A Draghi la fiducia, al M5S i fischi, Pd litiga e Conte…

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L'editoriale del direttore Nico Perrone per Dire Oggi
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ROMA – Il governo Draghi ha incassato la super fiducia del Parlamento e adesso è pienamente operativo. Tra domani e domenica le forze di maggioranza faranno il punto sui nomi da indicare come sottosegretari e viceministri, una quarantina in tutto, da nominare tra lunedì e martedì per così completare la squadra governativa. Anche questo passaggio non sarà indolore, soprattutto per il M5S e il Pd, che dovranno far posto alla Lega, a Forza Italia e agli altri alleati che si sono aggiunti a tavola.

Comincia una fase politica nuova, piena di opportunità e di insidie. Durerà un anno, perchè si dovrà nominare il nuovo Capo dello stato. Facile previsione, se il premier Draghi riuscirà a far vaccinare la gran parte di italiani, impostare i progetti finanziati con i 209 miliardi di euro dall’Europa e far ripartire l’economia, che sia proprio lui, a quel punto con giusto riconoscimento, a prendere posto al Quirinale. E c’è da giurare che le forze politiche di maggioranza, pur di riprendersi la scena e tornare con le mani libere, lo voteranno subito senza starci a pensare un attimo.

Ma in quest’anno tutto cambierà, e nelle forze politiche già si avvertono squilli di guerra. Nel M5S, il solerte Vito Crimi, capo politico reggente, ha già notificato l’espulsione a tutti parlamentari ‘grillini’ che sulla fiducia al governo Draghi hanno detto ‘No’ o si sono astenuti. Nasceranno gruppi parlamentari dei ribelli? Ci sarà battaglia sul simbolo? Carte bollate? Tutto questo, e Alessandro Di Battista ha già comunicato che sarà al loro fianco contro quanti stanno svendendo le idee del Movimento per restarsene inchiodati ai posti di governo. Sarà guerra dura, già si è capito che Beppe Grillo, garante supremo, tornerà in prima persona a dettar legge e linea. Ma ci saranno comunque fibrillazioni e queste potrebbero creare qualche problema alla navigazione del governo. In queste ore, ad esempio, nel Movimento è lotta furibonda per nominare i 12-13 sottosegretari, numero che potrebbe diminuire se si dovrà tener conto della cinquantina di parlamentari espulsi e quindi della minor forza.

Nel Pd c’è una finta calma piatta. All’improvviso oggi Goffredo Bettini, da tutti ritenuto la voce pensante del segretario Nicola Zingaretti, ha detto che bisogna prepararsi a fare il Congresso, per ridefinire la linea politica e, soprattutto, stabilire su quali alleanze bisognerà puntare. L’area politica di sinistra, riferimento del segretario Zingaretti, stando a quanto accaduto, è uscita con le ossa rotte, sconfitta la linea del “o Conte o elezioni” sostenuta dal segretario Zingaretti, mentre è prevalsa quella delle altre due aree di stampo ex Democrazia cristiana di Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, che alla fine si è saldata con l’azione corsara di Matteo Renzi, oggi ‘nemico’ ma per decenni facente parte. Stavolta non ci saranno sconti, se Zingaretti non prenderà subito la questione di petto, avanzando una proposta nuova e convincente, facile prevedere che il Pd si ritroverà con un altro segretario. Assai probabile Stefano Bonaccini, il presidente dell’Emilia-Romagna che ha battuto la Lega di Salvini quando era ai massimi, punto di riferimento di una sinistra riformista modello emiliano, molto pragmatica che potrebbe benissimo allargarsi fino a quel centro moderato dove Renzi ha deciso di andare a far compere.

Zingaretti davanti ha le prossime elezioni amministrative che, covid permettendo, dovrebbero tenersi a fine giugno. Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli e tante altre città. Saranno, di fatto, elezioni dal forte impatto nazionale. Bisognerà, per quell’appuntamento, aver già chiara la nuova linea politica e le possibili alleanze da metter in campo alle elezioni politiche che seguiranno. Una carta importante per Zingaretti potrebbe essere Giuseppe Conte. Ora parcheggiato all’Università di Firenze, ma ancora con un forte consenso a livello popolare. Ma bisognerà ‘usarlo’ subito, e il primo appuntamento utile saranno le elezioni per il nuovo sindaco di Roma. Il Pd, e la coalizione di centrosinistra, vedrete, alla fine convergeranno sulla candidatura di Roberto Gualtieri, ex ministro dell’Economia rimasto fuori dal nuovo Governo. A quel punto, se Gualtieri riuscirà a vincere il Campidoglio, potrebbe spuntar fuori l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, area politica di riferimento di Giuseppe Conte, che i Dem, se non saranno stupidi, potrebbero immediatamente collegarla facendo eleggere Conte alle elezioni nel collegio Roma 1 che Gualtieri dovrà lasciare. E Conte in Parlamento potrà sempre essere una buona ‘riserva’ da utilizzare all’occorrenza.

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