili al Covid-19. Per questo, grazie ad Afron, siamo riusciti a dare delle risposte concrete con due iniziative mirate. La prima ‘I’ll survive, we’ll survive’ è una piattaforma che ci permette di accompagnare le pazienti che devono recarsi a Kampala per i servizi che non possiamo offrire qui a Lacor. Un team di 10 survivor già formato da Afron offre il servizio di counselling e di orientamento. Nella seconda ‘No lockdown for cancer patients‘ abbiamo potuto dare un sostegno concreto distribuendo 150 kit alle pazienti più vulnerabili che almeno possono nutrirsi e proteggersi dalla pandemia in questo periodo di lockdown totale. Si tratta di donne over 12 e bambini che hanno ricevuto il posho (la farina di mais per fare la polenta o il porridge), lo zucchero, mascherine, disinfettante mani e il sapone”.

– In piena emergenza Covid-19 quali sono i servizi che Lacor offre per quanto riguarda la battaglia contro il cancro?

“Ogni giorno il Lacor Hospital garantisce lo screening gratis a tutte le madri che frequentano l’ospedale anche in piena emergenza Covid-19. Oggi, purtroppo, non possiamo offrire altri servizi importanti quali le campagne di sensibilizzazione nelle comunità limitrofe e negli altri distretti del nord Uganda. Per esempio, con Afron Oncologia per Africa siamo stati nelle regioni del West Nile (2019) e Lango (2020). Le restrizioni dell’attuale lockdown di sei settimane non ci permettono a raggiungere la gente in casa propria per fare lavoro di prevenzione che è fondamentale”.

– Oggi quali sono le grandi sfide nella prevenzione e cura dei tumori nel nord Uganda? Quali le soluzioni?

Il Lacor Hospital non ha la macchina per il Ct Scan che è costosissima. Stiamo cercando dei fondi per procurarne una che costa circa 3,5 miliardi di scellini ugandesi (circa 825mila euro, ndr). Ne abbiamo raccolti pochissimi. Manca il personale specializzato di cui il reparto oncologia ha proprio bisogno: radiologi, oncologi, ad esempio il patologo viene da Kampala. Ne occorre uno residente. Per certe diagnosi siamo costretti a mandare i nostri pazienti al Cancer Institute a Mulago-Kampala che tante pazienti non possono permettersi a raggiungere. Tante pazienti vengono per la diagnosi e la cura quando è già troppo tardi. Occorre portare avanti i programmi di sensibilizzazione e dello screening nelle comunità già portati avanti nelle comunità locali in collaborazione con Afron. Infine le condizioni socioeconomiche di tanti pazienti poveri- spiega il medico coinvolto nella missione Afron- sono molto precarie. La stragrande parte di essi non riesce neanche a pagarsi i costi già scontati e contenuti. Chi fa le cure che possono durare da tre mesi a due anni spesso non può nutrirsi bene e tornare regolarmente per fare i controlli”.

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