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Due libri per ricordare i cento anni del Pci ed Emanuele Macaluso

'I comunisti lo fanno meglio' e 'Berlinguer e il diavolo'. Sono i due libri che il giornalista Luciano Tirinnanzi, editore di 'Paesi edizioni', manda in libreria domani per il centenario dalla nascita del Partito comunista italiano.
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ROMA – “Il Pci ha inciso in profondo nella vita del nostro Paese e, pertanto, la sua esperienza non verrà mai dimenticata”. Sono le ultime parole che Emanuele Macaluso ha scritto sul partito che, oltre a incidere nella vita del Paese, incise profondamente sulla sua di vita, formò il politico, il militante ma prima di tutto l’uomo Macaluso. A cominciare dal primo incontro che ebbe coi comunisti, a 17 anni, quando conobbe alcuni ragazzi che militavano in clandestinità, in pieno regime fascista. Un incontro nato su un moto di empatia e in un momento di grande fragilità per le sue condizioni di salute: “Da mesi- racconta- ero ricoverato in un sanatorio intorno a Caltanissetta, su un monte chiamato Babbaurra, per via della tubercolosi. Alcuni di quei ‘comunisti’ mi vennero a trovare. Tra loro c’era anche Gino Giannone, il figlio del libraio della città. Mi proposero di aderire al partito. Sapevano già che ero un antifascista, e che a scuola mi battevo per i loro stessi ideali. Mi dissero che, per com’ero fatto, l’unica organizzazione cui avrei potuto aderire era proprio il Partito comunista. Furono convincenti”. Al punto che, per i successivi 80 anni Macaluso, pur evolvendo con la storia del partito, confrontandosi anche aspramente con le sue varie anime, ha respirato sempre quell’aria di sinistra, affinando alla sua ombra intelligenza politica, sensibilità umana e passione militante.

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Uscito dal sanatorio Macaluso perfeziona e organizza la sua militanza, “leggendo libri, distribuendone, scrivendo sui muri contro il fascismo”. La lettura e la scrittura: le fondamenta su cui costruì la sua intera esistenza. Il curriculum scolastico era scarno, con quel diploma di perito minerario che mal digeriva, ma che superò con studi continui, classici alla mano, fino alla fine della sua esistenza. Per i comunisti come Macaluso non si dava politica senza cultura, la cultura di popolo e quella dei libri appunto.

La scrittura invece era proprio la sua cifra, “se non scrivo i miei pensieri mi sento morire”, diceva e di pensieri lunghi, importanti, ha seminato la storia della sinistra negli ultimi 80 anni. Studiandola, analizzandola, rivoltandola fino alla fine: “Ho vissuto la storia del Pci totalmente, integralmente, con partecipazione e con convinzione. E ritengo che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la ‘svolta’ poi operata da Achille Occhetto sia stata una tappa necessaria, quasi obbligata. Anche perché il comunismo italiano era una cosa molto, ma molto diversa dal comunismo sovietico”.

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Ma la svolta della Bolognina prese una direzione che non gli piaceva e Macaluso non esitò a farlo sapere: “Non sono stato affatto d’accordo per come è stata alla fine condotta e dove ci ha portato. Cambiare era giusto: bisognava farlo, ma dentro gli organi dirigenti del partito. Contesto, pertanto, il modo in cui è stata realizzata. Soprattutto perché ha provocato dissensi e rotture. Se affrontata da dentro, con serenità e determinazione, forse la svolta avrebbe avuto un altro esito”.

Accenti critici che poi colpirono direttamente il Pd, ultimo approdo della trasformazione del Pci: “Di tutto quel passato e di quel vissuto, politicamente oggi resta ben poco”, scrive ancora Macaluso. E spiega: “Si pensi al Partito democratico, dove convivono ex democristiani, ex comunisti, persino qualche ex socialista. Non si può proprio dire che quella formazione partitica può o deve ritenersi erede di quella storia. È proprio tutt’altra cosa. Anche se la storia del Partito comunista italiano, per come si è intrecciata con quella dell’Italia tutta, non è né può essere cancellata”.

Macaluso è morto l’altra notte, nell’anno in cui si celebrano i 100 anni dalla fondazione del Pci e nel giorno in cui la politica celebrava in Senato una crisi di governo incomprensibile, con un dibattito che ‘Emma’ – così firmava i suoi editoriali su l’Unità – avrebbe seguito forse con sconcerto ma senza rinunciare a criticarlo con sguardo costruttivo.

