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In Italia 15mila persone non sanno di avere l’Hiv

Il viceministro Sileri: "Liberalizzare test Hiv dai tredici anni, senza il consenso dei genitori"
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ROMA – In occasione della Giornata Mondiale della lotta contro l’Aids, a Roma al ministero della Salute si è tenuto il primo dei tre incontri su ‘Hiv, presente e futuro del paziente cronico’, che ha avuto l’obiettivo di esplorare l’approccio, il progresso, la prevenzione e prefigurare un futuro in cui i ricercatori e i clinici, assieme a tutta la community, investono molta fiducia.

Da troppo tempo inoltre le campagne d’informazione non hanno più coinvolto la popolazione, specie giovani e giovanissimi, sui rischi di un’infezione che si mostra comunque sempre minacciosa e pronta ad approfittare dell’ignoranza e del pregiudizio.

Anche nel nostro Paese, i cosiddetti ‘millennials’ mostrano evidenti lacune ed è compito delle istituzioni, della scuola e delle famiglie di contribuire a riempire questo vuoto creatosi in venti anni di rarefazione e scarsa conoscenza.

UNO STUDIO INTERNAZIONALE

Uno studio europeo e americano, con l’Italia che ambisce a giocare un ruolo da protagonista contro l’Hiv: lo studio clinico Mosaico realizzato da Janssen, la società farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson e nato da una partnership pubblico-privato a livello globale, si propone di valutare l’efficacia di un regime vaccinale preventivo anti Hiv per il quale è già stata richiesta alle autorità competenti (ministero Salute, Aifa e Comitati etici) l’autorizzazione all’esecuzione dello studio clinico.

Il vaccino sperimentale ha raccolto i risultati degli studi di fase 1/2a in termini di sicurezza ed immunogenicità e si appresta ad esser sperimentato all’interno di una popolazione più ampia. Il regime vaccinale in questione, che possiamo definire ‘a mosaico’, è stato sviluppato per essere potenzialmente un vaccino con approccio globale per la prevenzione dell’infezione da un’ampia varietà di ceppi virali, responsabili della malattia.

“La prova della sua efficacia- spiega Adriano Lazzarin, ospedale San Raffaele di Milano-la potremo avere a studio concluso. La variabilità dei processi di risposta immune innescati da Hiv (linfociti B, linfociti T, cellulare accessorie) nel singolo individuo lasciano purtroppo margini di imprevedibilità, e questo trial sarà una buona opportunità per conoscerli meglio’.

All’incontro, promosso da Simit, presenti alcuni dei principali decisori politici: dal viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ad alcuni dei membri della 12a Commissione Igiene e Sanità del Senato, fra cui Paola Binetti, Maria Domenica Castellone, Michelina Lunesu, Gaspare Marinello. A sedere al tavolo dei relatori i maggiori clinici a livello nazionale: Massimo Galli, presidente Simit-Unimi Sacco, Milano, Andrea Antinori, Istituto Lazzaro Spallanzani, Roma, Adriano Lazzarin, ospedale San Raffaele, Milano.

I clinici in particolare hanno fatto il punto sulle possibilità future di prevenzione e su cosa possa significare domani, a livello di salute globale, il sapere di poter contare tra l’altro su un vaccino di questo tipo per il paziente e per lo specialista. Massimo Scaccabarozzi, presidente e amministratore delegato di Janssen Italia, ha richiamato la necessità di rafforzare la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, perché solo con un impegno ecosistemico si potrà vincere la sfida contro l’Hiv.

LA STORIA DEL VACCINO

‘Subito dopo la scoperta del virus più di trent’anni fa- prosegue Lazzarin- i principali centri di ricerca internazionali hanno dedicato notevoli risorse allo sviluppo di un vaccino preventivo contro il virus Hiv: le difficoltà di trovare un vaccino in grado di indurre un risposta immunitaria efficace contro un virus con una eccezionale mutagenesi ed una altrettanto evidente capacità di eludere i meccanismi di controllo immunologico da parte dell’ospite hanno rallentato moltissimo la concretizzazione di trial vaccinali nelle popolazioni a rischio. Soltanto nel 2009 sono stati pubblicati sul Nejm i risultati della vaccinazione con Alvac e Aidsvax per prevenire la infezione da Hiv in Thailandia che purtroppo hanno dimostrato come l’efficacia del vaccino fosse risultata del 31.2%, lontana dal limite del 60% che avrebbe reso convincente un piano vaccinale. Un aggiustamento del candidato ad un successivo piano vaccinale in Sud Africa ha poi fornito nello studio di fase 1/2 risultati più convincenti e ha dato qualche informazione in più sui correlati immunologici di una risposta immune efficace’.

