Coronavirus, la psicologa: “Ansia tra i detenuti, carceri non attrezzate”

La psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – “Tra i detenuti c’e’ preoccupazione. Se dovesse scoppiare un’epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere. Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l’amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c’e’ chi e’ piu’ ansioso e chi lo e’ di meno, ma c’e’ anche chi e’ piu’ a rischio perche’ ha patologie pregresse“. Cosi’ la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell’Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall’agenzia Dire in merito allo stato d’animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.

Le disposizioni sanitarie sono state quelle di ridurre i contatti, come e’ accaduto tra la popolazione fuori- ha proseguito Andronico- Non si puo’ far entrare molto personale sanitario, le attivita’ di gruppo sono state sospese, come tutte quelle riabilitative e rieducative, tra cui il teatro o i gruppi psicoterapeutici. E questo per i detenuti e’ un grosso handicap, perche’ la riabilitazione e la cura sono fondamentali per l’aspetto umano in carcere“.

Nelle carceri si sono quindi ridotte tutta una serie di attivita’ che vedeva impegnati i detenuti, cosi’ “anche per questo e’ aumentato il loro livello di ansia. Il discorso della ‘privazione’ riguarda in generale tutta la popolazione- ha detto la psicologa- ma ovviamente la problematica aumenta in un’istituzione chiusa e totale come il carcere”.

La diminuzione dei colloqui con i familiari e’ stato poi “un problema enorme per i detenuti- ha sottolineato Andronico- perche’ il carcere gia’ ti ‘stacca’ totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari e’ fondamentale perche’ e’ un aggancio alla realta’ esterna”.

In merito ai colloqui con gli psicologi, invece, quali sono le principali richieste di aiuto che provengono dai detenuti in questo momento? “Chiedono misure di rassicurazione, ma noi operatori sanitari piu’ di ‘contenerli psicologicamente’ non possiamo fare– ha risposto Andronico alla Dire- d’altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei rischi oggettivi che non possono essere trascurati”.

Allora quello che bisogna fare, secondo l’esperta, e’ distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio. “Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento- ha spiegato- cercando di far avere ai detenuti una visione il piu’ possibile realistica e concreta di quella che e’ la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura puo’ attivare”.

Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha cosi’ risposto: “Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere e’ sempre molto complesso da vari punti di vista. C’e’ il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficolta’ perche’ sotto organico, cosi’ come lo e’ la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non e’ mai cosi’ efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte e’ esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficolta’ che gia’ c’erano”.

Il mandato degli operatori sanitari resta pero’ quello di garantire “la continuita’ dell’assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza- ha aggiunto la psicologa- con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perche’ in un momento cosi’ difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza. Il carcere e’ un’istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficolta’, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro“, ha concluso Andronico.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

20 Marzo 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»