Università, denuncia di molestia? “Vittima incontri chi sta incolpando”. È polemica a Bologna

È polemica per la proposta contenuta nella bozza del nuovo regolamento contro le molestie all'interno dell'Università di Bologna
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BOLOGNA – Risolvere casi di molestie sessuali o morali favorendo l’incontro tra il molestatore e la vittima che lo ha denunciato. E’ una delle possibilità che si leggono sulla bozza del nuovo regolamento contro le molestie all’interno dell’Università di Bologna: domani il Senato la discuterà e la cosa preoccupa il mondo studentesco.

Tra le modalità di intervento della Consigliera di fiducia, figura che offre assistenza legale e consulenza per risolvere il caso denunciato, si legge infatti la possibilità di “promuovere incontri congiunti tra la persona vittima della molestia e il presunto autore“. Anche se non sono specificate le casistiche entro cui questa soluzione potrebbe risolvere un caso di molestia, per Roberta Santoriello del collettivo Link, “è un deterrente alla denuncia da parte della vittima che molto probabilmente non vorrà incontrare il proprio molestatore; come anche confermato dalle operatrici dei Cav (Centri antiviolenza, ndr) di Bologna, questo non aiuta chi subisce molestie”.

Ma nel nuovo regolamento ci sono altre criticità da risolvere, secondo i collettivi e a parere di 43 rappresentanti degli studenti (in gran parte universitarie) eletti in molti Consigli di dipartimento delle Facoltà dell’Alma mater. Che quindi firmano un appello al Senato a non andare avanti con una bozza che non convince, nè piace.

Sul punto degli incontri con chi si accusa di molestie scrivono: “Rischiano non solo di essere un fortissimo elemento di deterrenza per chi denuncia, ma anche un’ulteriore forma di violenza secondaria”. Sebbene previsti “solo come exemplum astratto, riflettono una concezione di parità tra denunciante e denunciato che ignora le reali condizioni di asimmetria tra i soggetti, ad esempio studentesse ancora in corso con chi vorrebbero segnalare, dottorande ancora sottoposte al proprio tutor, assegniste o tecniche amministrative a rischio di perdere il proprio contratto”.

Non piace neppure il limite temporale per denunciare: 90 giorni. Nemmeno il tempo di un semestre. Sarebbe “un altro forte limite per la vittima che magari sa che dovrà dare un esame con quello stesso professore dopo alcuni mesi, o per una dottoranda il cui molestato è il professore con cui lavora ogni giorno”, spiega Santoriello alla ‘Dire’. Novanta giorni sono “un termine che sarebbe stato completamente inadatto vista la grossa difficoltà nel trovare la forza di denunciare le molestie subite, come tra l’altro ci confermano anche studi e l’esperienza quotidiana di chi lavora in prima persona nell’ambito del contrasto alla violenza di genere e maschile sulle donne. I casi in questione, risolti grazie alla collaborazione con la Consigliera di fiducia, rientravano in tempistiche ben più ampie di quelle previste dall’attuale stesura, i cui limiti stringenti non ne avrebbero permesso paradossalmente la risoluzione”, rimarcano i 43 rappresentanti degli studenti eletti nei Consigli di Facoltà.

I collettivi Mala Consilia e Link hanno guardato i regolamenti di altri Atenei “e quasi nessuno ha un limite di tempo” e dove c’è “non si registrano denunce”. La controproposta dunque, è di non definire alcun limite.

Una terza criticità è la regola per cui se la denuncia si dimostra infondata e “abbia provocato pregiudizio nei confronti della persona denunciata, l’amministrazione, nell’ambito delle proprie competenze, opera in forma adeguata al fine di riabilitare il buon nome della persona accusata”. La controproposta degli studenti è invece che “chiunque denunci consapevolmente fatti inesistenti, allo scopo di denigrare qualcuno o di ottenere vantaggi personali, ne risponde secondo la normativa vigente, e l’Università opera in forma adeguata al fine di dare comunicazione dell’infondatezza delle accuse”.

Nell’appello al Senato si legge che “l’attuale scrittura dell’articolo 10.4, infatti, rischia di disincentivare chi vorrebbe denunciare poiché è incentrata non su eventuali denunce a fine doloso e denigratorio, ma sulla possibilità di perseguire con provvedimenti disciplinari chi sporge segnalazioni che poi si rivelano manchevoli di prove sufficienti per poter completare l’iter. Questo nella nostra esperienza è stato un problema fondamentale poiché ha determinato incertezze e timori da parte delle studentesse, molte delle quali non sono mai arrivate a concludere i procedimenti proprio per paura di essere messe a loro volta sotto inchiesta”.

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20 Aprile 2020
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