IL CONTENUTO DELLO STUDIO

Mosaico è uno studio clinico interventistico internazionale, che prevede l’arruolamento di 3.800 persone, in circa 55 centri in otto Paesi distribuiti in tre continenti. L’inizio dello studio è previsto negli Stati Uniti in queste settimane e, previa approvazione dalle autorità competenti locali, potrà avere luogo anche in Argentina, Brasile, Italia, Messico, Perù, Polonia, Spagna. Questo studio è condotto da Janssen in partnership, a livello globale, con il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), l’Hiv Vaccine Trials Network (Hvtn) all’interno del Fred Hutchinson Cancer Research Center e la Us Army Medical Research and Development Command (Usamrdc), che con uno sforzo congiunto, lavorano per avanzare il progresso scientifico affinché sia possibile rendere disponibile un vaccino preventivo l’Hiv. L’obiettivo è quello di studiare un regime vaccinale che preveda quattro somministrazioni nell’arco temporale di un anno.

L’HIV OGGI IN ITALIA 

Negli ultimi 7 anni in Italia il numero delle nuove diagnosi è stato piuttosto stabile i nuovi casi sono stati provocati soprattutto da infezioni a trasmissione sessuale, sia di tipo sia eterosessuale sia omosessuale. Più del 50% delle nuove diagnosi avviene in condizioni avanzate di malattia, cioè quando il livello di linfociti CD4 è al di sotto delle 350 cellule, o addirittura alla comparsa di sintomi o manifestazioni cliniche legate alla malattia conclamata. Sono circa 15mila le persone nel nostro Paese che non sanno di essere infette e che ritardano inconsapevolmente la diagnosi non sottoponendosi al test. 

“Ai fini della prevenzione- sottolinea Galli- va tenuto conto che i giovani, anche quelli che appartengono alle cosiddette popolazioni chiave, ove il rischio di infettarsi è maggiore, come i giovani maschi che fanno sesso con maschi-Msm, hanno poca o nessuna esperienza di malattia, propria o altrui, non hanno visto in presa diretta la malattia negli anni bui, funestati da migliaia di decessi, e hanno una percezione molto bassa della gravità potenziale dell’Hiv. Nei giovani Msm l’informazione Hiv può anche essere alta, ma spesso deriva tutta da forum in internet e non costituisce sempre un ostacolo a comportamenti a rischio”. “Nonostante gli enormi progressi compiuti insieme, il virus dell’Hiv non è stato ancora sconfitto. E’ proprio per questo motivo che in Janssen ci siamo concentrati sullo sviluppo di un regime vaccinale preventivo anti Hiv- spiega Scaccabarozzi- Un vaccino contro l’infezione da Hiv potrebbe infatti contribuire a porre fine all’epidemia entro il 2030, come auspicato dalle Nazioni Unite tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile adottati all’unanimità dagli Stati Membri nel 2015. Per vincere questa sfida, auspico una sempre maggiore collaborazione a livello ecosistemico, con le Associazioni Pazienti, le Istituzioni e le Società Scientifiche, e siamo felici di esser oggi al fianco della Simit e di due tra i centri più prestigiosi a livello internazionale in questo campo”. Binetti, ha aggiunto: “Il problema dell’Hiv non si può combattere solo con l’informazione ma è necessario, per arrivare ai giovani, lavorare anche sulla percezione del rischio di contrarre la malattia. Non si può fare prevenzione senza una educazione sessuale e affettiva per guardare al benessere di una persona. Altrettanto importante è far emergere il sommerso della malattia per curare il paziente e impedire ulteriore contagio”.

