Egitto, ecco come la macchina del fango scredita Zaky

In Egitto Patrick viene descritto in termini estremamente diffamanti: si dice che studiava 'immoralità' e che era venuto in Italia per imparare come diventare omosessuale
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ROMA – La macchina del fango è entrata subito in azione. Ecco come i media descrivono Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato al Cairo lo scorso 7 febbraio: un eversore che in Italia studiava immoralità. Un istigatore che voleva sovvertire l’ordine statale. Un cospiratore a cui in Europa erano state inculcate idee depravate. Così in Egitto.

“A livello di discorso pubblico, la macchina del fango è subito entrata in azione: l’attività di Patrick è stato raccontata come istigazione al sovvertimento dello stato e come terrorismo, gli stessi argomenti che sono stati usati per attaccare anche altri dissidenti- spiega è Francesca Biancani, ricercatrice e insegnante dell’Alma Mater Studiorum ed esperta di Medio Oriente- non era un sovversivo, era solo un ragazzo con una forte coscienza politica e una posizione critica nei confronti del regime.

Analizzando alcune clip della trasmissione televisiva ‘Carta e Penna’, in onda sull’emittente governativa egiziana TeN TV, Patrick viene descritto in termini estremamente diffamanti: si dice che studiava ‘immoralità’ e che era venuto in Italia per imparare come diventare omosessuale. Questo non fa ben sperare: il rischio è che la vicenda di Patrick diventi una questione di orgoglio nazionale, davanti a una mobilitazione internazionale che gli egiziani percepiscono come un’ingerenza dall’esterno”.

Biancani aveva conosciuto Zaky nel maggio 2019, quando lo studente l’aveva contattata dall’Egitto per chiederle qualche suggerimento riguardo il trasferimento a Bologna: “Voleva dei consigli su come cercare casa e mi chiedeva notizie sull’esperienza studentesca in città. Mi ha raccontato che era stato selezionato per il master Gemma, in studi di genere e femminili, e cercava collettivi e associazioni che lavorassero su quei temi. Da allora l’ho seguito su Facebook: ho sorriso quando ha pubblicato una sua foto allo stadio Dall’Ara mentre tifava per il Bologna. Ho pensato che si fosse subito integrato bene e che si trovasse a suo agio in città. Di contro, non ha mai pubblicato post di incitazione alla violenza: sicuramente aveva forti idee politiche, ma non era certo un terrorista. Se oggi è in carcere è perché ha avuto il coraggio di denunciare la repressione del regime, di elaborare un pensiero critico e immaginare un’alternativa allo status quo”.

Nei media egiziani, la figura di Patrick viene oggi accostata a due icone del dissenso: il primo è Khaled Ali, avvocato esperto di diritti umani che tentò di presentarsi alle presidenziali come candidato alternativo all’attuale presidente Al Sisi, ma che per via delle continue intimidazioni alla fine decise di ritirarsi. Il secondo è Hossam Bahgat, attivista simbolo della rivoluzione di piazza Tahrir, che ora vive all’estero. 

“Creare un parallelismo tra Patrick e queste figure serve a collocarlo al di là della linea della sovversione, come se fosse un pericolo per la nazione, venuto da un paese occidentale per portare il caos- spiega Biancani- in questa narrazione, il regime egiziano vuole mostrarsi come l’unico potere che può mantenere l’ordine, la sicurezza e l’armonia sociale. E a questa immagine contribuiscono anche le potenze internazionali, che vedono l’Egitto come l’unico stato stabile in un’area molto delicata, paese con un ruolo chiave nel mantenimento degli equilibri internazionali. È un discorso ambivalente: da un lato il regime di Al Sisi è un elemento di stabilizzazione della regione, dall’altro soffre di un forte deficit di democrazia e di libertà“. E mentre in Egitto Patrick rimane ancora in carcere -la prossima udienza è prevista per sabato 22 febbraio- a Bologna l’Università e il mondo accademico si sono schierati per la liberazione dello studente e la caduta di tutte le accuse.

“L’accademia ha preso una posizione netta, a differenza di quello che fece l’Università di Cambridge sulla vicenda di Giulio Regeni- afferma Biancani- questo dipende sì dalle scelte della governance, ma anche da una diversa concezione dell’istituzione universitaria: in Gran Bretagna il processo di aziendalizzazione delle università è arrivato a uno stadio avanzato, mentre in Italia l’università ha ancora una valenza intrinsecamente civica ed è fortemente inserita nella comunità. Ecco perché l’Alma Mater ha affermato forte e chiaro il proprio duty of care, l’obbligo di cura nei confronti di un suo membro”. 

In base a quello che succederà il 22 febbraio, “gli organi di rappresentanza dovranno aprire un dibattito interno e capire come modulare la campagna: se Patrick rimanesse in carcere potrebbe essere necessario fare maggiore pressione politica, riguardando anche gli accordi di cooperazione con le università egiziane. Dobbiamo chiederci: che senso ha continuare la collaborazione con università fortemente controllate da un regime che i ricercatori li uccide, o li richiude in carcere?”, conclude Biancani.

(Dires – Redattore Sociale)

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21 Febbraio 2020
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