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Viaggio della memoria, studenti romani commossi davanti a Sami Modiano: “Io, mai uscito da Birkenau”

"Ci ho provato, ma non sarò mai come voi". Gualtieri: 'solo vedendo si può capire"

Pubblicato:23-10-2023 18:25
Ultimo aggiornamento:24-10-2023 09:10
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OSWIECIM (POLONIA) – Il silenzio assordante dei ragazzi stretti tra loro, rotto soltanto da qualche singhiozzo troppo difficile da trattenere, durante le parole di Sami Modiano strozzate dalle lacrime: “Io non sono mai andato via da qui. Cerco di essere diverso, di essere come voi, ma non ci riesco. Per questo ho deciso di parlare”.

La testimonianza di Sami, sopravvissuto a Birkenau durante la seconda guerra mondiale e a 93 anni tornato lì, davanti alla sua baracca e alla recinzione dove per l’ultima volta vide sua sorella Lucia per raccontarlo a chi oggi ha poco più della sua età al momento dell’arresto, è il momento simbolo del Viaggio della Memoria 2023 ad Auschwitz, organizzato da Roma Capitale e dalla Città metropolitana.
Oltre 200 studenti delle scuole superiori di Roma e provincia sono partiti ieri alla volta di Cracovia per vedere con i loro occhi le atrocità della barbarie nazista e della Shoah; dopo la visita all’ex ghetto e al quartiere ebraico di Kazimierz nella capitale polacca, oggi per i ragazzi è stato il momento di visitare le ‘fabbriche della morte’ di Birkenau e Auschwitz 1, nel comune di Oswiecim che all’epoca era territorio tedesco, guidati dai sopravvissuti Sami Modiano e Tatiana Bucci e insieme al sindaco Roberto Gualtieri. Anche lui, come i più giovani, non era mai stato qui: “È la prima volta che vengo qua, uno conto è leggere, un altro è vedere e capire”.

Settimane di preparazione e formazione con insegnanti e studiosi non hanno attutito il pugno allo stomaco per i ragazzi. “Siamo profondamente segnate. Ancora non riesco a trovare le parole”, dice una studentessa dell’istituto Innocenzo XII di Anzio. “Dopo le storie dei sopravvissuti, pesantissime, non riesco a pensare di poter vivere quello che hanno vissuto loro e le famiglie- le fa eco una compagna- Penso a mio nipote, a cosa sarebbe potuto succedergli se fossimo vissuti durante la guerra.
Non riesco nemmeno a concepirlo”. “È la prima esperienza che facciamo, cerchiamo di ricordare quello che è successo in passato”, fa loro eco un ‘collega’ dell’Orazio di Roma.


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Sottolineando che “ci ha segnato nel profondo e ci ha trasformati anche a livello personale”. La Memoria fa ormai parte del processo di formazione dei ragazzi delle scuole italiane: “Noi ne parliamo ogni anno dall’inizio della scuola superiore dell’importanza di ricordare quello che è successo, ma le parole da sole non bastano”.

Ecco perché vedere quei luoghi e ascoltare le parole di chi quell’orrore l’ha vissuto è oggi più che mai fondamentale. “Partimmo da Rodi il 18 luglio 1944 su dei barconi per il trasporto di animali, un mese dopo questo treno è arrivato qui”. ‘Qui’ è la juden rampe di Birkenau, dove Sami Modiano scese dal treno 79 anni fa e dov’è iniziato nella mattinata il suo racconto ai ragazzi, andato avanti man mano durante la giornata di fronte ai luoghi della sua prigionia. Era il mattino del 16 agosto, il ricordo, “quando abbiamo guardato fuori dai finestrini per capire dove ci fossimo fermati, vedevamo filo spinato e baracche e c’era silenzio, ma non sapevamo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno di vita della grande famiglia della comunità ebraica di Rodi, 2mila persone che si conoscevano tutte tra loro e si volevano bene. Un’ora dopo sentimmo le urla di una squadra di tedeschi abituati a quel lavoro che per loro era una routine. Sentivamo i ‘raus’ e l’abbaiare dei cani pastore, poi spalancarono le porte e ci buttarono giù dal treno, anche donne incinte e malati, senza darci il tempo di aiutarli, per metterci tutti e duemila in fila qui davanti”.

Immagini e momenti impossibili da cancellare per Sami. “Li vedo ancora. Non c’era spazio per non capire cosa ci avrebbero fatto. Papà ci ha stretti a lui, poi hanno cominciato a separare donne e uomini e a quel punto qualcuno ebbe una piccola reazione. Mio padre non accettava di separarsi da sua figlia, la sua bambina, il suo orgoglio, e l’hanno massacrato di botte davanti ai miei occhi. Non si è lamentato, l’ha accettato, poi ha dovuto cedere senza poterla difendere. Mi dicono che sono uscito da Birkenau, ma io sono ancora qui e vedo ancora lui, vedo ancora queste scene terribili“. Dopo la selezione, poi, “l’80% venne immediatamente inviato alle camere a gas. Io, mio papà e mia sorella, invece, fummo messi ai lavori forzati per mandare avanti la fabbrica della morte di Birkenau”.

E stare ai lavori forzati significava, ha spiegato sempre Modiano, che “si arrivava qui ai vagoni alle 6 di mattina e si lavorava fino alle 6 di sera: si faceva su e giù dal campo e ogni giorno c’era una destinazione di lavoro diversa nella quale, in gruppi di 50-60 persone, dovevamo fare quello che ci ordinavano di fare. Era una fabbrica della morte e nessuno aveva la coscienza che un giorno ci saremmo salvati. Ci sentivamo dei condannati a morte, appena ti mettevano questo numero addosso- ha raccontato indicandosi il marchio tatuato sul polso- ti facevano capire che eri un uomo morto che doveva lavorare e consumarsi come una candela. E la candela si consuma e si consuma, fino a spegnersi per sempre”.

LA TESTIMONIANZA DI TATIANA BUCCI

Tatiana Bucci in quell’inferno arrivò invece, da Fiume, a poco più di 6 anni. “La nostra baracca assomigliava a quella di Sami, alla fine della guerra è stata distrutta. Io e mia sorella minore Andra siamo state portate lì quando ci divisero dalla nostra mamma dopo averci tatuato il numero sul braccio, eravamo tutti bambini: maschi e femmine insieme di età fino ai 10 anni, e molti erano gemelli. Il motivo per cui Mengele ci selezionò fu proprio perché pensava che lo fossimo, anche se non era così”.

Lì, nei ‘kinderblok’, “eravamo circondati dalla morte. Avevamo la fortuna di avere dei letti tutti nostri ma non avevamo né materassi, né lenzuola, né coperte. All’arrivo hanno messo Andra al piano superiore del letto a castello, io ero sotto. Era ‘grande’, aveva 4 anni e mezzo, ma per tutto il tempo ricominciò a bagnare il letto anche se a casa non lo faceva più da tempo. Smise solo quando andammo via da Birkenau”.

Spezza ancora di più il cuore il racconto degli ultimi ricordi di sua mamma: “Con lei a Birkenau avevamo un rapporto molto difficile. La sera dopo il lavoro veniva a trovarci ogni volta che poteva, ma fisicamente cambiò molto in fretta: era dimagrita velocemente, non aveva più i capelli, era vestita ‘male’ con un pigiama a righe. Lei voleva abbracciarci ma noi non ci lasciavamo toccare, perché ci faceva paura. Solo dopo ho realizzato la sofferenza che deve aver provato per questo, solo quando sono diventata mamma anch’io”.

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