Cresce tra gli over 50 il contagio del virus dell’Hiv e anche a questo segmento della popolazione che bisogna parlare. Un problema emergente è la cronicità del paziente con Hiv ed è qui che bisogna investire i fondi ma anche sulla medicina territoriale e sulla ricerca. Va compreso che l’investimento sulla ricerca ha altissimo rendimento“, ha concluso Castellone.

“SESSO TRA MASCHI È PIù RISCHIOSO”

“E’ cambiata l’epidemiologia dell’infezione e sono cambiate le conoscenze delle persone. Anzi è cresciuto l’analfabetismo della popolazione, tanto più quando si pensa alle giovani generazioni. I ragazzi spesso si aspettano informazioni dalla scuola, dalla tv o dalla famiglia ma non si realizza sempre questa possibilità. Le situazioni di maggior pericolo sono quelle con maschi che hanno rapporti sessuali con altri uomini, perché c’è maggiore possibilità d’incontrare persone che hanno contratto il virus dell’Hiv. Ancora oggi, davanti a questo tipo di infezione c’è un atteggiamento ‘rilassato’ perché si pensa di poter ricorrere alla terapia. Ma vale la pena ricordare che da una persona sana si trasforma così in un malato cronico sottoposto a terapia per ‘tutta la vita’. Bisogna fare più informazione. ‘Non abbassiamo la guardia’ sarà pure uno slogan abusato ma credo sintetizzi bene l’atteggiamento giusto per affrontare questa problematica”. A dirlo è Massimo Galli, Presidente di Simit a margine del convegno ‘Hiv, presente e futuro del paziente cronico’.

“LIBERALIZZARE TEST HIV DAI 13 ANNI”

“Bisogna informare di più i giovani sulla trasmissibilità e la natura di questo virus. Dunque porre l’accento sulla formazione e informazione su cosa sia l’Hiv, sulle complicanze e soprattutto su come ci si deve proteggere è essenziale. Direi che un boom di informazione si è originato con l’uscita recente del film ‘Bohemian Rhapsody’ che ha rispolverato la discussione su questa infezione. Allo stesso modo ricordo il seguito e la riflessione che ha prodotto sull’argomento la pellicola ‘Philadelphia’. Credo che per portare avanti una informazione a 360 gradi si dovrebbe partire dalle scuole così come è fondamentale, a questo stiamo appunto lavorando, che sia consentito il test dell’Hiv ai ragazzi dai 13 anni in su senza il consenso dei genitori perché è evidente che un ragazzo ‘libero’ di fare il test può essere maggiormente consapevole della malattia senza aver paura di doversi confrontare con i genitori. Questo ci aiuterebbe sicuramente a contenere la malattia”. A dirlo è il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, a margine del convegno ‘Hiv, presente, futuro del paziente cronico’.

“+50% NUOVE DIAGNOSI IN STADIO AVANZATO HIV”

“Le stime ci indicano che ci sono 15mila persone con infezione da Hiv non diagnosticata e un terzo di queste persone potrebbero già avere uno stadio avanzato della malattia. I dati di sorveglianza ci dicono che che più del 50% delle nuove diagnosi avvengono in condizioni avanzate e cioè con un sistema immunitario già compromesso. Questo è un grande problema all’interno dell’emergenza e della gestione della malattia. Credo ci sia bisogno di maggiore accesso al test poiché è fondamentale e deve essere effettuato precocemente. Queste persone devono essere testate per accedere così prima possibile al trattamento. Una buona strategia che si sta sperimentando negli altri Paesi europei è quella delle cosiddette ‘malattie indicatrici’ cioè quelle in presenza delle quali può esserci una infezione da Hiv sottostante come nel caso di malattie ematologiche, sindromi mononucleosiche, alcuni tipi di linfoma, alcune malattie dermatologiche, tumori, malattie sessualmente trasmesse, l’epatite B e C. Tutte queste condizioni devono portare il medico di medicina generale o altri specialisti a richiedere il test dell’Hiv perchè ci può essere la presenza possibile del virus in questo tipo di popolazione. Sono tutte strategie per arrivare ad una diagnosi precoce e a cure più efficaci”. Così Andrea Antinori, direttore della Uoc Immunodeficienze Virali dell’Istituto nazionale per le malattie infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ di Roma, a margine del convegno ‘Hiv presente e futuro del paziente cronico’.

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