Gli ultimi pensieri sulla storia del partito che ha allevato e nutrito la sua intelligenza e il suo impegno politico, Macaluso li ha consegnati a un libro che esce oggi proprio per celebrare il Pci. Curato da Luciano Tirinnanzi, ‘I comunisti lo fanno meglio? (oppure no?)’, raccoglie gli scritti dei “protagonisti di una irripetibile stagione politica”, come si legge sul retro di copertina, dove si spiega anche che “quel meglio cui si allude è l’ars politica, ovvero la straordinaria capacità del comunismo di casa nostra nell’aver saputo incidere così in profondo l’animo italiano”.

La testimonianza di Macaluso, letta il giorno dopo che ci ha lasciato, diventa un prezioso epitaffio sul Pci ma anche su di lui. Non riusciva a non scrivere i suoi pensieri, fino alla fine. Quando morì Berlinguer li mescolò ai sentimenti e li racchiuse in due parole che divennero memorabili titoli a caratteri cubitali su l’Unità che dirigeva: ‘Addio’ e ‘Tutti’. Quei ‘Tutti’ ora l’ ‘Addio’ lo tributano a lui, fra gli ultimi testimoni del ‘meglio’ dell’ars politica che ci hanno lasciato quel genere di comunisti.

PCI. TIRINNANZI (PAESI EDIZIONI): ‘I COMUNISTI LO FANNO MEGLIO’

‘I comunisti lo fanno meglio’ e ‘Berlinguer e il diavolo’. Sono i due libri che il giornalista Luciano Tirinnanzi, editore di ‘Paesi edizioni’, manda in libreria domani per il centenario dalla nascita del Partito comunista italiano.

Il primo volume, dice Tirinnanzi nella videointervista all’agenzia Dire, raccoglie tante testimonianze: da Occhetto a D’Alema, da Bersani a Bertinotti, Emanuele Macaluso, Gianni Cuperlo, Luciano Violante, Pietro Folena e tanti altri. Ci sono anche le testimonianze di avversari politici, come Giorgia Meloni, Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, di giornalisti e intellettuali, Bruno Vespa e Lucia Annunziata, Vittorio Sgarbi, Giampiero Mughini e Marcello Veneziani.

Emerge la nostalgia di un partito società che riusciva a mettere insieme una comunità intera, pro e contro. Tutto appariva molto più chiaro e il futuro sembrava più radioso di quello di oggi”, spiega Luciano Tirinnanzi, giornalista ed editore, nel corso di una video intervista.

Ad esempio, Emanuele Macaluso, storico dirigente comunista scomparso lunedì notte, “ha raccontato la sua appartenenza in clandestinità durante la resistenza”, spiega l’editore. “Con questi libri non vogliamo omaggiare il Pci, ma far capire il senso e l’alto valore della politica del ‘900 con il distacco delle generazioni che non hanno vissuto quell’epoca”. Il Partito comunista, insiste Tirinnanzi, “ha trovato in Italia uno sfogo democratico e ha dato una scuola di partito che dava grande importanza alla cultura”. Un aspetto che andrebbe riproposto anche oggi, sottolinea.

Nel libro ‘I comunisti lo fanno meglio’ ci sono interventi di giornalisti e anche “confidenze e racconti personali”, da Massimo D’Alema a Giorgia Meloni. Manca Silvio Berlusconi, “che all’inizio aveva aderito al progetto e poi si è sfilato”. Il punto comune che troviamo è “il rispetto delle istituzioni” che il partito ha sempre messo al centro della sua azione.

PCI. TIRINNANZI (PAESI EDIZIONI): ‘BERLINGUER E IL DIAVOLO’

‘Berlinguer e il diavolo’, da domani in libreria per il centenario dalla nascita del Partito comunista italiano, a cura di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio, “giornalisti attenti e di inchiesta che dal Corriere a Panorama hanno approfondito una tematica spesso taciuta: quella del finanziamento dal Cremlino a Botteghe oscure“, spiega l’editore di ‘Paesi edizioni’, Luciano Tirinnanzi.

Nel corso di una videointervista alla Dire, Tirinnanzi racconta: “Non si vuole denigrare o distruggere la figura di Berlinguer che ne esce a testa alta. Si racconta il suo dissidio interiore politico e personale nel dover portare il Pci verso la democrazia e l’indipendenza da Mosca”.

Nell’altro volume presentato dall’editore di ‘Paesi edizioni’, che si intitola ‘I comunisti lo fanno meglio’, viene raccontata una chicca: quando nel 1974 Achille Occhetto incontra il leader nazionale Enrico Berlinguer che gli chiede come cambierebbe il nome del Pci. Occhetto risponde: “Partito comunista democratico”. Berlinguer non è convinto: “E’ troppo e troppo poco. Troppo perchè sembra che siamo troppo comunisti, troppo poco perchè non sembriamo abbastanza democratici”. Poi, ricorda Tirinnanzi, sarà proprio Occhetto “a portare a termine la svolta”.

Ma cos’è che i comunisti facevano meglio? “L’ars politica”, conclude l’editore.

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